Giustizia

Altro che storica, riforma Cartabia inutile: l’onda lunga del populismo giudiziario

Da Mani Pulite al punto di rottura: urne vuote, indifferenza, governi tecnici, elezioni come fastidio. Cultura garantista in minoranza

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A pochi giorni dall’esito infausto della consultazione referendaria sulla giustizia, è arrivata l’approvazione definitiva della riforma Cartabia, il cui iter parlamentare è stato inevitabilmente accelerato proprio dal mancato raggiungimento del quorum che ha indebolito le istanze più garantiste.

Confronto parlamentare mortificato

Com’è diventata ormai consolidata abitudine, sono stati bocciati tutti gli emendamenti proposti. Anzi, la sola presentazione di richieste di modifica viene guardata con fastidio. Tanto è vero che, per evitare intralci o ritardi, Enrico Letta aveva paventato ancora una volta il ricorso al voto di fiducia per blindare l’approvazione delle norme, prassi piuttosto discutibile vista e considerata la maggioranza ampissima che sostiene il governo.

Evidentemente, il confronto parlamentare ne esce ancora mortificato e si avverte la sgradevole sensazione che ogni provvedimento sia blindato e immodificabile.

Riforma più inutile che dannosa

Allora, non c’è da meravigliarsi se il testo predisposto dal ministro della giustizia sia stato bollato come “più inutile che dannoso” da un esponente della stessa maggioranza come l’ex premier Matteo Renzi. O che ci siano stati degli astenuti tra le file leghiste o dei voti favorevoli espressi con molte riserve.

D’altronde, appare piuttosto iperbolica l’espressione usata dal ministro Marta Cartabia che ha definito questa riforma “un passaggio storico”. Per la verità, non si rinviene nulla di epocale nelle norme licenziate in via definitiva dal Senato, né è stato fatto uno sforzo per recepire qualcuna delle proposte referendarie.

Infatti, anziché procedere con la separazione delle funzioni come avanzata dal comitato promotore, gli uffici ministeriali hanno congegnato questa regola ibrida che permette un solo passaggio tra funzione requirente e giudicante; limite che non si applica in caso di trasferimento dal settore penale a quello civile o dal settore civile alla Procura generale presso la Cassazione.

Già queste blande modifiche hanno fatto storcere il naso all’Anm, che le ritiene incostituzionali e, comunque, una forma surrettizia di separazione delle carriere.

D’altronde, quando si prova a tenere insieme una maggioranza piuttosto disomogenea e prossima alla disarticolazione, allora è arduo andare oltre “un compromesso al ribasso” (il copyright è del senatore Ostellari, presidente della Commissione Giustizia a Palazzo Madama e relatore della legge).

Neppure si è intervenuto in maniera incisiva sui meccanismi di elezione del Csm, stroncando il fenomeno delle correnti. Il sistema elettorale misto, secondo alcuni, peggiora addirittura la situazione proprio perché non tocca il cuore del problema, attribuendo peraltro il potere di determinare i collegi (scartata l’ipotesi del sorteggio) allo stesso ministero di via Arenula.

Gattopardismo

Va senza dire che, nel pacchetto di norme, non vi è alcuna novità significativa sulle situazioni che riguardano più da vicino i cittadini, cioè non vi è la previsione di strumenti per evitare ingiuste detenzioni, riequilibrare i rapporti tra accusa e difesa o per stabilire un sistema equo di indennizzi a favore dei malcapitati.

In sostanza, si ha l’impressione che la riforma Cartabia sia da considerare alla stregua di una cura omeopatica per un malato grave.

Poco consolatorio è il fatto che si sia archiviata la stagione bonafediana nella quale, tra gaffe e furore ideologico, l’allora guardasigilli arrivò perfino a dichiarare che “gli innocenti non vanno in carcere” (per la precisione, negli ultimi trent’anni si sono registrati 30 mila errori giudiziari e lo Stato ha sborsato 27 milioni di euro a titolo di risarcimenti).

