
“Usi obbedir tacendo e tacendo morir!“. Questa frase, estrapolata dall’opera del conte Costantino Nigra ( 1828-1907) “La rassegna di Novara”, venne adottata come motto, con perfetta appropriatezza, all’Arma dei Carabinieri, prima del più recente “Fedele nei secoli”, certamente meno impegnativo per la Benemerita, i cui appartenenti, quanto a fedeltà e obbedienza, non hanno nulla da rimproverarsi.
Tempo, addietro, proprio su queste pagine, ebbi l’occasione di annotare come il generale Roberto Vannacci, allora in s.p.e. – servizio permanente effettivo – nell’Esercito Italiano, avesse rilasciato un’intervista, anzi più d’una, nella quale esprimeva valutazioni di contenuto dichiaratamente politico, che poi gli fecero da tramite per la sua discesa in politica.
Meglio tacere
In quell’articolo non affrontai il temo della giustezza o meno di quelle opinioni, limitandomi a suggerirgli di tacere fintanto fosse rimasto a tutti gli effetti un alto ufficiale delle nostre Forze Armate. Da civile, e non soltanto da politico, avrebbe poi avuto tutte le opportunità per far sentire la propria voce.
Il militare di carriera dovrebbe sempre tacere su ogni argomento che esuli la materia strettamente militare ed anche su quella meno parla, meglio è. Si sono scritte migliaia di pagine in tema di diritto militare ed a quelle faccia riferimento chi fosse interessato ad approfondire la tematica dal punto di vista regolamentare e giuridico, ma il mio discorso è un altro: la delicatezza del ruolo ricoperto da un generale in servizio è tale da richiedere un quantitativo di prudenza molto superiore a quella di ogni altro cittadino e financo a quella che si richiede ai politici.
Quando parlano i militari, soprattutto di questi tempi più prossimi alla guerra che alla pace, fanno sempre drizzare le orecchie di chi li ascolti e rischiano sempre di aumentare la tensione critica.
Pochi giorni orsono, un altro generale, anzi un generalissimo, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, da poco meno di un anno presidente del Consiglio militare della Nato, nonché ex nostro Capo di Stato Maggiore della Difesa, ha fatto anche peggio del generale Vannacci.
L’uscita di Cavo Dragone
In un’intervista al Financial Times del 1 dicembre di quest’anno ha affermato che la Nato sta considerando una politica più aggressiva nei confronti di Mosca e della sua guerra ibrida, aggiungendo altresì che un “attacco preventivo” potrebbe essere considerato “un’azione difensiva”, anche se poi ha chiosato che tale soluzione sarebbe lontana dal suo modo di pensare. Altro guaio combinato per il solito eccesso di comunicazione.
Senza nulla togliere alla grande competenza militare e la straordinaria attitudine al comando dell’ammiraglio dalle innumerevoli medaglie, tutte meritate, era prevedibile anche da un caporalmaggiore che tale esternazione avrebbe, oltre a determinare l’immediata risposta furente di Mosca, suscitato un vespaio anche in Italia, con l’altrettanto prevedibile aggiustamento del tiro da parte del nostro governo.
La domanda è una sola: perché, ammiraglio, perché? Non spirano già troppi venti di guerra? A parte che la Russia di Putin non sembra tenere in gran conto la Nato e quei Paesi che ne fanno parte (eccettuati gli Stati Uniti) e ce lo dimostra ogni giorno mandando aerei e droni sulle nostre teste senza alcun ritegno e non avendo alcun timore a solcare i mari dall’Artico al Mediterraneo con le sue navi da guerra e i suoi sottomarini nucleari, rimane il forte dubbio sull’opportunità di certe minacce che, diciamolo sinceramente, non si sa quanto potremmo permetterci.
L’avesse detto un Ministro della difesa sarebbe stato meno grave, anche se certamente inopportuno anche dal punto di vista strategico. Si sa, la politica estera è fatta anche di minacce puramente teoriche e sulla necessità di tenere alto il livello di guardia concordano anche i più pacifisti tra gli esperti in strategia. Lo stesso Putin ed i suoi portavoce hanno più volte sventolato lo spauracchio della guerra nucleare totale. Sulla reciproca minaccia dello scontro finale si è basata l’opportunità di pace dal Dopoguerra ad oggi.
Ma ciò che non torna è se tale affermazione (quella dell’attacco preventivo in particolare) vorrebbe essere una sorta di “escusatio non petita” da parte di uno dei massimi comandanti del Patto Atlantico, in vista di un piano operativo imminente, nel qual caso, ci si chiederebbe perché avvertire il nemico in anticipo, rinunciando all’effetto sorpresa. Oppure, potrebbe trattarsi di una studiata e plateale alzata di voce, non so quanto necessaria, a seguito del rinfacciatoci disinteresse per le vicende belliche in Ucraina, forse perché gli italiani sono troppo presi a sventolare le bandiere palestinesi.
Mentre scrivo quest’articolo, vedo comparire un titolo su una della rassegne stampa che leggo quotidianamente: Giorgia Meloni si sarebbe incazzata moltissimo con Cavo Dragone e lo avrebbe strigliato per bene. Non leggo nemmeno l’articolo per valutare quanto vi sia di vero in quel titolo; non importa.
Rimango, tuttavia, dell’opinione che eccettuate le sacrosante chiacchiere da bar, ognuno dovrebbe limitarsi al proprio ambito di attribuzione. Notare: dico “attribuzione” e non “competenza” perché, se aprissimo il libro della competenza, il solito mio amico somaro, stavolta darebbe “un’asinata” per terra da restarci secco. È forse chiedere troppo? Devo ripetere quella del bel tacer… No, amici lettori… avete capito l’antifona.
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