Manifestazioni propal, così la violenza ha preso la scena

In piazza anche cartelli e cori che sposavano apertamente le posizioni di Hamas. E il tentativo nemmeno troppo nascosto di alimentare una spirale di polarizzazione interna

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scontri milano

Oggi, in molte città italiane, migliaia di persone sono scese in strada per esprimere solidarietà al popolo palestinese. Cortei, scioperi, blocchi stradali, sit-in hanno attraversato Roma, Milano, Bologna, Firenze, Napoli. La mobilitazione nasce da un’urgenza vera: denunciare la catastrofe umanitaria di Gaza, invocare un cessate il fuoco, chiedere responsabilità alla comunità internazionale.

Eppure, quella che poteva e doveva essere una voce limpida di coscienza si è in più casi trasformata in qualcos’altro: vetrine infrante, scontri con la polizia, simboli e slogan intrisi di odio. Stazioni ferroviarie, porti, autostrade e tangenziali bloccate. Aggressività diffusa oltre ogni limite. La violenza ha preso la scena, oscurando il dolore che si voleva rappresentare.

Bisogna citarli, questi episodi, perché non sono marginali. Era inevitabile che la protesta finisse così, quando in più piazze si sono visti cartelli e cori che non chiedevano solo pace, ma sposavano apertamente le posizioni di Hamas. Quando una manifestazione smette di distinguere tra solidarietà per i civili e appoggio ad un gruppo armato responsabile di terrorismo, il terreno diventa inevitabilmente fertile per degenerare in violenza e odio.

È necessario dirlo senza ambiguità: questo genere di manifestazioni, quando degenerano in rabbia cieca e nella glorificazione di chi predica violenza, tradiscono la causa che dichiarano di voler difendere. Non c’è giustizia nella distruzione, non c’è pace nella violenza, non c’è solidarietà nell’odio. Ogni volta che la protesta diventa aggressione o eco di estremismi, perde credibilità e legittimità, offrendo solo immagini di caos che finiscono per colpire le stesse ragioni che l’hanno generata.

Rischio polarizzazione interna

Il rischio più grave è che queste derive trasformino una battaglia per i diritti umani in una spirale di polarizzazione interna. L’odio non rimane confinato alla politica internazionale: scivola nelle nostre strade, nelle nostre scuole, nelle nostre comunità. Diventa sospetto verso il vicino, discriminazione verso chi appartiene a un’altra religione, divisione che lacera il tessuto sociale.

Le istituzioni hanno il dovere di garantire il diritto di manifestare, ma anche di fermare con fermezza ogni deriva violenta. La libertà di espressione non può diventare alibi per l’incitamento all’odio o per la propaganda di un movimento terroristico. Allo stesso modo, chi scende in piazza deve assumersi la responsabilità di distinguere la solidarietà dalla rabbia cieca, la protesta dalla distruzione, il diritto alla pace dalla legittimazione della violenza.

La verità è che la violenza non solo non aiuta la Palestina, ma la danneggia. Distoglie l’attenzione dal dramma dei civili, alimenta la narrazione di chi riduce ogni protesta a minaccia, legittima la repressione e toglie spazio a chi chiede davvero pace.

Oggi le piazze italiane hanno mostrato il volto nobile della solidarietà, ma anche quello oscuro della violenza. Se vogliamo che la voce delle prime prevalga, dobbiamo condannare con forza le seconde. Perché non c’è futuro, né in Medio Oriente né qui, se alla fine a parlare sarà solo l’odio.

Appello ai giovani

A voi, che siete scesi in piazza con bandiere, cartelli, slogan: ricordate che ogni gesto ha un peso. Potete scegliere se essere voce di chi chiede vita, dignità e pace, oppure eco di una rabbia che divora tutto. Se spaccate vetrine, se urlate odio, se applaudite a chi predica violenza, state togliendo forza alla vostra stessa causa.

Abbiate il coraggio di distinguervi: trasformate la protesta in testimonianza, la rabbia in energia, la piazza in luogo di verità e non di estremismi. Non lasciate che la vostra generazione venga ricordata per gli scontri o per i cori che inneggiano a Hamas, ma per aver saputo cambiare il linguaggio e la sostanza della protesta.

La pace che chiedete deve cominciare dai vostri gesti. Solo così il messaggio non si perderà tra i fumi degli scontri, ma diventerà luce capace di attraversare i muri dell’odio.

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