
Uno dei principi fondamentali della cultura woke, fin dalla sua origine nel pensiero postmoderno francese della seconda parte del XX secolo, e dal quale si è evoluta radicandosi e sviluppandosi prima negli Stati Uniti e poi in Europa occidentale, è sempre stato quello della eguaglianza assoluta di tutte le opinioni, che sotto l’apparenza di volere tutelare il pluralismo, ha condotto in maniera progressiva e quasi inavvertita a quel grande male che è il soggettivismo morale.
Il soggettivismo woke
Spesso si dice che, a differenza del pensiero liberale classico che pur rispettando tutte le opinioni, distingue tra quelle condivisibili e quella da rigettare o da condannare, il soggettivismo woke “non giudica nessuno” e accetta tutte le idee, ma questa è non propriamente la verità: anche coloro che si riconoscono nel soggettivismo morale approvano e condannano, e lo fanno quasi sempre in maniera molto più decisa e violenta di quanto fa chi segue i principi della tolleranza liberale.
La differenza tra i due punti di vista consiste invece (ed è una differenza fondamentale) nei principi sui quali si basano le valutazioni dei comportamenti umani, sia con riferimento ai singoli che con riferimento alle realtà sociali e politiche. Mentre il pensiero liberale tradizionale basa i suoi giudizi su una verifica dei fatti reali unita ad argomentazioni ragionevoli, ispirate ai principi del buon senso e dell’esperienza, e giunge alle sue conclusioni tramite un dialogo e ad un confronto tra le opinioni diverse, la stessa cosa non avviene per il pensiero legato al soggettivismo morale ora di moda.
Quest’ultimo infatti, nonostante tutte le sue pretese di “includere” le idee di chiunque, giudica e discrimina facendo riferimento solamente a ideali nobili ma astratti e senza tenere alcun conto della realtà dei fatti e dei ragionamenti a favore o contro una determinata tesi.
In tal modo il soggettivismo morale rende soggettiva la realtà e rende arbitrari i rapporti umani, eliminando come se fosse un inutile intralcio quel principio tipico del pensiero liberale secondo cui gli uomini, pur esprimendo idee diverse e magari in conflitto tra loro, sono pur sempre, per parafrasare un’espressione dantesca (Purg., XIX, 134-5) “conservi ad una potestate”, nel nostro caso quella della verità “oggettiva” che rappresenta l’obiettivo che ogni liberale deve cercare di raggiungere, o almeno di avvicinare, riconoscendo i propri eventuali errori.
La proposta di legge sul consenso
Un esempio pratico di come il soggettivismo morale inserito nella cultura woke, purtroppo ancora oggi dominante in larghi strati della classe politica e intellettuale italiana, possa giungere a risultati umani e sociali aberranti, come sempre in nome di principi nobili, è rappresentato dalla recente proposta di legge (per fortuna almeno temporaneamente affossata) di modifica del testo del codice penale (art. 609 bis) riguardo al reato di violenza sessuale.
Una proposta di legge che dimostra in maniera lampante come il soggettivismo morale, se eretto a regola del sistema finisce per distruggere la realtà oggettiva e per trattare gli esseri umani quasi come birilli, schiavi delle idee personali di qualcuno.
Stiamo parlando di un reato, un reato tra i più infamanti per un uomo (maschio), un reato che tutta la cultura occidentale, basata da secoli (checché ne dicano coloro che odiano la nostra storia) sull’amor cortese e sul rispetto della volontà della donna, ha condannato a differenza di altre civiltà che ancora oggi non si riconoscono in tali principi.
Questo reato, come tutti i reati (e questo è un altro principio basilare della civiltà occidentale) per essere punibile deve avere però un contenuto oggettivo, cioè deve consistere in comportamento materiale, che unendosi al rapporto sessuale lo trasforma in un delitto. Questo comportamento oggettivo è da sempre (ed è tuttora nell’attuale testo dell’art. 609 bis) identificato con un comportamento che determina una “violenza o minaccia” nei confronti della vittima, situazioni che (anche se talora la cosa non è semplice) possono essere provate con sufficiente affidabilità, almeno quella sufficiente ai fini di una valutazione legale, a volte errata (gli errori giudiziari sono sempre accaduti) ma comunque in generale accettabile per una società civile.
