Da Parigi a Milano, gli scontri e i saccheggi mostrano le crepe di un modello sociale che ha scambiato la prosperità per una condizione permanente. Ma tra le macerie emerge anche un’Europa che non ha smesso di difendere sé stessa.
Per chi segue da anni il dibattito sull’immigrazione e le sue conseguenze economiche, demografiche e sociali, quanto sta accadendo nelle città europee non rappresenta una sorpresa. Era uno scenario prevedibile, forse addirittura già scritto.
Come avviene in fisica e in chimica, esiste una soglia oltre la quale l’accumulo di pressioni produce una trasformazione improvvisa. Per anni abbiamo osservato crescere le tensioni nelle periferie europee, la frammentazione delle comunità, la crisi del potere d’acquisto e il progressivo indebolimento di un’identità culturale condivisa. Abbiamo continuato a immaginare che il sistema potesse assorbire tutto, indefinitamente. Poi, improvvisamente, la materia ha cambiato stato.
La rivolta arriva nel cuore dell’Europa
Prima la Francia, con le immagini degli incendi, delle vetrine infrante e delle forze dell’ordine impegnate a contenere gruppi di violenti. Poi Milano, la capitale economica italiana, dove nel fine settimana del 17 e 18 ottobre piazza Duomo e le vie dello shopping si sono trasformate in un teatro di guerriglia urbana.
Non si è trattato soltanto di proteste contro il carovita. Quelle manifestazioni, nate da rivendicazioni economiche, sono state travolte da gruppi che hanno scelto la devastazione e il saccheggio. Ahimè è stato necessario uno shock di queste proporzioni per costringere milioni di europei a guardare finalmente ciò che per troppo tempo hanno preferito non vedere.
Le immagini di Milano raccontano qualcosa di particolarmente inquietante. Non siamo più soltanto nelle banlieue francesi o nelle periferie degradate delle grandi metropoli. Siamo in piazza Duomo, davanti alla cattedrale, tra le vetrine delle grandi firme, nel cuore commerciale di una delle città più ricche e internazionali d’Europa.
Centinaia di giovanissimi, molti incappucciati e vestiti di nero, hanno affrontato la polizia lanciando bottiglie, pietre e bombe carta. Le vetrine sono state sfondate, i negozi saccheggiati, gli arredi dei locali trasformati in barricate o strumenti di devastazione. Tra via Torino, Cordusio e le strade del centro, i gruppi violenti si sono mossi rapidamente, colpendo esercizi commerciali e supermercati. Perfino la Rinascente è stata presa di mira.
Il fallimento dell’integrazione
Il bilancio provvisorio è impressionante: nella sola giornata di domenica 18 ottobre, 271 persone sono state accompagnate in questura, 220 delle quali minorenni. Trentadue arresti, quattordici operatori delle forze dell’ordine feriti e danni che, secondo le prime stime delle associazioni dei commercianti, hanno superato il milione di euro.
Ma il dato più allarmante è proprio l’età dei protagonisti. Non siamo davanti a una rivolta operaia, né a un movimento politico strutturato. Siamo davanti a una generazione di adolescenti e giovanissimi che, almeno nella sua componente violenta, sembra trovare nella distruzione un linguaggio comune.
I cosiddetti maranza, termine ormai entrato nel vocabolario sociale italiano, rappresentano soltanto una parte di questo universo. Le cronache raccontano di ragazzi di origine straniera e di ragazzi italiani, di minorenni cresciuti nelle periferie e nell’hinterland.
È proprio questo, per certi versi, il problema più profondo: il fallimento dell’integrazione non riguarda soltanto chi arriva, ma anche la società che dovrebbe trasmettere valori e regole alle nuove generazioni.
Milano ha mostrato quanto sia sottile il confine tra una città apparentemente prospera e una città nella quale, nel giro di poche ore, commercianti e cittadini possono ritrovarsi ostaggio della violenza. Quando le boutique del Quadrilatero della moda abbassano le serrande per timore di nuovi assalti, non siamo più davanti a un problema confinato nelle periferie. È il cuore economico della società a sentirsi minacciato. Ed è difficile immaginare una metafora più efficace della fragilità del nostro modello di convivenza.
