Al di là delle solite frasi fatte, ecco com’è andata a Genova

Da una parte, un candidato quasi ignoto ai genovesi, che ha pagato l'affaire Toti e la mancata discontinuità. Dall'altra, disuniti vincenti, l'odio come collante universale

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Salis Piciocchi elezioni Genova

“Tantu, pe mi, sun tutti paegi…”. In dialetto genovese (mi scuseranno i corregionali per non aver detto “lingua ligure”) significa “Tanto, per me, sono tutti uguali”. La scoperta dell’acqua calda, ovvero l’inevitabile celebrazione del luogo comune.

Banalità post-voto

Anche questa volta, dopo una tornata di voto locale, è la solita tiritera di frasi fatte, fritte, a frotte (e qui ci starebbe l’assonanza: “perché siamo alla frutta”). Ed ecco rispuntare la sagra (o la saga) delle banalità post-voto. “Uniti si vince” è la prima, abusata equamente tra centrodestra e centrosinistra, per passare al solito “Sono realtà locali, impossibile paragonarle con quelle nazionali” dei perdenti, per finire trionfalmente nell’insopportabile “È stata una campagna elettorale caratterizzata da toni eccessivi” che la neo-sindacO (la maiuscola finale non è un refuso) di Genova, Silvia Salis non ci ha risparmiato neppure stavolta.

Parliamo di Genova

In realtà, in un Paese in cui si vota per qualcosa almeno una volta l’anno, un po’ vince una parte ed un po’ l’altra, seguendo il “non schema” di un’alternanza di fatto, caratterizzata dal medio periodo, che contraddistingue gli ondivaghi umori d’un elettorato ormai disamorato dei partiti e sempre più proteso a votare la faccia del candidato più che il suo programma.

Non parlerò né di Ravenna né di Matera, realtà a me del tutto sconosciute, mentre di Genova e di genovesi ne so qualcosa. Cosa sia successo a Genova, è presto detto. Una robusta maggioranza della candidata di sinistra, che ha incassato un consenso per oltre il 51 per cento delle preferenze, mentre il rappresentante del centrodestra, Pietro Piciocchi, ha dovuto accontentarsi di poco più del 42 per cento dei voti espressi dai genovesi. Una netta sconfitta del centrodestra, e pure al primo turno.

Il fattore Toti

Per azzardare un’analisi ad ampio raggio, bisogna partire dal terremoto che ha investito la Regione e la sua massima carica elettiva, Giovanni Toti, nello scorso anno 2024. Si potrebbe dire che l’onda lunga dell’affaire porto di Genova, com’era prevedibile, avrebbe colpito duramente il centrodestra alle prime elezioni amministrative disponibili.

La vicenda del clamoroso arresto del governatore della Liguria e le vicende giudiziarie dei più prominenti gestori del traffico portuale, con annessi e connessi, non poteva non creare fastidio ed un certo disappunto su entrambe le sponde dello schieramento politico. I colpevolisti, a sinistra, come sempre assai poco garantisti quando si tratti di un politico avversario hanno, di fatto, punito chi di Giovanni Toti ha raccolto l’eredità politica, a cominciare dal sindaco Bucci, di cui il candidato Piciocchi fu il vice, ma, curiosamente, più che prendersela con lo stesso Bucci, l’hanno fatta pagare al suo successore.

Da parte loro, gli innocentisti (mi riferisco sempre a Toti) hanno probabilmente disapprovato la mancanza di un rimpasto nella Giunta che, al contrario, ha proposto l’ex assessore Piciocchi come nuovo sindaco, dopo la vittoria elettorale di Bucci alle regionali. Un rimpasto che, a detta dei più cauti e conservatori, sarebbe stato un segnale di discontinuità con l’amministrazione della cosa pubblica genovese che, comunque la si voglia giudicare, ha presentato una certa ambiguità e qualche opacità, soprattutto nei rapporti tra la potente imprenditoria portuale ligure e l’amministrazione. E non importa un granché se, più che punire l’ex sindaco, che non s’accorse che qualcosa non andava in porto, ha punito il vicesindaco e suo candidato successore.

