Toscana, la vittoria amara di un sistema chiuso e autoreferenziale

Non è disaffezione quella dei cittadini che non votano: è delusione. Percezione che il risultato sia già scritto altrove, con regole del gioco truccate che svuotano la rappresentanza

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Schlein giani (1)

C’è qualcosa di profondamente stonato nel risultato delle elezioni regionali in Toscana. Non per l’esito in sé – la vittoria di Eugenio Giani e del cosiddetto “campo largo” era, tutto sommato, prevedibile, e vedremo come riuscirà a governare – ma per ciò che resta dopo: un senso amaro, diffuso, che va ben oltre la contesa tra destra e sinistra.

Problema sistemico

Il vero sconfitto non è Alessandro Tomasi, che in un solo mese ha costruito consenso e rispetto, ma la rappresentanza. A perdere è l’idea stessa di partecipazione, di voto come strumento di fiducia tra cittadini e istituzioni.

Perché quando l’affluenza crolla, e in Consiglio entrano “nominati” garantiti dai listini bloccati di un partito (Pd), mentre chi ha raccolto migliaia di preferenze sul territorio resta fuori, allora il problema non è politico: è sistemico.

È la fotografia di una democrazia che si sta svuotando dall’interno. Un meccanismo che premia le fedeltà interne, logiche vecchie, e punisce il merito, che trasforma il voto in una formalità burocratica. La legge elettorale regionale, così com’è, sottrae valore al voto diretto, negando il principio di rappresentanza e mortificando il lavoro di chi, sul territorio, ha saputo costruire relazioni, ascolto, fiducia.

E mentre i “garantiti” (sempre del Pd) brindano, molti amministratori e candidati restano a casa nonostante risultati personali di rilievo. Non è disaffezione quella dei cittadini che non votano: è delusione. È la percezione che il risultato sia già scritto altrove, nelle stanze dei partiti, dove si decidono candidature, equilibri e seggi.

Un sistema chiuso

In questo contesto, il risultato di Tomasi appare come un piccolo miracolo politico. Un mese di campagna non basta per ribaltare un sistema consolidato, ma è bastato per dimostrare che un’alternativa esiste. Se la candidatura fosse arrivata prima, con un progetto realmente competitivo, forse oggi parleremmo di un’altra Toscana.

C’è poi un dettaglio che suona quasi ironico: lo slogan “Cambiamo la storia” ( sempre del Pd) 

Ma la storia – quella che serve davvero cambiare – è proprio la loro. Quella di un sistema chiuso, autoreferenziale, incapace di aprirsi alla realtà di una società che cambia più in fretta dei partiti.

La Toscana resta una terra viva, ma sempre più vuota di fiducia politica. E se alle urne si presentano sempre meno cittadini, non è per pigrizia: è per logica. Finché le regole del gioco resteranno truccate, nessun cambiamento sarà reale.

E mentre nel mondo Giorgia Meloni viene riconosciuta come una leader di peso – più considerata all’estero che nel Paese che guida – l’Italia resta prigioniera delle proprie contraddizioni interne. All’estero ne ammirano la determinazione, la coerenza, la capacità di imporsi nei tavoli internazionali; ma dentro i confini nazionali, la politica continua a parlare un linguaggio autoreferenziale, chiuso, incapace di rinnovarsi davvero.

Una distanza che racconta tutto: un Paese che brilla fuori, ma inciampa in casa. Buon lavoro a chi entra in Consiglio. E un riconoscimento doveroso a chi, come Alessandro Tomasi, ha raccolto consensi veri, costruiti sul campo e non su un listino. Perché il futuro della politica toscana – sempre che ne abbia ancora uno – passerà solo da lì: dal ritorno al merito, alla fiducia e alla trasparenza.

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