
Non solo Khamenei
L’eliminazione di Khamenei è senz’altro un colpo micidiale per il regime iraniano e può rappresentare una svolta, innescando un processo dall’esito tuttavia incerto – da un colpo di stato militare, alla continuazione della Repubblica Islamica sotto una leadership diversa, più pragmatica, senza escludere una forma del tutto nuova di governo.
Si è comunque aperta una finestra di opportunità per un cambiamento profondo. L’Iran però non è il Venezuela. Quasi mezzo secolo di potere, un collante nel fanatismo ideologico-religioso dai connotati messianici, i pasdaran e milioni di apparatchik pronti a vendere cara la pelle.
Le due figure che stanno serrando i ranghi del regime, il capo del consiglio di sicurezza nazionale Ali Larijani e il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, hanno già avviato le procedure per la successione. Mentre Trump e Netanyahu si rivolgono agli iraniani perché non perdano questa occasione, unica nell’arco di una generazione, di riprendersi il proprio Paese, la principale preoccupazione che trapela dal richiamo all’unità e dai moniti di Larijani è la disgregazione del Paese su base etnica (curdi, azeri, baluci).
Un nuovo Medio Oriente
Se la campagna iraniana dovesse davvero portare nelle prossime settimane o mesi alla caduta degli ayatollah, o alla loro resa, Trump avrebbe rimodellato il Medio Oriente sulla base del dominio degli alleati Usa – Israele, monarchie del Golfo, Turchia – smantellando un altro pilastro, dopo il Venezuela, dell’architettura globale dell’asse Pechino-Mosca. Altro che Via della Seta, si aprirebbe lo spazio per l’IMEC, il corridoio economico che dall’India porta in Europa attraverso il Medio Oriente (gli alleati Usa: Emirati, Arabia Saudita, Israele).
America all’offensiva
I soliti “esperti”, gli stessi che nonostante tutte le evidenze erano certi che la Russia non avrebbe invaso l’Ucraina, oggi parlano di “follia” o “nevrosi” alla Casa Bianca. Si può detestare Donald Trump per mille motivi, ma non si può sostenere che le sue azioni di politica estera siano figlie di caos e improvvisazione.
L’establishment europeo è spesso spiazzato dalle iniziative Usa, ma a causa della sua stessa miopia, dal ritardo dell’Europa nel riconoscere e adeguarsi alla nuova realtà geopolitica, di cui invece a Washington sono ben consapevoli. Come ha sottolineato il segretario di Stato Marco Rubio:
Il mondo sta cambiando molto velocemente proprio davanti ai nostri occhi. Il vecchio mondo è morto. Viviamo in una nuova era geopolitica, e richiederà a tutti noi di rivalutare il nostro ruolo.
Ed è ciò che sta avvenendo. Chi imputa la “destabilizzazione” alle azioni Usa, evidentemente ignora o peggio non disprezza due decenni di destabilizzazioni russe e cinesi volte a sfidare l’ordine internazionale a guida americana.
“America First” non è mai stato un programma isolazionista, bensì di restauro del potere americano a tutti i livelli. L’amministrazione Trump ha compreso che l’inerzia del sistema internazionale non stava rafforzando ma erodendo l’egemonia Usa e si sta muovendo con estrema rapidità per consolidare l’impero americano, dall’emisfero occidentale alla sua periferia (Europa e Medio Oriente).
Canale di Panama, Venezuela, ora l’Iran e probabilmente Cuba, cessate il fuoco in Ucraina e a Gaza, Groenlandia, riallineamento degli alleati europei dormienti o recalcitranti, sono tutti fronti collegati nel contesto della nuova Guerra Fredda con la Cina.
Trump “ha ereditato un mondo in cui si era formato un asse di avversari degli Stati Uniti ed era in marcia. Sta facendo pressione su quell’asse nei suoi anelli più deboli”, sottolinea l’Editorial Board del Wall Street Journal. Sulle stesse colonne, Seth Cropsey annota che “ancora una volta il presidente ha agito con decisione contro un partner esposto delle grandi potenze rivali. Lo ha fatto in Venezuela. Lo sta facendo a Cuba… La sua strategia è coerente e prudente: esercitando una pressione sistematica su avversari esposti, indebolisce l’influenza dei rivali strategici“.
L’anti-trumpismo impedisce di vedere che Washington non sta solo puntellando il proprio emisfero, ma sta sfidando attivamente l’influenza cinese e russa in Eurasia. Passando all’offensiva, sta invertendo l’inerzia del confronto, per la prima volta da molto tempo a sfavore di Pechino e Mosca.
Il dominio energetico
In questo consiste in breve la dottrina “Donroe”: mettere ordine in casa propria, cacciando dove presente l’influenza cinese e russa, riscrivendo i rapporti commerciali con alleati e partner, mettendo in sicurezza le catene di approvvigionamento e riducendo il gap sui minerali critici, e dissuadere Pechino e Mosca da iniziative offensive assicurandosi il dominio energetico.
Per questo, riprendendo un filo conduttore del suo primo mandato, Trump attribuisce un’importanza cruciale alla produzione domestica Usa e all’alleanza con i Sauditi. Taiwan si difende anche e forse soprattutto esponendo Pechino ad una dipendenza da fonti energetiche che non può controllare. Oggi l’Iran, sottoposto a sanzioni, esattamente come il Venezuela ieri, esporta la gran parte del suo petrolio (quasi il 90 per cento) verso la Cina a prezzo fortemente scontato, permettendole di risparmiare miliardi di dollari.
Perdere Teheran dopo Caracas, metterebbe in discussione le certezze cinesi. Con chi dovrebbe parlare Pechino per acquistare petrolio venezuelano e iraniano? Giusto, The Donald. Non è scontato che tutto vada per il verso giusto, ma l’inazione non è più un’opzione e non si può certo non vedere una strategia nelle mosse Usa.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).