Tendenza alla rivolta

A Genova, da sempre, succedono cose strane e le fazioni sono sempre state una caratteristica importante nelle vicende politiche locali. Già dal Medioevo, ma, soprattutto all’epoca delle Repubbliche Marinare e dei Dogi, a Genova le cose cambiano improvvisamente, da un giorno all’altro, e scendere dagli altari alla strada in un batter d’occhio è da sempre un rischio da tener ben presente per chi la voglia governare.

Già dal Cinquecento, con la Congiura dei Fieschi, persino le più potenti famiglie locali dovettero fare i conti con l’innata tendenza dei genovesi alla rivolta. Basta poco per tramutare gli amici in fieri oppositori e qualche segnale di mancata compattezza, qualche dannoso distinguo nell’ex squadra Toti-Bucci l’hanno notato in molti.

Disuniti vincenti

Dall’altra parte, la sbandierata unità e coesione c’è sicuramente stata: uniti nella totale disorganizzazione e nel dubbio su chi proporre come sindaco fino a pochi giorni prima del voto, una caratteristica che non è soltanto ligure, ma apparentemente a tutto il centrosinistra nazionale.

Il paradosso dei “disuniti vincenti” è un paradigma che rischia d’entrare nella storia della politica italiana, soprattutto perché, a quanto pare, l’odio viscerale per la parte avversa sembra dare risultati concreti, e, di certo, costituisce un collante universale che costa poco, non sporca le mani e fa presa in fretta.

I candidati

I candidati? Niente di che, ad essere sinceri. Il centrodestra ha presentato il suddetto ex vicesindaco ed ex assessore nella Giunta Bucci, quale vicesindaco reggente, un predestinato. Avvocato amministrativista e docente universitario all’Università Bocconi di Milano (e questa è già una “colpa” dell’avvocato: non insegnare a Genova) ha, inoltre, una spiccata connotazione cattolica (fa parte dell’Opus Dei) e, di questi tempi, più che mai in una Genova tutt’altro che bigotta, non porta bene al voto generalizzato. Più uomo di Bucci che uomo di partito, partiva in svantaggio, per i motivi visti sopra.

Il nuovo sindaco di Genova, Silvia Salis, ha probabilmente raccolto in sé gli elementi “giusti” per vincere. Figlia di un modesto custode, ultracomunista, ha sparato sapientemente quella cartuccia per strizzare l’occhio alla Genova operaia, persino a quella dei “compagni che sbagliano” che l’hanno votata solo per quello.

Da parte sua, ha fatto soltanto sport, e pure bene (dieci volte campionessa italiana di lancio del martello, con un paio di Olimpiadi nel carniere) e quindi ha già avuto l’incommensurabile merito di non avere ancora fatto guai in politica, seppure con un punto interrogativo grande come un palazzo di Sampierdarena sulla sua capacità politica e amministrativa.

Genova è una delle più importanti città italiane e, tranne miracoli, ci vuole qualcosina in più di un bravo sportivo per stare sul ponte di comando. D’altra parte, signori miei, in un periodo in cui la gente vorrebbe Sinner come presidente del Consiglio e Maradona come nume ispiratore e padre della Repubblica Italiana, cosa possiamo pretendere?

Formula Miss Italia

Capita l’antifona? Da una parte quell’anima lunga di Piciocchi, pressoché ignoto ai genovesi ha pagato il debito per la sua fedeltà ad un gruppo politico che si è lasciato invischiare nelle efficacissime manovre giudiziarie alle quali siamo ormai abituati, un gruppo di potere che parrebbe essere stato ampiamente turlupinato dai soliti volponi del solito porto.

Dall’altra, una perfetta sconosciuta alla politica, che si presenta bene, veste bene, sorride spesso e sta sulle generali. Ha capito che la formula da Miss Italia funziona. La pace nel mondo. Dirà: “Sarò la sindaca di tutti”, che “non lasceremo indietro nessuno” e le solite facezie di un panorama politico deludente e mediocre, nel qual i cavalli di razza sono ormai lontanissimi e tutto procederà nel solito modo, con la loro gattopardesca malizia e un bel pellicciotto sul petto.

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