Trump-Musk, il vero motivo di una rottura che indebolisce tutti

La frustrazione accumulata per le resistenze ai tagli del DOGE, la delusione per il Big Beautiful Bill, ma soprattutto un imprenditore idealista non abituato ai compromessi della politica

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Musk Trump

Eravamo in trepidante attesa del “test Sala Ovale” per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ieri ha incontrato Donald Trump alla Casa Bianca. E invece niente, tra i due qualche schermaglia di poco conto, completamente oscurata dalle botte da orbi a distanza tra il presidente Trump e Elon Musk, che da pochi giorni aveva lasciato il suo incarico a tempo come consulente dell’amministrazione, alla guida del DOGE, la struttura incaricata di individuare i tagli alla spesa pubblica.

Nonostante la scadenza del suo incarico fosse nota fin dall’inizio, 130 giorni, da settimane i media ricamavano sui dissidi tra i due che avrebbero portato alla separazione. Ma se, come detto, l’uscita dal DOGE era prevista, la rottura alla fine si è consumata, e fragorosamente, nonostante proprio pochi giorni fa alla Sala Ovale i due sembravano essersi salutati cordialmente, scambiandosi ringraziamenti e congratulazioni.

Fino alla giornata di ieri. Davanti a Merz, il presidente Trump ha usato la metafora dei bambini che bisticciano al parco per descrivere i comportamenti di Putin e Zelensky, ma a fine giornata si direbbe che a comportarsi come bambini che bisticciano al parco sono lo stesso Trump e Musk.

Francamente crediamo che in questa rissa ci sia ben poco di merito e molto di ego. Quando si litiga si tirano fuori tutti gli argomenti, anche se da una parte e dall’altra poco fondati, come vedremo. Ha iniziato Musk, a dire il vero, attaccando frontalmente il Big Beautiful Bill Act, una legge di bilancio voluta da Trump ma che ha dovuto ovviamente avere l’ok del Congresso.

Trump “molto deluso”

In un crescendo di critiche, Musk l’ha definita un “abominio disgustoso“, una “porcata”. Trump ha risposto dalla Sala Ovale, con Merz seduto accanto:

Abbiamo avuto un ottimo rapporto, ma non sono sicuro che l’avremo ancora… Sono molto deluso perché Elon conosceva i meccanismi interni di questa legge meglio quasi di chiunque altro qui presente, meglio di voi. Sapeva tutto. Non aveva alcun problema. All’improvviso, ha avuto un problema. E il problema è sorto solo quando ha scoperto che avremmo dovuto tagliare l’obbligo di veicoli elettrici, perché sono miliardi di dollari, tanti soldi, per i veicoli elettrici… Elon lo sapeva dall’inizio, dal molto tempo.

Quando se n’è andato ha detto le cose più belle su di me, non ha ancora detto niente di male, ma sono sicuro che sarà la prossima cosa… Ho aiutato molto Elon…

Elon ha lavorato duramente al DOGE e penso che gli manchi quel posto… Penso che se ne sia andato e non sia più in questo splendido Studio Ovale… Non è solo Elon, penso che quando alcune persone se ne vanno ne sentano così tanto la mancanza che sviluppano una specie di TDS (Trump derangement syndrome, ndr)… alcuni lo accettano, altri diventano ostili.

Lo scambio sui social

Musk ha risposto con una valanga di post su X:

Falso, questa proposta di legge non mi è mai stata mostrata nemmeno una volta ed è stata approvata nel cuore della notte, così velocemente che quasi nessuno al Congresso è riuscito a leggerla!

Senza di me, Trump avrebbe perso le elezioni, i Democratici avrebbero il controllo della Camera e i Repubblicani sarebbero 51-49 al Senato.

È il momento di sganciare la bomba più grande: Trump è nei file di Epstein. Questo è il vero motivo per cui non sono stati resi pubblici. Buona giornata, DJT!

Quindi la reazione via social di Trump:

Elon si stava logorando, gli ho chiesto di andarsene, gli ho tolto l’obbligo di EV che obbligava tutti ad acquistare auto elettriche che nessun altro voleva (e che sapeva da mesi che avrei fatto!), e lui è semplicemente impazzito.

Il modo più semplice per risparmiare denaro nel nostro bilancio, miliardi e miliardi di dollari, è quello di porre fine ai sussidi e ai contratti governativi di Elon. Mi ha sempre sorpreso che Biden non l’avesse fatto!

Al che, su X, Musk ha minacciato di “dismettere” Dragon, capsula orbitale essenziale per la Nasa e per la Stazione spaziale internazionale. E infine ha lanciato un sondaggio: “È ora di creare un nuovo partito politico in America che rappresenti realmente l’80 per cento della popolazione di centro?”

I file Epstein

Partiamo dai cosiddetti “file Epstein”: molto difficile credere che se ci fosse stato qualcosa di minimamente compromettente su Trump, a parte alcuni voli già noti, i suoi avversari, alla Casa Bianca fino a pochi mesi fa, e l’armata mediatica liberal non sarebbero riusciti a trovare il modo di farlo uscire. Ma vedremo cos’ha in mano Elon.

