La vittoria del “No” non salva la Costituzione, consolida uno squilibrio

La verità è che una Costituzione non si difende congelandola, ma rendendola capace di funzionare nel tempo. Il decreto Conso, quando la magistratura divenne attore politico

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Elly Schlein Nicola Gratteri Giuseppe Conte referendum

La vittoria del “No” al referendum viene raccontata come una difesa della Costituzione. Ma è davvero così? O, piuttosto, siamo di fronte all’ennesima occasione mancata per riequilibrare un sistema che da oltre trent’anni ha progressivamente spostato il baricentro del potere verso la magistratura?

Una riforma non “di parte”

Perché il punto è proprio questo: nessuna delle riforme proposte negli ultimi decenni ha mai rappresentato un attacco alla Costituzione. Al contrario, tutte miravano – con limiti, certo, ma con un obiettivo chiaro – a renderla più aderente al principio fondamentale della separazione dei poteri. Un principio che, nei fatti, si è progressivamente indebolito.

Eppure, anche questa volta, il confronto è stato spostato su un piano completamente diverso. Il referendum è stato interpretato – e in molti casi utilizzato – come uno strumento di opposizione politica al governo in carica. Come se si trattasse di un giudizio sull’azione dell’Esecutivo, e non di una riforma strutturale della giustizia.

Ma questa riforma non aveva nulla a che vedere con il governo Meloni. Non era una misura “di parte”, né un intervento contingente. Riguardava l’assetto complessivo dello Stato, il rapporto tra i poteri, il funzionamento della democrazia nel lungo periodo. Ridurla a un voto pro o contro un governo significa svuotarne completamente il significato.

Il Decreto Conso

Per capire come siamo arrivati fin qui, bisogna tornare al 1993. Non solo a Tangentopoli, ma a un episodio preciso: il decreto Conso. Una misura pensata per evitare il collasso del sistema giudiziario, già sommerso da migliaia di procedimenti destinati in gran parte alla prescrizione. Una scelta pragmatica, che non cancellava le responsabilità ma le trasformava in sanzioni concrete, immediate, evitando processi infiniti e spesso inutili.

Eppure, quel provvedimento fu travolto da una reazione senza precedenti. La magistratura, per la prima volta, intervenne pubblicamente contro una decisione del governo, esercitando una pressione diretta sulle istituzioni. Il risultato fu immediato: il decreto non venne firmato.

Da quel momento, qualcosa si è rotto. Non tanto sul piano formale – la Costituzione è rimasta intatta – ma su quello sostanziale. La magistratura ha iniziato a occupare uno spazio che va oltre la funzione giurisdizionale, diventando progressivamente un attore politico, interprete diretto delle istanze di moralizzazione del Paese.

Da allora, ogni tentativo di riforma è stato sistematicamente bloccato, ridimensionato o svuotato. Dal decreto Biondi alla Bicamerale D’Alema, fino alle riforme degli anni Duemila: ogni volta, il copione si è ripetuto. Non perché si volesse “stravolgere la Costituzione”, ma perché si cercava – forse goffamente, forse in modo incompleto – di ristabilire un equilibrio che si era incrinato.

Narrazione fuorviante

Eppure, la narrazione dominante ha sempre raccontato altro: ogni intervento veniva dipinto come un attacco all’indipendenza della magistratura, come un tentativo di limitare la giustizia, come una minaccia alla democrazia. Una rappresentazione efficace, ma profondamente fuorviante.

La verità è che una Costituzione non si difende congelandola. Si difende rendendola capace di funzionare nel tempo, adattandola quando gli equilibri si deformano. E oggi quegli equilibri sono deformati.

La vittoria del “No” non rafforza la Costituzione: consolida uno squilibrio. Rende ancora più difficile affrontare il nodo irrisolto del rapporto tra politica e magistratura. E chiude, almeno per ora, ogni spazio di riforma.

Lo dimostra anche il recente tentativo di intervenire dopo lo scandalo Palamara. Nemmeno una crisi così evidente della credibilità interna al sistema giudiziario è bastata a riaprire davvero il dibattito. La cosiddetta “finestra di opportunità” si è richiusa rapidamente, travolta da resistenze consolidate.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una politica sempre più prudente, quando non paralizzata, e una magistratura sempre più centrale nel definire gli equilibri del Paese. E mentre si canta “Bella ciao”, si continua a scambiare una battaglia politica per una vittoria costituzionale. Ma la Costituzione non aveva bisogno di essere salvata. Aveva bisogno di essere migliorata.

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