Schiavi nordcoreani in Russia: i regimi comunisti non cambiano mai

Lavoratori nordcoreani forzatamente trasferiti alla corte di Putin in condizioni disumane. L'ennesima conferma del lavoro senza diritti nei regimi comunisti

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Questa estate, se vi impressiona il capitalismo imperfetto e limitato italiano, in cui gli animatori estivi di Rimini vengono sfruttati e sottopagati, pensate sempre a cosa succede nel mondo comunista, o a quello che ne resta.

La Bbc, quando si ricorda di parlare di qualcos’altro rispetto a Gaza, ha condotto un’interessante inchiesta sui lavoratori forzati nordcoreani esportati in Russia, nell’ambito degli accordi fra Vladimir Putin e Kim Jong-un. La Corea del Nord, infatti, non invia ai russi solo razzi, munizioni per l’artiglieria e decine di migliaia di militari, ma anche decine di migliaia di lavoratori, soprattutto per rimpiazzare muratori e operai russi inviati al fronte.

E sono tutti lavoratori forzati, non perché siano stati condannati per qualche reato (politico e non), ma perché, nelle condizioni del socialismo reale nordcoreano, tutti i lavoratori devono obbedire agli ordini dello Stato e sottostare alle sue condizioni. Non hanno scelta.

Le testimonianze

Uno degli operai, Jin, ha raccontato alla Bbc che, una volta atterrato nell’Estremo Oriente russo, è stato accompagnato dall’aeroporto a un cantiere edile da un agente di sicurezza nordcoreano, che gli ha ordinato di non parlare con nessuno e di non guardare nulla. “Il mondo esterno è il nostro nemico”, gli ha subito ricordato l’agente. E senza perdere tempo, lo ha messo a lavorare alla costruzione di nuovi grattacieli per più di 18 ore al giorno.

I ritmi sono da gulag: sveglia alle 6 del mattino, riposo alle 2 del mattino successivo (quindi quattro ore di sonno, al massimo), con solo due giorni liberi all’anno. “Alcuni lasciavano il loro posto per dormire durante il giorno, o si addormentavano in piedi, ma se i supervisori li scoprivano, li picchiavano. Era davvero come se ci stessero uccidendo”, ha detto un altro lavoratore, Chan.

L’operaio Jin, uno di quelli riusciti a fuggire, ricorda come gli altri lavoratori li chiamavano schiavi. “Non siete uomini, solo macchine che sanno parlare”. I fuggitivi, come Jin e Chan (nomi di fantasia usati dalla Bbc) hanno raccontato che gli operai sono confinati nei cantieri giorno e notte, sorvegliati da agenti del Dipartimento di Sicurezza dello Stato nordcoreano. Dormono in container sporchi e sovraffollati, infestati da insetti, o sul pavimento di palazzi in costruzione, con teloni tirati sugli stipiti delle porte per cercare di ripararli dal freddo.

Uno dei modi in cui il regime ha cercato di controllare i lavoratori nell’ultimo anno è stato quello di sottoporli a sessioni più frequenti di addestramento ideologico e di autocritica, in cui sono costretti a dichiarare la loro lealtà a Kim Jong-un e a confessare pubblicamente i loro errori.

L’anno scorso più di 10.000 lavoratori sono stati inviati in Russia, secondo un funzionario (che ha chiesto l’anonimato alla Bbc) dell’intelligence sudcoreana. Quest’anno si prevede che ne arriveranno ancora di più, e in totale Pyongyang ne invierà più di 50.000. La maggior parte dei loro salari viene trattenuta dallo Stato nordcoreano come “commissione di fedeltà”.

La parte rimanente – di solito tra gli 80 e i 150 euro al mese – viene consegnata ai lavoratori solo al loro ritorno a casa, anche per indurli a non scappare prima. Ma il regime può cambiare le carte in tavola quando vuole. Il manager di Jin ad un certo punto gli ha detto che forse non avrebbe ricevuto denaro al suo ritorno in Corea del Nord perché ne aveva bisogno lo Stato: è stato allora che ha deciso di rischiare la vita e scappare, percorrendo migliaia di chilometri in Russia e facendo perdere le tracce.

Gli altri regimi comunisti

La storia della Corea del Nord è comune a tutti gli altri regimi comunisti. Cuba fa la stessa cosa, pur non con la stessa crudeltà, con i lavoratori che esporta nelle sue operazioni di propaganda all’estero. Anche i tanto vantati medici cubani, non ricevono che una parte del loro stipendio, perché il resto viene trattenuto dallo Stato.

La Cina ha promesso, da dieci anni, di porre fine all’uso dei prigionieri nei Laogai (i gulag cinesi) per produrre merci da esportare, ma la deportazione di massa degli uiguri, anch’essi costretti a lavorare nelle fabbriche, in gran numero, è la conferma che quel sistema è duro a morire.

Lavoro senza diritti

Il punto è che il lavoratore comunista non ha diritti. Non è considerato come una persona, ma come un ingranaggio, solo un mattoncino per costruire un edificio socialista. Se si rompe, si butta e se ne prende un altro. Se chiede più soldi per sé, è un traditore; se non accetta più le condizioni di lavoro a cui è sottoposto e prova ad andarsene, è un disertore e può essere incarcerato o ucciso.

Quel che da noi è illegale e limitato ad alcuni lavori agricoli, nel regime comunista è la norma. Perché, checché ne dicano i sindacalisti rossi, il lavoro è libero scambio: la prestazione d’opera in cambio di denaro. Ma in un regime comunista lo scambio volontario è vietato, tutto deve essere pianificato dallo Stato. Per questo, tutti i lavoratori, di fatto, sono lavoratori forzati, a disposizione del Partito.

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