L’illusione della manodopera a basso costo
Esiste una parte consistente dell’opinione pubblica europea, anche moderata e di centrodestra, che continua a considerare l’immigrazione prevalentemente attraverso una lente economica. Chi lavorerà nelle fabbriche? Chi assisterà gli anziani? Chi raccoglierà i prodotti agricoli? Chi svolgerà tutti quei mestieri che gli europei sembrano non voler più fare?
Sono le domande che ritornano ossessivamente nelle discussioni politiche, nei salotti televisivi e nei consigli di amministrazione. Una preoccupazione reale, presente anche nel dibattito tedesco, dove il cancelliere Friedrich Merz ha più volte richiamato la necessità di attrarre lavoratori stranieri per sostenere l’economia.
Il problema è che dietro una necessità economica legittima si è progressivamente affermata un’illusione: che sia possibile importare forza lavoro indefinitamente, mantenere bassi i costi e considerare l’integrazione sociale e culturale una variabile secondaria. Non si possono costruire politiche demografiche esclusivamente sulle necessità trimestrali delle imprese. Non si può pensare che il costo di un lavoratore finisca nella sua busta paga, ignorando abitazioni, scuole, servizi pubblici, sicurezza e coesione sociale.
Soprattutto, non si può confondere l’immigrazione regolata e finalizzata al lavoro con l’idea che ogni ulteriore apertura delle frontiere rappresenti automaticamente un beneficio economico. Un Paese non è semplicemente un mercato del lavoro. È una comunità storica, con istituzioni, regole, tradizioni e un patrimonio culturale accumulato nel corso dei secoli.
Quando l’inflazione diventa una crisi sociale
A rendere il quadro ancora più esplosivo è intervenuta la geopolitica. La guerra con l’Iran, le tensioni nello Stretto di Hormuz e il perdurare del conflitto russo-ucraino hanno riportato energia, trasporti e beni essenziali al centro di una nuova pressione inflazionistica.
L’inflazione, però, non colpisce tutti allo stesso modo. Per chi dispone di patrimoni, attività finanziarie o redditi elevati, il rincaro dei prezzi rappresenta prevalentemente una riduzione della ricchezza disponibile. Per chi vive di salari modesti, lavori precari o trasferimenti assistenziali, può significare la differenza tra arrivare alla fine del mese e scivolare sotto la soglia di povertà.
Nelle periferie europee si sommano così vulnerabilità economiche, difficoltà di mobilità sociale, segregazione abitativa e, in alcuni contesti, una mancata integrazione culturale. Le nuove generazioni crescono osservando genitori che arrancano, aspettative di benessere continuamente alimentate dai social network e possibilità concrete spesso molto inferiori alle aspirazioni.
Non tutti reagiscono allo stesso modo, naturalmente. Milioni di cittadini europei di origine straniera studiano, lavorano e condividono pienamente le regole delle società in cui vivono. Ma dove il legame con le istituzioni è debole, dove non esiste più un codice comune e dove prospera una cultura dell’impunità, la frustrazione può trasformarsi in nichilismo.
Ecco allora il paradosso delle immagini di Milano: giovani che protestano, o sostengono di protestare, contro il costo della vita, ma che nel frattempo assaltano negozi per impossessarsi di capi firmati e accessori di lusso. Il saccheggio di una boutique, in questa prospettiva, non è soltanto un furto. Diventa anche un gesto di appropriazione simbolica, una rivendicazione di status attraverso la distruzione delle regole.
E qui si apre il problema più inquietante: che cosa accade quando una parte delle nuove generazioni non riconosce più alcun valore alla società di cui dovrebbe diventare protagonista?
La profezia letteraria di Jean Raspail
In questi giorni è tornato a circolare sui social un passaggio de “Il campo dei santi”, il romanzo distopico pubblicato nel 1973 dallo scrittore francese Jean Raspail. “Il vostro universo non ha alcun significato per loro. Non cercheranno di capire”. Nel romanzo compare poi un’immagine ancora più brutale: una preziosa porta di quercia trasformata in legna da ardere e i libri di una biblioteca ridotti a oggetti privi di valore.