Il nuovo testo che punisce ogni atto sessuale compiuto senza il consenso della partner e che dovrebbe sostituire il citato articolo stravolge tutta questa impostazione secolare. Molti, probabilmente con un moto di ironia amara, hanno fantasticato sul fatto che gli uomini, prima di fare l’amore dovrebbero farsi rilasciare una dichiarazione scritta di consenso o magari filmare il rapporto, questo perché in sostanza la nuova legge, se entrasse in vigore invertirebbe l’onere della prova: non dovrebbe più essere l’accusatore, basandosi sulle affermazioni della presunta vittima (la donna) a dimostrare la colpevolezza dell’uomo, ma sarebbe quest’ultimo a dover dimostrare la propria innocenza, cioè di avere agito con il consenso della partner.
L’oggettività del reato
Nonostante tutta l’approvazione possibile per l’ironia di queste affermazioni, nemmeno questi fantasiosi stratagemmi servirebbero però a discolpare l’accusato. La cosa infatti è molto più grave rispetto ad una semplice inversione dell’onere della prova, poiché il nuovo testo dell’art. 609 bis, distrugge la stessa oggettività del reato, che viene trasformato in una semplice percezione soggettiva, quella della vittima, che potrebbe aversi anche in caso di assenza di violenza o di minaccia, dato che questi due comportamenti sono previsti nel nuovo testo dell’art. 609 bis solo come un caso particolare (al comma 2), mentre la definizione generale del reato (comma 1) non ne parla, e lascia quindi aperta la possibilità che possa essere condannato anche chi non abbia agito in maniera né violenta né minacciosa, basta che la partner dichiari di non avere dato il suo consenso “libero e attuale”.
La gravità di questa modifica (e mi si permetta di dire che è sconcertante che essa sia stata approvata all’unanimità dalla Camera dei Deputati e che alti magistrati si siano pronunciati in favore di essa) va ben oltre il tema della violenza sessuale perché rappresenta un esempio di come il soggettivismo morale portato dalla cultura woke possa giungere a distruggere di fatto la realtà oggettiva e a privare i cittadini (in questo caso i maschi, ma anche il gentil sesso non è al riparo da aberrazioni giuridiche di questo tipo) delle più elementari garanzie di difesa, quelle che prima di essere scritte nei codici, derivano dalla analisi della realtà oggettiva e dal buon senso.
Se ripercorriamo il ragionamento che, in maniera esplicita o implicita sta alla base di questa proposta di modifica legislativa, troviamo che in esso si esprime in maniera quasi esemplare, paradigmatica la forma mentale della cultura woke, che ha partorito questa e altre simili aberrazioni.
Alla base di tutto c’è come sempre un principio nobile, riguardo al quale non si può che essere d’accordo, quello che ogni rapporto sessuale deve basarsi sul libero consenso. Questo principio è però astratto, dato che i sostenitori della concezione su cui si basa la bozza di legge rinunciano a confrontarsi con la realtà e a chiedersi come, in concreto e in maniera ragionevole vada tutelato il principio del libero consenso, magari valutando in maniera anche critica ma rispettosa la soluzione tradizionale che identifica nel comportamento violento o minaccioso (oltre ai casi di abusi su persone fisicamente o psichicamente “deboli”, o di sostituzione di persona) il modo tipico (e penalmente punibile) di violare tale principio.
La realtà “percepita”
Al contrario, costoro finiscono invece, come sempre accade per tutti coloro che si basano sul soggettivismo morale, per fare terra bruciata della realtà che per loro è solo un ostacolo alle loro idee, e soprattutto finiscono per passare sopra alla libertà e ai diritti del prossimo.