Il taglio ai sussidi

Il Big Beautiful Bill. Elon non avrà visto il testo, probabile, ma certamente ne conosceva molto bene i contenuti. Ne aveva parlato di recente al Congresso con lo Speaker Mike Johnson. Erano note le sue posizioni da falco sul debito e la spesa. Lui stesso, in un’intervista con Trump accanto, aveva spiegato quali dovessero essere i principi di politica economica da seguire, ma mai si era espresso in termini così irrispettosi. Diciamo che ha incendiato la polemica non appena uscito dall’amministrazione.

D’altra parte non appare molto credibile che sia “impazzito”, come dice Trump, per il taglio dei sussidi ai veicoli elettrici. Anche questa una misura nota da tempo, ribadita da Trump in ogni comizio durante la campagna elettorale, e lo stesso Elon aveva più volte pubblicamente e privatamente spiegato di non essere interessato agli incentivi. Ieri ha ribadito: “Mantenete i tagli agli incentivi per i veicoli elettrici e il solare nel disegno di legge, ma tagliate anche tutti gli aumenti folli della spesa nel Big Ugly Bill in modo che l’America non vada in bancarotta!”

Ideali senza compromessi

Uno dei pregi di Musk è che dice quello che pensa in quel preciso momento e lo dice senza mezzi termini, senza filtri, senza curarsi di qualsiasi “correttezza” politica. Il suo impegno in prima persona nell’amministrazione era sinceramente legato all’obiettivo di riportare il debito Usa sotto controllo, difendere la libertà di espressione, sradicare la cultura woke dalle istituzioni, non di ottenere benefici personali. Aveva solo da perdere dall’esporsi così tanto politicamente.

Qual è allora il motivo di una rottura così clamorosa?

Per arrivare al dunque, crediamo si tratti di un gap tra aspettative e realtà. Da imprenditore mosso da forti ideali, anche rigido sui suoi principi e non abituato al compromesso, come ha spiegato chi lo conosce bene come Andrea Stroppa, e abituato a risolvere i problemi delle sue aziende e a risanarne i bilanci in un paio di settimane di duro lavoro, si è accorto che al governo non funziona così.

Puoi avere un incarico di punta nell’amministrazione, avere dalla tua parte l’inquilino della Casa Bianca, eppure devi scontrarti con mille resistenze ed essere pronto ai compromessi, a farti concavo e convesso a seconda delle situazioni. Non è per tutti.

I dazi e il debito

Sappiamo che Musk è stato tra i più allarmati e contrariati dai dazi di Trump. Sapeva ovviamente che sarebbero stati introdotti ma presumibilmente non si aspettava una simile portata, né gli attacchi a Canada e Messico. Dalla guerra commerciale con la Cina, in particolare dalla stretta di Pechino sulle esportazioni di materie prime, più che dal taglio degli incentivi ai veicoli elettrici, Musk ha molto da perdere.

C’è sicuramente la frustrazione accumulata nei mesi al DOGE per gli ostacoli incontrati all’interno dell’amministrazione e al Congresso, ma qualsiasi operazione di spending review, se vera e non cosmetica, si scontra inevitabilmente con interessi costituiti e ben rappresentati.

Forse si aspettava un sostegno totale da parte del presidente Trump, ma nemmeno il presidente può permettersi di andare allo scontro con tutti i suoi ministri e il suo partito al Congresso, già nei primi mesi di legislatura, quando c’è tutta l’agenda da implementare, e dovendo anzi cercare di tenere insieme le diverse anime del partito e del movimento conservatore.

Arriviamo quindi al controverso Big Beautiful Bill. Le critiche di Musk al disegno di legge sono condivisibili nel merito: taglia la spesa, ma ne mette in cantiere altra, quindi fa troppo poco per rimettere il debito Usa su un sentiero sostenibile.

È anche vero però che il problema del debito pubblico americano è molto complesso, impensabile risolverlo non riformando a fondo i capitoli di spesa più corposi, ma che sono anche quelli più esplosivi politicamente, come i programmi di assistenza sanitaria o del Pentagono. Cosa che non si può fare in pochi mesi.

La perfezione non appartiene a questo mondo, e certamente non al mondo della politica. Le leggi devono passare per il Congresso e in particolare le leggi di spesa sono sempre una mediazione tra la presidenza e i congressmen. In questa legge a Trump interessavano soprattutto due cose: portare a casa i tagli fiscali, scongiurando gli aumenti previsti a legislazione vigente, e mettere in sicurezza il confine e gli investimenti nella difesa. La scommessa è che la crescita generata da meno tasse e semplificazioni contribuisca a ridurre il deficit in rapporto al Pil.

Come ha precisato la Casa Bianca, il Bill è solo uno dei meccanismi che l’amministrazione Trump sta utilizzando per tagliare la spesa ed è un disegno di legge “di riconciliazione”, ovvero uno strumento normativo che “può essere utilizzato solo per apportare modifiche ad alcuni programmi di spesa obbligatori, non è un disegno di legge di stanziamento, che è il modo in cui le azioni governative vengono finanziate su base annuale”.

Il tempo ci dirà se la delusione di Elon sia stata troppo frettolosa e massimalista, o se in effetti abbia visto giusto nell’inquadrare la direzione generale della politica economica dell’amministrazione Trump.

Il danno politico

Resta il rammarico per la rottura di un asse politico formidabile per il mondo conservatore, dal potenziale enorme, tanto temuto dalla sinistra da essere stato immediatamente bersaglio di demonizzazione con ogni mezzo, come chi sosteneva che Trump fosse in mano ai “tecno-oligarchi”.

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