Il “senso dello Stato”? Solo in un rapporto di tipo contrattuale

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Marco Tullio Cicerone, nella sua opera “De re publica”, diceva che la libertà non consiste nell’avere il padrone giusto, ma non averne alcuno. Orbene, anche accettando che lo Stato, inteso come struttura sociale organizzata, debba necessariamente imporsi sulle volontà individuali, laddove il bene collettivo lo richieda, accade spesso che l’uomo comune (quello che deve lavorare per vivere) senta incombere la presenza di un padrone e che questo sia lo Stato.

Quando i cittadini si sentono oppressi da troppe privazioni di libertà individuali, troppe tasse da pagare, troppa difficoltà a lavorare con dignità, dare la colpa allo Stato è un passo obbligato, perché, genericamente, a questo si richiede di darci leggi giuste.

Necessità individuali e ragion di Stato

D’altra parte, chi voglia entrare a far parte dei rappresentanti dello Stato deve accettarlo, come contrappasso per gli enormi privilegi sociali ed economici che ciò comporta. Non si può pretendere da qualsiasi cittadino di ragionare per mezzo di sottili distinguo, di essere un fine analista dei problemi sociali e, comunque, di prendere troppe distanze dalle sue necessità individuali.

Esiste una differenza cruciale tra le necessità individuali (immanenti, non procrastinabili, assolute) e la ragion di Stato. La bolletta che scade porta inevitabilmente alla chiusura della fornitura di quel servizio essenziale, così come non riuscire a curarsi in tempo per mancanza di mezzi economici, stante i tempi epici di certi accertamenti diagnostici pubblici, porta addirittura alla morte. Fine dei discorsi.

Lo Stato dispone di altri tempi, ha sempre riserve economiche alle quali attingere, ha possibilità decisionali immense e di velocissima applicazione (lo abbiamo sperimentato più volte, anche recentissimamente) e tutto ciò rappresenta la cruda sostanza di una assoluta incomparabilità tra le necessità individuali e quelle pubbliche.

Un rapporto contrattuale

Che lo Stato sia la parte forte lo confermano le disposizioni di legge costituzionali, civili, penali, amministrative; su questo non si discute, e ci mancherebbe fosse il contrario.

Ma, siccome sono proprio le suddette leggi statali a tutelare, almeno in astratto, la parte economicamente e socialmente più debole, non sarebbe sbagliato ragionare più spesso in termini contrattuali a proposito di un rapporto tra chi obbliga qualcuno a fare qualcosa e chi viene obbligato, senza dimenticare che chi impone l’obbligo non può permettersi che gli obbligati non obbediscano.

Basti pensare alle sole tasse e tributi vari e la cosa si fa più chiara. Sarebbe quindi auspicabile una diversa impostazione generale, di tipo più prettamente contrattuale, per meglio regolare i rapporti tra impositori e imposti: tu mi dai questo ed io ti do quello.

Come nel sinallagma delle prestazioni corrispettive si condensa la regola madre della disciplina dei contratti, proprio su un sacrosanto contratto dovrebbe basarsi il più giusto e planare senso dello Stato. Io rispetto le regole dello Stato e do ad esso quanto mi richiede perché lo Stato assicura e garantisce ai suoi “sudditi” di vivere in una struttura civile organizzata nella quale i nostri diritti fondamentali siano sacri.

Fateci caso: la prima frase di qualunque intervistato in tv in occasione di qualsivoglia protesta è: “Io pago le tasse e quindi pretendo…”. Giusto. Si pagano le tasse nella speranza che lo Stato provveda alle necessità della collettività, ma anche per garantire ad ogni singolo suo componente salute, sicurezza, libertà di fare tutto ciò che non sia espressamente vietato per legge, garanzia di lavorare in condizioni degne per un corrispettivo economico altrettanto dignitoso, e tutte quelle istanze ulteriori che solo chi legifera e governa può garantire.

Sta tutto qui il senso dello Stato, il resto sono chiacchiere. Se non si garantisce a chi deve attenersi alle norme statali di correggere immediatamente ed efficacemente gli squilibri che, per qualsiasi motivo, si siano creati tra la parte forte e quella più debole, va tutto a farsi friggere.

Non si dimentichi, inoltre, che se uno ha un miliardo in tasca (lo Stato) ed un altro ha soli 50 euro (il cittadino), anche soltanto 5 euro fanno la differenza per una sola parte, e mi vorrete perdonare la banalità di questo ragionamento, che ritengo tuttavia drammaticamente incontrovertibile.

Ora tocca a noi “fare cassa”

Troppo spesso ci vengono ancora ammannite lezioncine morali sulla necessità di fare sacrifici oggi per un futuro migliore, peraltro in piena sintonia con l’ideologia marxista, oppure come quando il governo Prodi ci prelevò quattrini dal conto corrente per permetterci di “pagare il biglietto” per entrare in questa meravigliosa zona euro.

Di sacrifici ne abbiamo fatti anche troppi. Finiti i soldi. Adesso dobbiamo fare cassa noi. Fate un po’ come volete, con le manovre che riterrete più corrette, possibilmente esentandoci e risparmiandoci dai tecnicismi della Ragioneria dello Stato, dei quali, non abbiatevene, a noi cittadini ce n’importa un fico secco, ma adesso fare cassa tocca a noi.

Ne abbiamo diritto. Ci avete depredato in abbondanza del frutto del nostro lavoro. Avete controllato persino gli scontrini del bar all’uscita dalla frettolosa colazione mentre andavamo a lavorare (anche per  garantirvi lo stipendio). Adesso sono finiti i soldi. Finiti. Spero che lo capiscano in fretta, altrimenti sapete cosa se ne possono fare del “senso dello Stato”?

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