
Lo dico subito: il mio è un punto di vista particolare, a causa dell’esperienza, durata decenni, quale esperto in sicurezza civile e docente abilitato nei corsi di formazione sulla salute e sicurezza dei lavoratori. Da tanto tempo mi occupo (anche) di rischio incendio e credo di aver maturato una certa esperienza nella materia, tanto dal lato teorico che da quello pratico. Questo andava premesso, onde evitare mi si rimproveri di essere troppo severo nei giudizi e, magari, troppo “pompieristico”, ma quella è stata la mia formazione, iniziata nel 1970.
Distinzioni inutili
Poveri ragazzi. Del tutto incolpevoli, sono stati travolti, più che da un evento isolato ed imprevedibile, da un intero sistema contraddistinto da disinformazione e pressapochismo che, ancora una volta, ha mietuto 40 vittime e si spera non se ne debbano contare altre. Spinosa questione, quella dei locali di intrattenimento e, quando siano destinati prevalentemente ai giovani, la cosa oltre a destare un giustificato allarme sociale, tocca il cuore.
A poco o niente serve disquisire sulle (poco) differenziate normative specifiche per i bar o quelle per i locali ove si balla. La società e il costume si evolvono assai più velocemente della normativa e tracciare oggi una linea di demarcazione tra bar, lounge bar, music bar e discoteche è un falso problema, un’inutile perdita di tempo.
Capita facendo riferimento a epoche ormai remote ove nei bar, al massimo, v’era un jukebox e due flipper (ed al cui interno non si ballava), differenziando da quelli i locali da ballo (che dalle balere degli anni ’60 divennero quasi tutte discoteche nei decenni successivi). Non funziona più così, da almeno vent’anni! Ai giovani di oggi importa pochissimo ballare, ma interessa assai raccogliersi dove ci sia un dj che metta musica e fare quattro salti in allegria.
Lo vogliono capire o no, quelli che sproloquiano in tv e si accapigliano per appioppare al tragico e, a quanto pare, inadeguato Le Constellation di Crans questa o quella etichetta? È un inutile esercizio linguistico e ci allontana dalla realtà dei fatti. Nella sostanza, il problema è un altro e riguarda tutti noi, anche se non si eserciti il mestiere di titolare di una licenza di locale pubblico.
Caccia al colpevole
Quanto accaduto in Svizzera la notte di Capodanno non è un caso isolato e, badate bene, come sempre accade, è conseguenza letale di una serie complessa di cause e concause concatenate tra loro, ricorrente per la quasi totalità degli incidente di gravi proporzioni, e ciò capita nel mondo intero.
Si sa, in questi casi, l’opinione pubblica viene stimolata e sospinta dai media a trovare un colpevole, e tutte le classi politiche governanti al mondo cercano di allontanare da loro ogni tipo di responsabilità. Trovati i colpevoli, il caso è chiuso e non importa un granché se si sia fatto qualcosa perché la tragedia non si ripeta.
Primo passo: vietare i fuochi
Da questo punto di vista, un buon punto di partenza sarebbe adeguarsi alle procedure della navigazione marittima o aeronautica. Succede un grave incidente aereo con molte vittime? La prima cosa che si fa è ipotizzare una falla del mezzo di trasporto. Se risultasse che quel modello di aereo o natante possa presentare carenze strutturali, o nella complessa catena uomo-macchina, si fermano subito (soprattutto gli aerei) e si verifica minuziosamente ogni pezzo ed ogni passo delle procedure adottate: questo il primissimo passo da fare.
Nel caso specifico: parrebbe accertato o, quantomeno, fortemente probabile che la fonte d’ignizione dell’incendio siano state le le candele pirotecniche usate ovunque nelle nostre feste. Ebbene, per primo si vieti subito la vendita e l’utilizzo di tali artifizi, senza problema alcuno ed avendo le palle per farlo con autorevole fermezza. Poi vedremo il resto.
Nella tematica della sicurezza, vi sono delle precise fasi operative. Operare subito sulla causa diretta dell’evento dannoso è proprio la base. Iniziare il lavoro indagando sulle concause, i responsabili umani, con le loro eventuali responsabilità penali, chi lascia in commercio e in libero uso materiali pericolosi.
