Storie parallele: il tramonto di Macron e lo stato di grazia di Meloni

Smentita la narrazione che promuoveva un parallelismo invertito tra la "populista" Meloni e il "competente" Macron. Ma le cause della crisi francese e della stabilità italiana non sono sistemiche

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meloni macron

Ieri è stato un 8 settembre singolare poiché abbiamo assistito alla “resa incondizionata” della Francia con il voto di sfiducia al governo Bayrou. La prima volta di una sfiducia in Assemblea nazionale sembra rappresentare l’apice della crisi politica transalpina, nonché il malinconico epilogo della parabola di Emmanuel Macron.

Ciò stupisce, soprattutto se raffrontato con il momento di grazia che invece vive il governo italiano e la sua leader, Giorgia Meloni.

È recente l’entusiastico tributo alla Meloni da parte della platea del Meeting di Rimini e il forte consenso registrato presso gli imprenditori del Forum Ambrosetti. Scene che esaltano lo stridore con le difficoltà dei cugini e che sono confermate anche dai diversi contesti internazionali dove il nostro Paese sembra godere di maggiore credito a causa della sua maggiore stabilità (e forse anche credibilità). E così anche sui mercati finanziari, dove, con maggiore stupore, osserviamo che lo spread con i titoli francesi si sia sostanzialmente azzerato.

Leggeremo e ascolteremo molte analisi sulle cause della crisi francese e del buon momento italiano; in questa sede interessa indagare alcuni limitati profili relativi al parallelismo “invertito” delle vicende politiche dei due leader, Macron e Meloni.

La narrazione mainstream

Un primo profilo riguarda la totale artificiosità della c.d. narrazione dominante, o forse sarebbe meglio dire la narrazione dell’establishment.

Come noto, Macron è sempre stato considerato come un esempio dell’ideale del leader europeo (e, ovviamente, europeista): preparato, efficiente, competente, responsabile, con visione strategica ecc.. La Meloni invece è stata considerata, e per molti lo è ancora, espressione del peggior populismo e dunque demagoga, irresponsabile, incompetente ecc..

Se fosse stata vera questa narrazione, oggi dovremmo assistere ad una Italia allo sbando con i conti pubblici scassati e zero credibilità sui mercati e nei consessi internazionali e ad una Francia sulla breccia del trionfo. Eppure, accade il contrario. E allora sorge spontaneo l’interrogativo su quanto ci fosse di vero nella narrazione mainstream: poco o nulla, in verità.

D’altronde, la distanza tra l’establishment, di cui le forze politiche della sinistra sono da lungo tempo principale espressione, e i ceti popolari è ormai comprovata dall’esito di quasi ogni appuntamento elettorale, europeo e non solo.

Sterilizzare il voto

Ma ad aggravare questo contesto già pesante, vi è l’ulteriore effetto negativo che la narrazione dominante persiste anche nell’analisi di questo fenomeno, per cui le pesanti sconfitte elettorali non innescano dei mutamenti di indirizzo politico o di classe dirigente, ma semmai incentivano la ricerca di soluzioni volte a sterilizzare gli effetti politici del voto popolare.

È accaduto in Italia durante la lunga stagione dei governi tecnici (o comunque non di diretta espressione elettorale), nella quale i problemi strutturali non sono stati risolti e piuttosto si è assistito ad un peggioramento generale del Paese. Tendenza che sembra essersi invertita durante il governo Meloni, probabilmente perché determinati problemi strutturali richiedono non già – o, meglio, non soltanto – una soluzione tecnica, ma una prospettiva politica e la forza elettorale per condurla in porto.

L’attuale esperienza francese sembra ripercorrere i nostri passati errori, con maggiore intensità, posto che l’obiettivo principale è escludere dalla stanza dei bottoni il partito in ascesa nel consenso elettorale, Rassemblement National, secondo lo schema dell’arco costituzionale che ha però perso il suo senso rispetto ad un passato ormai remoto, nonché di eliminare politicamente la sua storica leader, Marine Le Pen, per la quale, come si ricorderà, vi è stata l’inusuale applicazione della ineleggibilità al termine del primo grado di giudizio.