È una provocazione letteraria, non una descrizione generale degli immigrati o una spiegazione sociologica delle rivolte contemporanee. Ma contiene una metafora potente: il rischio che ciò che una civiltà considera prezioso perda ogni significato per chi non ne conosce, non ne comprende o non ne condivide i valori.
Il problema non è la provenienza geografica delle persone. È la disponibilità a riconoscere un patrimonio comune di regole, responsabilità e libertà. Una società può essere multietnica. Non può sopravvivere a lungo se diventa una somma di comunità reciprocamente estranee, prive di qualsiasi appartenenza condivisa.
La fine del grande villaggio vacanze europeo
Le immagini di Parigi e Milano hanno avuto almeno un merito: hanno risvegliato bruscamente una parte dell’Europa che si era abituata a considerare la stabilità sociale una condizione naturale e irreversibile.
La generazione dei baby boomer ha attraversato decenni di crescita economica, aumento della ricchezza patrimoniale e relativa tranquillità sociale. Quella successiva ha spesso costruito la propria visione dell’esistenza attorno al lavoro, ai consumi, ai viaggi, agli aperitivi e alla ricerca di un benessere individuale sempre più sofisticato.
Un grande villaggio vacanze, nel quale le grandi questioni della storia sembravano essere state definitivamente risolte. La sicurezza era scontata. La libertà di movimento era scontata. La disponibilità di beni e servizi era scontata. Perfino la pace sociale era diventata un elemento invisibile, qualcosa che esisteva senza bisogno di essere difeso.
Ma basta osservare le serrande distrutte di un commerciante milanese, le boutique costrette a chiudere preventivamente o le forze dell’ordine impegnate a contenere la violenza per comprendere quanto fosse fragile quell’illusione.
Se viene meno la pace sociale, tutto il resto perde rapidamente valore. La casa che hai acquistato, l’attività che hai costruito, i risparmi accumulati, il futuro immaginato per i tuoi figli: tutto dipende dall’esistenza di un ordine civile che troppo spesso abbiamo trattato come un bene inesauribile. Per milioni di europei questa consapevolezza arriva oggi come una doccia fredda dopo un sonno lunghissimo.
L’Europa che non si arrende
Ma sarebbe un errore fermarsi alle immagini della distruzione. Perché proprio queste giornate hanno mostrato anche un’altra Europa, quella di cui si parla pochissimo e che molti, forse, avevano dato prematuramente per scomparsa.
C’è Pierre, il giovane commesso di un negozio di videogiochi a Nizza, diventato sui social il Goku francese, che cerca di impedire da solo l’ingresso dei saccheggiatori nel proprio negozio, pur subendo aggressioni e colpi.
C’è il coraggio quotidiano degli agenti di polizia che continuano a svolgere il proprio servizio mentre le strade si trasformano in campi di battaglia.
Ci sono i pompieri francesi che, nel caos di boulevard de Magenta, avanzano per spegnere un incendio appiccato a un concessionario, mentre qualcuno tenta perfino di impedirne il passaggio.
E ci sono gli operatori delle forze dell’ordine feriti a Milano, chiamati a difendere quella stessa sicurezza che fino a poche ore prima milioni di cittadini consideravano scontata.
Non sono grandi condottieri, intellettuali o uomini di Stato. Sono commessi, poliziotti, pompieri, lavoratori. Persone comuni che, nel momento in cui l’ordine civile sembra dissolversi, continuano a comportarsi come se quell’ordine avesse ancora un valore. E forse è proprio questa la notizia più importante.
L’Occidente non è soltanto quello che brucia. È anche quello che, mentre tutto brucia, trova ancora qualcuno disposto a spegnere l’incendio. La storia europea non è una storia di rese inevitabili.
In una parte del dibattito pubblico, compreso quello del centrodestra europeo, si è ormai diffuso un fatalismo quasi patologico. L’Europa sarebbe finita. La trasformazione demografica sarebbe irreversibile. Gli europei sarebbero destinati a diventare una minoranza culturalmente irrilevante, confinata in quartieri protetti e in una sorta di riserva del proprio passato.
