
Attenzione: la sinistra riparta da Péter Magyar, colui che è riuscito a battere l’odiatissimo Viktor Orbán, che riassumeva in sé tutti i peccati che la sinistra non può perdonare: putiniano, trumpiano, amico di Giorgia Meloni e di Israele. Già uno solo di questi peccati è motivo sufficiente per essere definito fascista.
Oggi la sinistra festeggia per i motivi sbagliati la vittoria di un conservatore. E pazienza se l’unico partito o coalizione di centrosinistra presente alle elezioni ungheresi ha preso l’1,2 per cento dei voti e non entrerà in Parlamento.
E il colpo di stato?
Ok, procederemo evidenziando alcuni cortocircuiti dell’europeismo politicamente corretto sulla sconfitta di Orbán per poi concludere con una riflessione sul governo Meloni e il centrodestra.
Quando ieri sera abbiamo letto che Orbán, quando ancora era in pieno svolgimento lo scrutinio, si congratulava con Magyar, abbiamo avuto un sussulto: e il colpo di stato? Dov’è il colpo di stato che molti colleghi avevano paventato? Dove le elezioni truccate da Putin? E i carri armati russi per le strade di Budapest?
La democrazia non è “tornata” in Ungheria. C’è sempre stata. Una democrazia solida, sia ieri quando votava per Orban, sia oggi che ha votato per Magyar.
Orban doveva essere un autocrate davvero mediocre, l’unico che è riuscito a perdere le elezioni nonostante il controllo del sistema dei media e del sistema giudiziario, con una legge elettorale che ha permesso al suo avversario di ottenere una maggioranza dei due terzi in Parlamento con poco più della maggioranza assoluta dei consensi.
Fine naturale di un ciclo
Non è una “vittoria dell’Europa”, né una sconfitta del trumpismo. Orbán, dopo ben 16 anni al governo, è semplicemente arrivato alla fine naturale del suo ciclo politico, sfiduciato per l’eccesso, o presunto tale, di corruzione, come spesso capita ai sistemi di potere troppo longevi – tema infatti centrale della campagna elettorale. Ha cercato di restare al potere? Sì. Ha tentato di instaurare un regime? No. Il suo “illiberalismo” si riduce in definitiva al contrasto all’ideologia woke e all’influenza di Soros.
La nostra sensazione è che Magyar darà non pochi dispiaceri a chi oggi è in giubilo e finirà per deludere gli eurolirici. La domanda è quanto tempo ci metterà e quanto tempo ci metteranno ad accusarlo di essere antieuropeo e fascista.
Orbanismo senza Orbán?
Non va dimenticato che il nuovo premier ungherese ha fatto parte del partito di Orbán, Fidesz, per vent’anni, dal 2002 al 2024, arrivando ad essere uno dei più stretti collaboratori dell’ex premier. La separazione è molto recente, Magyar non ha condiviso il finale di partita di Orbán, contraddistinto dal filo-putinismo spinto, da un eccessivo personalismo e attaccamento al potere.
La torsione finale di un ciclo politico che ha generato dal suo interno un’alternativa, una specie di orbanismo senza più Orbán, o un Orbán senza Putin e senza corruzione.
Il cambiamento di Magyar sarà più di governance che di ideologia. Resterà decisamente a destra per gli standard europei. Continuerà ad opporsi all’immigrazione di massa extra-europea, al multiculturalismo, ai deliri woke e agli eccessi dell’Ue, a perseguire una politica di tasse basse e sostegno alla natalità: l’Ungheria agli ungheresi. E se non lo farà, durerà molto poco. Continuerà ad essere amico degli Usa e di Israele in politica estera e proporrà di portare al 5 per cento del Pil la spesa per la difesa.
Luna di miele con l’Ue
Certo, è prevedibile che ci sarà una luna di miele, una apertura di credito reciproca, tra il nuovo premier ungherese e le istituzioni Ue, che porterà probabilmente alla caduta del veto al prestito da 90 miliardi a Kiev e allo sblocco dei fondi europei per Budapest.
Ma tutti gli interessi nazionali e quasi tutte le politiche ungheresi al centro delle frizioni con Bruxelles negli anni scorsi, vere cause delle accuse strumentali di violazioni dello stato di diritto e della democrazia, resteranno. Semmai, una attenuazione di queste tensioni sarà la naturale conseguenza di un cambio di rotta a livello europeo su temi, per esempio, come l’immigrazione.
Il nuovo corso ungherese sarà senz’altro meno gentile con Putin e più generoso con Zelensky. Ma – ci chiediamo – fino al punto di rinunciare all’energia russa? Fino al punto di non opporsi, o sostenere l’ingresso di Kiev nell’Ue alla fine della guerra? Non scommetteremmo sul “Sì” tedesco, figuriamoci su quello ungherese… Ed è questa inaffidabilità europea, non solo di Budapest, a essere onesti, a preoccupare giustamente Zelensky.
Colpa di Trump?
Orbán ha vinto cinque elezioni, quattro consecutive. La sua leadership e le sue politiche sono state tra quelle di maggiore successo in Occidente. Pensare che la sua eredità, i suoi risultati, verranno ripudiati solo perché ha perso dopo 16 anni di governo, è estremamente ingenuo, o in malafede. Sì, c’è molta strumentalizzazione politica.
Continuare a demonizzare Orbán dopo la sconfitta, riservargli una Piazzale Loreto mediatica, serve per rivitalizzare un europeismo moribondo, per alimentare l’opposizione al governo Meloni e al trumpismo.
In Europa Meloni avrà comunque nel nuovo premier ungherese un alleato, e probabilmente un amico sulla gran parte dei temi, dall’immigrazione all’energia, ma meno scomodo, quindi ci andrà addirittura a guadagnare.
A proposito di Trump, dominerà in questi giorni una narrazione, da sinistra ma anche dall’interno del centrodestra, alla quale Giorgia Meloni farebbe bene a non cadere, perché finalizzata a picconare la sua leadership, a toglierle il terreno da sotto i piedi. La narrazione secondo cui la sconfitta di Orbán sia da attribuire a Trump o alla vicinanza a Trump.
Ci sono casi, come la vittoria di Mark Carney in Canada, dove se ne può discutere, anche se nemmeno lì ne siamo del tutto convinti. Ma sostenerlo seriamente nel caso di Orbán significa non avere senso del ridicolo, oppure dover affermare uno spin al servizio di un disegno politico molto preciso: indurre Giorgia Meloni a rompere con Donald Trump, privandosi così di una sponda, di un riferimento a livello internazionale, per farsi risucchiare nella palude europea.
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