In Italia, il cambiamento fa fatica a imporsi e il gattopardismo si mescola sempre alle spinte controriformiste. Angelo Panebianco, con un pezzo assai condivisibile sul Corriere della Sera (che però si è abbastanza disimpegnato nelle settimane referendarie), ha sottolineato il rischio concreto che “l’assetto illiberale del sistema giustizia non potrà davvero essere intaccato”. Più che un pericolo, a questo punto, è quasi una certezza.

Cultura garantista in minoranza

Non si può neppure negare che le tendenze giacobine siano trasversali e abbiano contagiato una larga fetta della società italiana. Infatti, c’è da prendere tristemente atto che la cultura garantista è minoranza.

Storicamente, a essa si contrappone un giustizialismo chiassoso e sguaiato che ha avuto il suo momento più eclatante nella vile aggressione a colpi di monetine contro Bettino Craxi davanti all’hotel Raphael. Quel pomeriggio di fine aprile resta una delle pagine più nere della storia italiana che poi ha spalancato le porte al populismo giudiziario.

Erano trascorsi già dieci anni dall’incredibile arresto di Enzo Tortora cui aveva fatto seguito nel 1987 il trionfale esito del referendum sulla responsabilità civile. Tuttavia, dopo neppure un anno, fu approvata la legge Vassalli che sterilizzò il risultato referendario, scaricando sullo Stato l’onere di risarcire il cittadino vittima di un’ingiustizia.

Tanto, a conti fatti, prevale la mentalità che rende i più garantisti in casa e giustizialisti in trasferta. In pratica, si diventa sensibili alle vicende che riguardano la giustizia solo se si è colpiti direttamente, altrimenti trionfa il più bieco qualunquismo.

Da Mani Pulite al punto di rottura

Così, ancora oggi, ereditiamo le distorsioni seguite all’inchiesta Mani Pulite. Nata con uno scopo nobile, quello di estirpare la corruzione dal sistema politico di allora, si è poi dimostrata una rivoluzione mancata.

Infatti, sulla spinta emotiva provocata pure dal bombardamento mediatico di quell’epoca, vi è stata una metamorfosi del quadro politico con la scomparsa dei partiti tradizionali (alcuni trasmigrati in altre formazioni), nonché di quell’area liberale e laica che poi non è più riuscita a trovare una degna rappresentanza.

Perciò, non deve meravigliare che sulla scena politica si siano affacciati i dipietristi prima e i grillini poi con i loro slogan di impatto immediato. D’altronde, per assecondare il pensiero di chi è seduto al bar e urla che “i politici sono tutti mariuoli” non occorrono raffinati strateghi. Solo che, quando pure gli anti-sistema si dimostrano inconsistenti e costretti a omologarsi per restare al governo, allora si arriva al punto di rottura.

E questo scollamento tra governanti e governati genera disaffezione che provoca disimpegno nelle urne e indifferenza verso temi di cruciale importanza. Insomma, non ci si appassiona più e ci si schiera ancora meno.

Ecco perché gli esecutivi tecnici o di unità nazionale sono diventati la regola e non più l’eccezione con le inevitabili ricadute negative sulle normali dinamiche democratiche. In questo contesto zavorrato dal timore dello scioglimento anticipato delle Camere, il dibattito è anestetizzato, il dissenso viene silenziato e le elezioni sono diventate un fastidio esattamente come i referendum.

Lo Stato detenuto

Allora, ancora una volta, occorre chiamare in causa Sciascia per comprendere questo delicato momento: “In pratica, si trattava di difendere lo Stato contro coloro che lo rappresentavano, lo detenevano. Lo Stato detenuto. E bisognava liberarlo. Ma era in detenzione anche lui: non poteva che tentare di aprire una crepa nel muro”.

E, all’orizzonte, non si intravede nessuna forza propulsiva pronta ad aprire questa crepa. Anzi, viene il sospetto che pure i cittadini si siano assuefatti a questa condizione di perdurante soggezione che il potere sa come incanalare per mettere al riparo lo status quo.

Con l’inconveniente che potremmo ritrovarci anche in futuro maggioranze parlamentari che saranno espressioni per lo più delle minoranze che ancora si recano ai seggi, riforme assai timide come quella della Cartabia, un Paese paralizzato e una giustizia sempre meno giusta.

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