
Subito dopo l’odioso attacco di Hamas a Israele, Atlantico Quotidiano aveva intervistato Fiammetta Martegani che da Tel Aviv ci aveva raccontato come la vita fosse cambiata nel giro di pochi giorni. Sono passati molti mesi, quasi due anni, e la situazione è potremmo dire precipitata.
La guerra è ora anche preventiva contro l’Iran che risponde con bombardamenti costanti sulle città principali del Paese. Abbiamo pertanto pensato di ricontattare Fiammetta, che dall’interno del suo bunker ha risposto alle nostre domande. L’intervista ha avuto luogo mercoledì 18 giugno 2025.
Tutto inizia il 7 Ottobre
MARCO HUGO BARSOTTI: come stai vivendo e come state vivendo voi la situazione in Israele?
FIAMMETTA MARTEGANI: Allora, come stiamo vivendo? C’è sia la questione pratica, ovvero convivere con i bombardamenti in una situazione in cui non tutti, anzi la maggioranza degli israeliani, non hanno un bunker in casa. E questa è la parte, diciamo, tecnica.
Poi c’è la parte, diciamo, emotiva e politica, ovvero come convivere con un conflitto che ormai sta quasi raggiungendo i due anni, visto che il 7 ottobre 2025 è dietro l’angolo, quindi è anche necessario collocare il conflitto tra Israele e Iran all’interno di un conflitto più ampio, poiché ciò che è accaduto è il 7 ottobre, non è accaduto per caso, ma per interrompere gli Accordi di Abramo che erano stati avviati nel 2020 nel corso della prima amministrazione Trump.
E poiché questi presupponevano una pacificazione del Medio Oriente, uno degli scopi principali dell’attacco di Hamas era proprio quello di impedirlo, essendo Hamas un proxy dell’Iran. Il motivo per cui questo intervento militare in Iran sta andando avanti è sia l’intenzione di concludere la guerra iniziata il 7 Ottobre, sia cercare di ristabilire gli equilibri della regione.
Minaccia esistenziale
MHB: Fiammetta, molti sono perplessi sull’aggressività di Netanyahu, prima su Gaza e ora su Teheran, ma c’è chi dice che questa cosa andava fatta in quanto il programma nucleare iraniano era una sfida esistenziale per Israele.
FM: Nonostante Israele sia sempre stata molto divisa sull’operato di Netanyahu, prima ancora del 7 Ottobre, e soprattutto negli ultimi mesi di guerra a causa dell’impasse in cui si trovava l’esercito israeliano a Gaza, stando ai sondaggi di solo una settimana fa il 70 per cento della popolazione israeliana avrebbe voluto uscire da Gaza.
Oggi, in un certo senso, la situazione si è ribaltata, per cui se prima da destra a sinistra, a parte i fan storici di Netanyahu, il 70 per cento degli israeliani avrebbero voluto uscire da Gaza, adesso da destra a sinistra, quindi i fan di Netanyahu ma anche il restante 70 per cento della popolazione sono invece uniti sul fatto che è necessario andare avanti con questa operazione in Iran.
Per due ragioni: da un lato perché per arginare lo tsunami che si è scatenato il 7 Ottobre è necessario chiudere il rubinetto che ha causato queste inondazioni: il rubinetto è l’Iran, quindi questo è forse l’unico modo per porre fine alla guerra cominciata il 7 Ottobre. Inoltre, come dicevo, perché è anche una guerra di tipo ideologico, che va avanti da quasi 50 anni, da quando è stato instaurato il regime totalitario a Teheran che da allora ha sconvolto tutti gli equilibri regionali.
Non dimentichiamoci che i rapporti tra il popolo ebraico e quello persiano sono antichi, dai tempi di Ciro il Grande, e ancora oggi in Israele ci sono ebrei scappati dalla Persia dopo che è stato preso il potere da parte del regime totalitario e che sono in ottimi rapporti con gli iraniani contro il regime.
Quindi, per Israele, sconfiggere il regime non è soltanto la vittoria di questa battaglia, cioè la conclusione della guerra che è cominciata il 7 Ottobre ma, soprattutto, una vittoria sul piano regionale, per ristabilire gli equilibri regionali senza i quali Israele non può continuare a esistere, come è mostrato dalle difficoltà che si trova a fronteggiare da decenni con i vari proxy dell’Iran: gli Houthi in Yemen, Hezbollah il Libano, le milizie irachene e Hamas a Gaza.
Vita a 90 secondi dal bunker
MHB: Riesci a darci oltre alla tua opinione quello che è il sentimento comune della gente per strada?
FM: Non tutti in Israele, anzi sono una minoranza gli israeliani che hanno il bunker in casa e quindi avendo soltanto 90 secondi di tempo a disposizione per entrare nel bunker è necessario, se non lo si ha in casa, stare nei bunker pubblici.
La cosa buona è che Israele è colma di bunker pubblici perché fin dagli anni ’90, quando è iniziata la Guerra del Golfo, poiché arrivavano missili dall’Iraq, si sono attrezzati di conseguenza. La cosa più scomoda, avendo solo 90 secondi a disposizione, è che tutti vivono a ridosso dei bunker, che fortunatamente sono spesso collocati nei pressi di parchi, campi di calcio, nei pressi di scuole, che tra l’altro sono tutte chiuse, ovviamente, da quando è cominciata la guerra.
Per esempio, mio figlio ha nove anni e per ammazzare il tempo gioca a calcio, non avendo scuola. Lo accompagno al campo di calcio col computer con cui lavoro in modo di essere accanto a lui e a 90 secondi dal bunker se succede qualcosa. Per fortuna ci sono i negozi alimentari aperti tra l’uno e gli altri, ne approfitto per fare la spesa o portare giù il cane.
Sono momenti molto simili a quello del Covid, con tutto chiuso, tranne alimentari e beni di prima necessità, farmaci, etc. In ogni caso, come le scuole chiuse, i genitori, di fatto, lavorano fino ad un certo a punto, avendo i figli a casa. Ma come potete immaginare non si può lavorare veramente in questa modalità, avendo Zoom di lavoro e nel mezzo degli Zoom la sirene.
Il dramma nel dramma
A parte il disagio sia nel lavorare, sia per chi ha trasferito materassi e coperte nei bunker, c’è il dramma nel dramma, ovvero che non lavorando, la situazione economica che già era precipitata negli ultimi 20 mesi a causa del 7 Ottobre ora sta precipitando ancora di più, perché è un Paese che di fatto non sta lavorando da due anni.
Il turismo non esiste più e Israele viveva tantissimo di questo. Anche tutti gli investimenti legati a Startup Nation sono cessati perché un venture capitalist che decide di investire un milione di dollari ovviamente vuole prima visitare il luogo, e questo non è possibile. Quindi i danni di questa guerra, che non è cominciata la settimana scorsa ma il 7 Ottobre, le ripercussioni, sono enormi e ci vorranno anni e anni per riprendersi e per ricostruire il Paese.