
Quanto conta il fattore umano? Nel bene o nel male, con Donald Trump tantissimo. Una frase mi ha colpito, affidata ai social prima che si imbarcasse sull’Air Force One destinazione L’Aia per il summit Nato, subito dopo i 12 giorni letteralmente di fuoco tra Israele e Iran.
Diretto alla Nato, dove, nella peggiore delle ipotesi, sarà un periodo molto più calmo di quello che ho appena vissuto con Israele e Iran. Non vedo l’ora di rivedere tutti i miei cari amici europei e non solo. Spero che si realizzino grandi cose!
Il fattore umano
Un post dal quale traspariva la pesantezza, evidentemente anche per uno sbruffone, molti direbbero pagliaccio, come lui, di decisioni comunque dall’impatto enorme con margini di rischio elevatissimi. Nonostante siamo abituati a considerare scontato che non ami particolarmente molti leader europei, che non proprio a torto vede come scrocconi e ingrati, c’era la consapevolezza di andare a trattare, anche duramente, ma comunque con “amici”. E come vedremo più avanti, uscirà dal summit con sensazioni ancora più positive…
Probabilmente questo stato mentale, l’essersi lasciato alle spalle le tensioni culminate con l’attacco dei B-2 al programma nucleare iraniano, la temuta rappresaglia di Teheran che avrebbe potuto coinvolgere più a fondo gli Usa nel conflitto, e infine le prime fragilissime ore di tregua, diretto ad un consesso nel quale la cosa peggiore che poteva capitargli era trovarsi di fronte il sorrisetto arrogante di Emmanuel Macron, deve averlo ben disposto.
Al di qua dell’Atlantico c’era invece molta preoccupazione. Trump è imprevedibile, tutto può succedere, e il timore che il vertice potesse finire in vacca si toccava con mano, alla vigilia. Un clima negativo alimentato certamente dai soliti media mainstream, impegnati ad estorcere al presidente Usa e agli altri leader qualsiasi mezza frase che potesse apparire contundente e a scegliersi tra le dichiarazioni da riportare solo quelle più divisive.
I meriti di Rutte
Ebbene, il vertice Nato non poteva andare meglio. Merito anche del lavoro preliminare del segretario Mark Rutte, nonché delle sue capacità comunicative. Ha saputo non solo portare tutti i membri a firmare il nuovo livello di spesa richiesto dall’amministrazione Usa, in tempi ragionevoli, evitando ogni possibile contrasto sul dossier Russia-Ucraina, ma anche entrare in piena sintonia con il presidente nei modi e nel linguaggio, come dimostra l’sms diffuso da Trump.
Effusioni e tensioni
A livello di clima generale, nelle uscite pubbliche dei leader, abbiamo assistito a momenti di rara empatia e vere e proprie effusioni con Trump protagonista: con il già citato Rutte, con Zelensky, con una giornalista ucraina della Bbc.
Le uniche tensioni sono state con i media liberal Usa, che da giorni provano a spingere la narrazione secondo cui l’attacco all’Iran non sia stato efficace. Bizzarro che per settimane abbiano messo in dubbio che gli ayatollah fossero vicini all’atomica, e quindi che fosse necessario attaccare, e ora si preoccupino che l’attacco non l’abbia ritardata abbastanza. E con la Spagna di Pedro Sanchez: “È terribile, non vuole pagare la sua quota, le applicheremo dazi doppi”, ha tuonato Trump.
Ma partiamo dalla sostanza. Ora, se fino ad oggi il dossier ucraino è stato fallimentare, il presidente Usa non è ancora riuscito a cavare un ragno dal buco, se non un accordo con Kiev sulle risorse minerarie, in queste due settimane ha obiettivamente colto due successi pieni: Iran e Nato. Del primo abbiamo già parlato.
Spesa al 5% del Pil
Si può anche ironizzare sull’enfasi posta dal segretario Rutte sul maggiore contributo europeo all’Alleanza e sui meriti di Trump, ma non c’è dubbio che se i Paesi Nato si sono impegnati a raggiungere entro il 2035 un livello di spesa nella difesa del 5 per cento in rapporto al Pil (3,5 militare in senso stretto, 1,5 nella difesa di infrastrutture critiche e nello sviluppo tecnologico) è grazie alle “sculacciate” di Trump.
Ci ripetiamo da anni che gli apparati militari e industriali europei sono in dismissione, l’aggressione russa ne ha messo in luce le gravi carenze, ci ripetiamo anche che gli Stati Uniti sono chiamati a dirottare sempre più risorse, politiche e militari, verso l’Indo-Pacifico, e come abbiamo visto nelle ultime settimane ancora in Medio Oriente (anche nel nostro interesse, perché contrastare le mire di Pechino e difendere le rotte commerciali ci riguarda), ma fino ad oggi abbiamo risposto picche ad ogni presidente Usa che ci ha gentilmente chiesto di fare di più. Ci sono volute le sculacciate di Trump, del quale però nel frattempo abbiamo detto peste e corna.
Sarà mica che la motivazione delle sue uscite dure e sprezzanti nei confronti degli alleati europei e della Nato fosse quella più banale, ovvero non la volontà di abbandonare l’Alleanza e l’Europa, ma di spingerci a contribuire di più? Non con le buone, che finora non hanno funzionato, ma con le cattive, mettendoci di fronte alla minaccia di un ritiro Usa?