Poi, si vedrà tutto il resto, ma intanto si faccia quello e subito. Se risulteranno oggetti non pericolosi si avrà sempre il tempo e l’opportunità di rimetterli in commercio. Lo facciamo già per gli assai meno dannosi coloranti alimentari e persino per i tappi delle bottiglie d’acqua minerale e tutti si adeguano senza batter ciglio. Potremo fare a meno di petardi, fuochi d’artificio di libero utilizzo oppure delle candeline scintillanti? Assolutamente sì.
Ci vietano di usare la nostra unica auto, una innocua diesel Euro 4 con marmitta catalitica e filtro antiparticolato perfettamente funzionante e nessuno batte ciglio, ma se a Capodanno, per ore intere, l’aria mefitica sovrastante una grande città punteggiata di migliaia di esplosioni di razzi, razzetti, petardini e petardoni va tutto bene e si portano in piazza persino i lattanti o li si tengono sui balconi a portata degli immancabili proiettili vaganti.
La nozione di rischio
Ma che diavolo d’idea della sicurezza abbiamo in Italia? Sicuri di poterci definire più attenti alla scurezza degli svizzeri? Nient’affatto. In materia di sicurezza siamo emeriti somari e vi dico subito il motivo principale. Da noi, parlare di sicurezza annoia o infastidisce.
La sicurezza, per definizione, ma anche in pratica, la si può fare in un unico modo: eliminare tutto quanto sia palesemente pericoloso e adoperarsi per ridurre al minimo le conseguenze dannose derivanti da oggetti, procedure, comportamenti attivi e persino omissioni che, variamente concatenati tra loro, portino ad un danno, dal più lieve fino alla morte.
Se non si può eliminare la causa del danno, perlomeno si mitighino le sue conseguenze. Questo il concetto che non ammette deroghe. Giova ricordare, in termini generali, questa semplice formula: R = P x D. Dove R sta per Rischio, P significa Probabilità che l’evento si verifichi e D vale per intensità del Danno che può produrre.
Dalla formula enunciata qui sopra prende forma la c.d. tabella stocastica del rischio, per cui il rischio è alto sia quando una piccola intensità di danno sia molto probabile (ad esempio: chi maneggi tutto il giorno taglienti fogli di carta) ed è altrettanto alto per chi maneggi anche soltanto due/tre volte al giorno bombole di gas infiammabile. Da ciò si adottino contromisure di sicurezza.
Per restare al rischio specifico d’incendio in un locale chiuso e con molte persone all’interno, possiamo dire che in una discoteca in cui un solo giovane tenga in mano una grossa torcia a fuoco di segnalazione (come quelle usate dalla Polizia Stradale in caso di nebbia fitta) comporta un rischio elevato d’incendio, che rimane però altrettanto alto quando siano venti o trenta ragazzi a tenere in mano, nello stesso spazio chiuso, decine di “innocue” candeline scintillanti. Capito il concetto?
La formazione
La formula stocastica del rischio viene insegnata nei corsi obbligatori a tutti i lavoratori, qualunque attività essi svolgano, e basta avere un solo dipendente oltre al titolare per essere soggetti all’obbligo di formazione sulla sicurezza del lavoro, come previsto dal D.Lgs. 81/2008 e s.m.i.
Così funziona in Italia e penso non cambi molto in Svizzera, benché Paese extracomuntario, la normativa europea si applica solo in parte, per specifiche convenzioni internazionali. Se i dipendenti della “discoteca” siano stati formati o meno, lo sapranno i titolari e, soprattutto gli inquirenti.
Stesso discorso, vale, ovviamente per le dotazioni di sicurezza (es. estintori) ed i requisiti strutturali di quel locale pubblico (numero e tipo degli estintori, presenza e dimensioni delle uscite d’emergenza, uso di materiali ignifughi ecc.). Non è di questo che vogliamo parlare noi, anche perché non si sono mai visti in televisione tanti esperti di securismo come in questi giorni.
Resta il fatto che i giovani non imparano alcunché sulla sicurezza a scuola, tranne nei casi frequentino stage esterni, e a nessuno di loro passa per la mente di verificare se all’interno dei locali che frequentano vi siano estintori ed uscite di sicurezza funzionanti.
Su questo si potrebbe, anzi dovrebbe, fare molto ed è proprio su tale insegnamento datoci da un’immane tragedia, come è accaduto dopo certi terremoti, o per l’albergo a Rigopiano, e questa è responsabilità esclusiva di chi siede in Parlamento o al governo. A loro decidere se la mattanza di Crans-Montana rimanga come monito per un futuro migliore.
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