Se eliminiamo da un reato penale ogni riferimento oggettivo ad un comportamento materiale, riguardo al quale si possa dimostrare con prove concrete l’innocenza o la colpevolezza dell’accusato, finiamo per ricadere in un aberrante soggettivismo, dove la parola della presunta vittima, o meglio per esprimerci in termini di moda, la realtà “percepita” (o affermata) da quest’ultima finisce per prevalere sulla realtà vera, rendendo impossibile la prova contraria, perché una realtà percepita non si può contestare con le prove.
Né si creda che una soluzione di questo genere porterebbe ad una maggiore tutela per le donne: il soggettivismo morale è come una sorta di antimateria che distrugge tutte le cose a cui si attacca perché le priva dalla loro consistenza reale.
Se basiamo un reato solo sulle impressioni personali “percepite”, quale tutela ne avrebbero le vittime se ad esempio l’autore della violenza (o meglio dell’atto senza consenso) affermasse di avere agito senza dolo (il che escluderebbe la punibilità del fatto), o per non avere percepito a sua volta la mancanza di consenso o perché riteneva in base alla propria cultura, il che vale di fatto per una parte degli uomini di origine non occidentale che vivono nel nostro Paese, che il consenso fosse ad esempio dato per scontato?
Al di là del discorso sul reato di violenza sessuale che ci è servito soprattutto come un importate esempio degli eccessi a cui si può giungere seguendo i dogmi del soggettivismo woke, il distruggere la realtà oggettiva in nome di quella percepita non serve a nessuno.
Per quanto imperfetta ed ingiusta sia, la realtà dimostrabile è sempre di gran lunga meno ingiusta della realtà percepita da chicchessia perché quest’ultima si basa pur sempre sulla pretesa di qualcuno di trasformare il mondo con la forza (magari con la forza del diritto, ma di un diritto stravolto nella sua funzione e nei suoi contenuti) adeguandolo alla sua illuminata percezione, ovviamente ai danni di chi la pensa diversamente.
L’antidoto alla cultura woke
Lo sconcerto di cui ho parlato prima, riguardo alla diffusione di queste idee nelle istituzioni (per non parlare del sistema culturale e mediatico in generale) può far capire quanto la mentalità woke o politicamente corretta che dir si voglia sia diffusa in Italia, come del resto in tutta Europa, dove per ragioni storiche non sono culturalmente presenti i freni legati alla tutela dei diritti individuali e basati su una visione concreta ed empirica della realtà sociale tipici invece degli Stati Uniti, che hanno contribuito a mettere in grave crisi la cultura woke proprio nel suo Paese di origine.
Questa cultura ha in sé una forte componente nichilista, che la porta a negare tutto ciò che non corrisponde ai suoi modelli di perfezione “percepiti”, e proprio per questo l’antidoto rispetto ad essa consiste nel valorizzare in positivo l’esistente, che sempre merita almeno il beneficio del dubbio.
Nel senso che prima di agire (ad esempio prima di approvare una nuova legge) ci si dovrebbe sempre chiedere se vale davvero la pena di modificare le cose (ad esempio di cambiare la legge in vigore), e si dovrebbe farlo non in base a ragionamenti astratti del tipo: la realtà è inadeguata rispetto al modello ideale (e irreale) percepito e quindi va assolutamente cambiata, ma in seguito a ponderate e realistiche valutazioni dei pro e dei contro.
Per fortuna, anche grazie a molte opinioni di segno opposto, alcune delle quali espresse su Atlantico Quotidiano, la proposta di legge è stata per ora fermata e si spera in un ritorno del buon senso, e se c’è un valore che dovrebbe essere bipartisan, anche di fronte ai più accesi dissensi sulle varie materie è proprio questo, un valore troppo spesso dimenticato e che è compito di tutti recuperare, magari rinunciando a modelli ideali tanto nobili in astratto quanto violenti e ingiusti verso molte persone (soprattutto verso le più deboli) quando vengono applicati in concreto.
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