Peraltro, questa tendenza alla neutralizzazione degli effetti del voto popolare assume da tempo una connotazione più generale e trova anche una sua teorizzazione laddove, ad esempio, è riconosciuto un ruolo creativo della giurisprudenza nella produzione del diritto e la posizione di subordinazione del diritto legislativo nazionale rispetto al diritto pretorio comunitario e sovranazionale.

Le “ademocrazie liberali”

In altri termini, lo stato costituzionale di diritto subisce un attacco non solo nel versante delle garanzie delle libertà individuali e del principio della separazione dei poteri, come avviene nelle c.d. democrazie illiberali, ma anche, o forse soprattutto, nel versante della devitalizzazione del fattore democratico, come sembra avvenire in quelle che si possono definire “ademocrazie liberali”.

Sistemi nei quali tendono ad affermarsi soluzioni istituzionali che finiscono per sminuire (o subordinare) il ruolo degli organi di rappresentanza politica, prediligendo la primazia di apparati connotati da una legittimazione non democratica, ma competenziale, e svilendo il ruolo fondamentale della cittadinanza in favore di un utopistico universalismo.

Ecco perché molto probabilmente la crisi politica francese in atto non troverà una soluzione che rimetta al popolo la sua risoluzione, ad esempio con elezioni legislative (o addirittura presidenziali) anticipate, ma con la ricerca di qualche formula, sostanzialmente analoga a quella del governo appena sfiduciato, non capendo che i problemi dell’elevato debito pubblico e della competitività di un sistema non sono delle questioni meramente tecniche, ma politiche al massimo livello e possono essere affrontate con successo soltanto da governi che godono della maggioranza dell’elettorato.

Crisi di leadership, non istituzionale

Un secondo profilo di interesse riguarda la rilevanza del sistema partitico sul concreto funzionamento di un sistema istituzionale.

La Francia sta vivendo un momento di forte instabilità politica, quattro governi in appena due anni. Ciò sembrerebbe essere più una caratteristica di un sistema proporzionale altamente frammentato come la Quarta Repubblica francese o la nostra “Prima Repubblica”. Al contrario, il nostro sistema che ha una indubbia prevalenza del fattore proporzionale vive un momento di straordinaria stabilità, tant’è che il governo Meloni potrebbe divenire a breve il terzo governo più longevo della storia repubblicana italiana.

Questo ulteriore paradosso, da un lato, dimostra l’erronea prospettiva con la quale negli ultimi due decenni si è tentato di stabilizzare il quadro istituzionale italiano quasi esclusivamente con meccanismi elettorali, come se ciò fosse da solo sufficiente, e, dall’altro lato, rischia di far passare in secondo piano l’esigenza di una significativa ristrutturazione del nostro edificio istituzionale che rivitalizzi il fattore democratico con la diretta scelta popolare del capo dell’Esecutivo.

Noi ancora oggi riteniamo preferibile il sistema semipresidenziale perché la crisi francese attuale probabilmente è una crisi politica di una leadership che rischia di trascinare con sé l’intero Paese per la nota Sindrome di Sansone e non invece una crisi di sistema istituzionale.

Così come la sorprendente stabilità italiana non è merito del nostro sistema elettorale e della nostra forma di governo, ma di un’evoluzione politica trentennale che ha dato vita ad un soggetto politico di centrodestra sufficientemente coeso e unitario, pur nella sua plurale articolazione, e che nelle sue alterne fortune elettorali ha costruito un rapporto solido con le esigenze reali della popolazione, a partire dalla questione dell’immigrazione irregolare e della sicurezza nelle città.

Conclusioni

In conclusione, riteniamo che la crisi francese potrà trovare la via di una sua risoluzione se e quando la sua forma di governo ritroverà un rapporto equilibrato con la volontà popolare, consentendo di valorizzare al massimo le potenzialità del sistema semipresidenziale.

Mentre il governo italiano dovrebbe approfittare di questo momento di grazia per realizzare alcune riforme istituzionali che irrobustiscano il nostro ordinamento costituzionale, affinché l’attuale buon momento della leadership italiana dia il frutto strutturale di una maggiore stabilità istituzionale.

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