Una narrazione che produce rabbia, ma soprattutto rassegnazione. Eppure la storia europea dovrebbe insegnarci qualcosa di diverso.
Pensiamo a Don Pelayo e alla resistenza delle Asturie, divenuta nei secoli uno dei simboli della Reconquista. Le cronache medievali hanno probabilmente ingigantito enormemente la consistenza degli eserciti contrapposti, ma resta il valore storico e simbolico di una resistenza nata ai margini di un grande mutamento politico.
Pensiamo a Carlo Martello e a Poitiers, all’assedio di Malta del 1565, a Lepanto nel 1571 o a Vienna nel 1683. Episodi lontani, diversi tra loro e impossibili da sovrapporre meccanicamente alle sfide contemporanee dell’immigrazione e della convivenza civile. Ma accomunati da una lezione: gli equilibri della storia non sono sempre quelli che sembrano imporsi nel momento presente.
Non sempre i numeri hanno deciso tutto. Non sempre i rapporti di forza hanno prodotto il risultato immaginato. Non sempre le civiltà considerate in declino hanno accettato di scomparire. La storia non procede in linea retta. E soprattutto non conosce sconfitte inevitabili prima che gli uomini abbiano rinunciato a reagire.
La fiamma del futuro
C’è poi un’altra immagine della Francia contemporanea che merita di essere ricordata. Soltanto poche settimane prima delle devastazioni, Parigi aveva accolto Papa Leone XIV con circa 800 mila fedeli. Un’immensa folla, con una presenza significativa di giovani e famiglie, aveva riempito il cuore di una delle capitali più secolarizzate d’Europa.
Due fotografie della stessa società. Da una parte la distruzione, il nichilismo, il rifiuto delle regole. Dall’altra una generazione che continua a cercare significato, appartenenza, spiritualità e un legame con le proprie radici.
Forse il futuro dell’Europa non si trova nei proclami dei suoi leader, ma proprio in quei giovani che scelgono di costruire anziché distruggere, di custodire anziché cancellare, di assumersi responsabilità anziché pretendere soltanto diritti.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio, parlando ad Atene lo scorso 7 ottobre, aveva invitato l’Europa a risvegliarsi dal suo lungo letargo e a riaccendere il fuoco della civiltà occidentale. Era un avvertimento, ma anche un incoraggiamento.
Perché il problema dell’Europa non è soltanto economico, demografico o migratorio. È anzitutto un problema di fiducia in sé stessa. Abbiamo cominciato a considerare le nostre tradizioni un peso, le nostre radici un imbarazzo, la nostra storia qualcosa di cui chiedere continuamente scusa. Abbiamo confuso l’accoglienza con la rinuncia a stabilire condizioni, la tolleranza con l’indifferenza e l’integrazione con la semplice coabitazione. Occorre invertire questa tendenza.
L’Europa avrà un futuro se saprà rimanere aperta, accogliente e capace di attrarre persone e talenti da ogni parte del mondo. Ma dovrà esserlo sulla base di un principio non negoziabile: chi sceglie di vivere in Europa deve rispettarne le leggi, le libertà, la storia e le regole fondamentali della convivenza.
Non è una questione di origine etnica o di appartenenza religiosa. È una questione di cittadinanza, responsabilità e lealtà verso la comunità che si sceglie di abitare. L’Occidente non si difende chiudendosi al mondo, ma nemmeno rinunciando a essere sé stesso.
Le rivolte di Parigi e Milano, con tutte le differenze che separano fenomeni sociali tanto complessi, potrebbero allora rappresentare qualcosa di più di una crisi dell’ordine pubblico. Potrebbero segnare la fine di una lunga stagione di illusioni. E forse anche l’inizio di un risveglio.
Si ripete spesso che i tempi duri generano uomini forti e che gli uomini forti costruiscono tempi migliori. Non è una legge della storia. È una possibilità, che dipende dalle scelte di ciascuna generazione.
L’Europa non ha bisogno di convincersi che tutto sia perduto. Ha bisogno di ritrovare il coraggio di difendere ciò che vale la pena tramandare. Perché la fiamma dell’Occidente non si è ancora spenta. E, a giudicare da questi giorni, c’è ancora chi è disposto a custodirla.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
