Ronzulli alla Salute? No grazie, il tremendismo sanitario va archiviato

Non serve un clone di Speranza, sarebbe un tradimento degli elettori. Ma un ministro che apra una nuova fase e cancelli ogni residuo obbligo o restrizione

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Le cronache degli ultimi giorni descrivono un Silvio Berlusconi particolarmente irritato con Giorgia Meloni. Il Cavaliere non avrebbe gradito il veto posto sulla paventata candidatura di Licia Ronzulli al Ministero della salute.

Una proposta che, a sorpresa, ha un po’ sconquassato le trattative per la formazione del nuovo governo. Il fatto che proprio il dicastero, ancora guidato da Roberto Speranza, sia al centro della contesa dimostra come la discussione sulle misure sanitarie sia tutt’altro che archiviata.

Eppure, in genere, quello della Salute non è un ministero strategico come altri: per esempio, Economia, Esteri, Difesa, Interni, Giustizia, per i quali ci sarebbe grande attenzione per le scelte dei futuri ministri anche da parte del Quirinale.

Un segnale spiazzante

Il punto è che, adesso, dalle parti di Lungotevere Ripa si gioca una partita fondamentale per il Paese: affrancarsi definitivamente dal biennio pandemico, eliminando ogni residuo obbligo o restrizione che ancora soffoca il Paese.

Allora, il segnale che si darebbe affidando la politica sanitaria a una figura che è stata ferrea sostenitrice delle misure più dure sarebbe non solo sbagliato ma addirittura spiazzante perché contrario a quanto promesso in campagna elettorale.

È innegabile che Fratelli d’Italia sia stato il collettore pure del voto di protesta (quando non si è tradotto in astensione) di chi si è sentito straniero in patria, di chi è stato discriminato, di chi è stato escluso dai luoghi di lavoro o dalla socialità. Insomma, non aver partecipato al governo Draghi e aver contrastato le politiche di impronta speranziana hanno giovato al risultato del partito della Meloni.

Lo dimostra anche la scarsa percentuale racimolata dalle cosiddette forze anti-sistema che, divise alla meta, hanno dimostrato poche idee e confuse (non sono mancati, per esempio, fervidi detrattori del certificato verde che poi si sono, pericolosamente, schierati su posizioni anti-atlantiche non percependo nemmeno la stridente contraddizione).

Le parole della Ronzulli agli atti

Ora, tornando alla Ronzulli, è vero che siamo in un periodo di grandi riposizionamenti in campo sanitario. Non è infrequente sentire o leggere pensieri di chi era su una linea assai intransigente fino a qualche mese fa e che oggi, fiutato il vento del cambiamento, prova a rivedere certe tesi che, peraltro, sono ormai insostenibili.

Tuttavia, in un’epoca come la nostra, tutto resta agli atti della memoria digitale e nessuno può sfuggire a quello che ha dichiarato solo qualche mese. E, allora, rileggere le parole della Ronzulli fa un po’ impressione soprattutto nell’ottica di coloro che vogliono lasciarsi alle spalle l’era pandemica e vincere le residue sacche di resistenza.

Come dimenticare l’infuocato tweet del 4 gennaio 2022: “Estendere subito il Super Green Pass a tutti i lavoratori, a cominciare da quelli a contatto con il pubblico. In questo modo chi non è vaccinato sarà obbligato a farlo, a partire da quel milione e mezzo di lavoratori over 50 no-vax che adesso non potranno più nascondersi!! (da notare, per rafforzare il concetto, i due punti esclamativi finali rimarcati di rosso nel post originale, ndr)”.

Come non ricordare gli epici scontri televisivi – memorabile quello con il giornalista Francesco Borgonovo a Zona Bianca – in cui l’aspirante ministro è sembrata più accanita di Speranza nella rigida difesa dei provvedimenti più draconiani, nonché nella richiesta di impedire le manifestazioni di dissenso.

E come cancellare dalla mente pure gli screzi con gli alleati di centrodestra, in particolare la Lega che chiedeva un allentamento delle misure, a cui riservò una reazione piuttosto piccata lo scorso febbraio: “Non saremmo seri se dicessimo che a marzo si può superare l’obbligo di Super Green Pass. Sarebbe una decisione prematura”.

In quel momento, altri Paesi di consolidata tradizione liberale e che mai avevano introdotto uno strumento coercitivo e discriminatorio come la carta verde (nelle sue diverse e incredibili versioni: base, rafforzato e super), stavano per cancellare qualsiasi tipo di imposizione o divieto, anche quelle più blande.

Il centrodestra non può sbagliare questa mossa

Ecco il motivo per cui uno schieramento che si propone di eliminare definitivamente il Green Pass, di cancellare obblighi sanitari sia per i cittadini che per determinate categorie di lavoratori, di non reintrodurre alcuna norma liberticida, di istituire addirittura una commissione d’inchiesta sulla gestione pandemica, di affrontare un’eventuale recrudescenza del virus venuto dalla Cina o una nuova epidemia con strumenti prettamente medico-scientifici e non in termini repressivi, offrendo l’immunizzazione e non imponendola in maniera diretta o surrettizia, non può certo sbagliare questa mossa.

Insomma, servono un cambio di passo e una svolta decisa per non ripetere gli errori. Serve un ministro che archivi la stagione del tremendismo e apra una nuova fase, magari pure di pacificazione. Perciò, occorre un profilo diverso da quello proposto. Un uomo o una donna con un approccio più illuminato, non dogmatico, non un clone di Speranza.

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