
Un ragazzo americano viene accoltellato su un treno in pieno giorno. Tre marocchini lo rapinano e quasi lo uccidono. Ma il vero scandalo è l’indifferenza: della politica, delle istituzioni, della cultura dominante. La sicurezza non è più un’opinione: è l’ultima frontiera del dovere.
“Non voglio morire”, la frase urlata dal ragazzo americano mentre, coperto di sangue, cercava aiuto su un treno regionale diretto a Milano Bovisa. Era partito da Melegnano. Doveva essere una tratta banale, una corsa qualunque. Invece si è ritrovato accerchiato da tre uomini – da lui stesso descritti come marocchini – che hanno tentato di rapinarlo. Uno di loro ha estratto un coltello. Gli ha sfiorato la gola. Lo ha colpito alla spalla con un fendente che poteva uccidere.
Il video dell’aggressione è diventato virale. Non un film, non una serie tv, non un’esagerazione mediatica. Solo un episodio reale, uno tra tanti. Solo l’Italia del 2025, dove prendere un treno può significare finire accoltellati.
Emergenza strutturale
Il bilancio è drammatico: oltre 260 aggressioni registrate su treni e stazioni solo in Lombardia dall’inizio dell’anno. Una media che racconta di un’emergenza strutturale, non più episodica. Ma mentre cittadini, pendolari e turisti vengono lasciati soli, la politica tentenna. E troppo spesso, tace.
Uno dei pochi a parlare chiaramente è stato il ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Matteo Salvini, che su X ha commentato così: “Altro che tolleranza, buonismo e cittadinanze regalate: carcere e un biglietto di sola andata per questi criminali. A casa”. Un’affermazione netta, che molti liquidano come propaganda.
Ma oggi, di fronte a un’aggressione del genere, non serve diplomazia: serve realismo. Quella che racconta di interi pezzi del Paese in balia di violenza, degrado e impunità.
Basta narrazioni buoniste
La sicurezza non è un’opinione. Non lo è affatto. Non è più possibile nascondersi dietro parole come “integrazione” o “accoglienza” per giustificare l’assenza di controllo. Non si tratta di razzismo, non è odio pretendere ordine: è buon senso. È la base minima per poter vivere, lavorare, muoversi, crescere i figli.
E allora basta con la narrazione buonista che riduce tutto a “tensione sociale”. Quando uno straniero aggredisce un passante, non è un disagio: è un crimine. Quando tre uomini armati accoltellano un turista, non è un effetto collaterale: è un fallimento. Di chi avrebbe dovuto impedirlo.
Lo Stato ha abdicato? Dove sono le forze dell’ordine? Dove sono i controlli? Dove sono i pattugliamenti promessi, le telecamere funzionanti, le espulsioni rapide? Certo, gli hanno legato le mani. Li indagano o peggio, li sospendono, i poliziotti che agiscono per la nostra sicurezza e libertà.
Lo Stato di fatto è scomparso dai luoghi più a rischio: stazioni, treni, periferie. E quando riappare, lo fa tardi, male, solo dopo lo scandalo mediatico. C’è timore a fare, a dire. Quasi che i colpevoli siamo noi che pretendiamo sicurezza.
Il cittadino che denuncia viene spesso isolato, ridicolizzato, accusato di fomentare l’odio. Ma non è odio chiedere protezione. È un diritto. Ed è dovere dello Stato garantirla. Sempre. A tutti. Senza eccezioni.
Serve un piano
Serve un piano nazionale, subito. Abbiamo bisogno di una strategia concreta, non di proclami. Presenza fissa delle forze dell’ordine sui convogli e nelle stazioni. Pene certe, rapide, applicate davvero. Espulsioni automatiche per chi delinque e non ha titolo per restare. Campagne istituzionali sulla sicurezza come valore civile e condiviso.
Chi parla di sicurezza come un tema di destra sbaglia. È un tema di civiltà e sopravvivenza. Di libertà.
Quel grido è anche il nostro. “Non voglio morire”, ha urlato il turista americano. E lo ha fatto per tutti noi. Per chi prende un treno alle sette del mattino. Per chi torna a casa la sera. Per chi accompagna un figlio a scuola. Per chi attende e trema per un ritardo i figli a casa. Per chi si ostina a credere che vivere in Italia debba essere possibile senza paura.
Quel grido è diventato il simbolo di un’emergenza taciuta troppo a lungo. Lo Stato ha il dovere di ascoltarlo. Di reagire. Di esserci. E di farlo prima che la prossima vittima sia uno di noi.
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