Sostegno all’Ucraina
Anche sull’Ucraina il vertice è andato bene. Nella dichiarazione finale i 32 Paesi riaffermano il loro “fermo impegno per la difesa collettiva come sancito dall’articolo 5 del Trattato di Washington – che un attacco a uno è un attacco a tutti” – e definiscono la Russia una “minaccia a lungo termine per la sicurezza euro-atlantica”, collegandola direttamente al nuovo obiettivo di spesa al 5 per cento del Pil.
Nel testo non c’è l’adesione di Kiev all’Alleanza Atlantica, né il riferimento all’ipocrita, perché irrealistico già prima di Trump, “percorso irreversibile” – ma c’è l’impegno a fornire “duraturo supporto all’Ucraina”, affermando che “la sua sicurezza contribuisce alla nostra” e che, “a tal fine, includeranno contributi diretti alla difesa dell’Ucraina e alla sua industria della difesa nel calcolo della spesa per la difesa degli alleati”.
Zelensky coraggioso
Amichevole l’incontro del presidente Usa con Volodymyr Zelensky: Trump ha avuto parole di apprezzamento per il presidente ucraino, una delle rare volte:
Ho avuto un buon incontro con Zelensky. È stato molto gentile, in realtà. Abbiamo attraversato momenti difficili. Non avrebbe potuto essere più gentile. Parlerò con Vladimir Putin e vedremo se possiamo porre fine alla guerra. Zelensky sta combattendo una battaglia coraggiosa. Una battaglia dura.
Putin possibile nemico
Al contrario, è stato caustico con Vladimir Putin. È un nemico? “È possibile”, ha risposto Trump. “So una cosa, che vorrebbe risolverla. Vorrebbe uscire da questa situazione, è un disastro per lui”. E ha raccontato di una recente telefonata in cui il presidente russo si è offerto di aiutarlo con l’Iran: “No, tu puoi aiutarmi con la Russia“, gli ha risposto. E ha aggiunto: “No, considero Putin una persona che è stata fuorviata. Onestamente, sono molto sorpreso. Pensavo che avremmo risolto la questione più facilmente”. Ma “Putin è stato più difficile. Francamente, ho avuto qualche problema con Zelensky. Ed è stato più difficile di altre guerre”.
Per quanto riguarda maggiori contributi per la difesa dell’Ucraina, ha risposto “vedremo cosa succederà, Vladimir Putin deve davvero porre fine a questa guerra“. Non lo ammetterà mai, ma forse ha cominciato a capire di essersi sbagliato sui motivi alla base della guerra e sugli obiettivi di Putin.
Patriot agli ucraini
Trump sa essere incredibilmente brutale ma anche empatico come pochi leader. Lo è stato, durante la sua conferenza stampa, con una giornalista ucraina della Bbc che gli chiedeva se intendesse fornire a Kiev più sistemi di difesa Patriot. Le ha chiesto da dove provenisse, è venuto fuori che il marito è un soldato, e che ora si trova in Ucraina, mentre lei a Varsavia: “Wow, è dura vero?”. Lei annuisce. E lui risponde: “Vogliono avere i missili antimissile, come li chiamano loro. I Patriot. Vedremo se possiamo renderne disponibili alcuni. Sai, sono molto difficili da ottenere. Ne abbiamo bisogno anche noi, li abbiamo forniti a Israele. Sono molto efficaci, al 100 per cento… Questa è una domanda molto buona. Ti auguro molta fortuna, vedo che ti turba molto”.
Dichiarazione d’amore
Le parole di commiato del presidente Usa dal vertice suonano quasi come una dichiarazione d’amore, una inaspettata svolta nel suo atteggiamento nei confronti della Nato e degli alleati:
Sono venuto qui perché era qualcosa che si supponeva dovessi fare, ma me ne sono andato un po’ diverso… Ho visto i leader di questi Paesi alzarsi in piedi. E l’amore e la passione che hanno dimostrato per i loro Paesi sono stati incredibili. Non ho mai visto niente di simile. Vogliono proteggere i loro Paesi. E hanno bisogno degli Stati Uniti. E senza gli Stati Uniti, non sarà la stessa cosa. È stato davvero commovente vederlo. È stato grandioso. E me ne sono andato da qui diverso. Me ne sono andato dicendo che queste persone amano davvero i loro Paesi. Non è una fregatura. E noi siamo qui per aiutarli a proteggere i loro Paesi.
Mai Trump aveva espresso un sostegno così convinto ad un’Alleanza che in passato aveva lasciato intendere di poter addirittura abbandonare.
Alla fine quindi hanno vinto tutti: Trump porta a casa il 5 per cento, gli europei evitano strappi e si assicurano l’impegno di Washington nell’Alleanza. Ha ragione il cancelliere Friedrich Merz: è un “accordo storico, un segnale di forza”. Sì, un segnale di vitalità, un accordo che risveglia l’Alleanza da una specie di letargo. Vince Zelensky, che non ottiene la promessa dell’adesione, ma incassa il sostegno e un cambiamento di postura di Trump nei confronti di Putin.