L’ombra del Colle sulla riforma e le critiche ipocrite della sinistra

Un testo figlio della doppia bocciatura referendaria e della necessità di non indispettire Mattarella, ma la Repubblica parlamentare non c’è più da tempo

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Ad una prima lettura il progetto di riforma costituzionale passato al vaglio del Consiglio dei ministri pare anzitutto scontare la lezione della doppia bocciatura referendaria subita dalle due proposte ambiziose, cioè di profonda revisione, a prescindere dalla parte che le aveva proposte, la “destra” di Berlusconi e la “sinistra” di Renzi. Troppo corpose, articolate, modificative della Costituzione del 48. Così da risultare eccessive per la bocca dell’opinione pubblica, tanto più perché prive di una proposta centrale, capace di far percepire chiaramente e semplicemente l’alternativa fra il sì e il no.

Di quella lezione la riforma è figlia, ridimensionata fisicamente alla correzione di pochi articoli, finalizzata all’introduzione dell’elezione diretta del presidente del Consiglio per cinque anni, correlata ad una legge elettorale comprensiva di un premio di maggioranza, utilizzando alla bisogna una unica scheda per evitare asimmetrie nei risultati. Così si dovrebbe dare risposta ad una crescente domanda di stabilità dell’esecutivo, ottenuta tramite una investitura diretta del corpo elettorale.

Critiche dell’opposizione

La critica dell’opposizione, rafforzata dagli intellettuali di complemento, si è sbizzarrita in lungo ed in largo, gridando al tradimento della Costituzione. Come se non esistesse una procedura estremamente garantista per la sua revisione proprio in vista del progressivo deterioramento della formula parlamentare introdotta dall’Assemblea costituente, per assicurare una salvaguardia rispetto a quella delle due forze del tutto opposte, Democrazia cristiana e Partito comunista, fosse risultata in minoranza alle elezioni politiche.

L’ombra di Mattarella

C’è, però, da fare una critica a monte, quella di una incoerenza della proposta, dovuta in parte alla intenzione di una revisione minima, ma in gran parte all’ombra condizionante di un presidente della Repubblica, il nostro encomiabile Mattarella, che, per una sorta di ironia sta maturando il secondo settennato – questo sì in barba alla Costituzione, che l’unica riforma che esclude è la trasformazione della Repubblica in monarchia, tanto da prevedere un termine lungo ma per ciò stesso limitato della durata in carica del capo dello Stato.

Dove si allunga questa ombra, proprio su due profili che caratterizzano un vero premierato: da un canto, il potere di sciogliere del Parlamento, non solo in caso di venir meno della maggioranza che lo sostiene, ma della valutazione da parte dello stesso dell’opportunità di procedere ad una consultazione elettorale; dall’altro, il potere di nominare e revocare i ministri.

Ma, guarda bene, questi sono esattamente i due autentici poteri riconosciuti dall’attuale Costituzione al presidente della Repubblica, con cui ha disinvoltamente da Scalfaro in poi svolto la vera regia dell’alternarsi delle maggioranze decise elettoralmente.

E allora, per non indispettire l’abitante del Quirinale, che forse pensa già ad una terza presidenza, ecco che in caso del venir meno del presidente del Consiglio, il presidente della Repubblica deve cercare un buon samaritano, espresso e sorretto dalla stessa maggioranza, fra l’altro in vista dell’attuazione di un identico programma. E per quanto riguarda i ministri è sempre il presidente della Repubblica a nominarli, su proposta del presidente del Consiglio.

L’ipocrisia della sinistra

Con buona pace di una sinistra che ha largamente beneficiato della strisciante deriva da una Repubblica parlamentare ad una presidenziale all’italiana, appare ipocrita chiamare alla mobilitazione generale con il solito slogan di difendere una Costituzione partorita dalla resistenza, senza far conto delle molte decine di migliaia di giovani alleati morti che hanno effettivamente liberato l’Italia. Quella Costituzione parlamentare di cui parlano a proposito e a sproposito, così come pensata e varata dall’Assemblea costituente, non c’è più da tempo.

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