Antisemitismo Reloaded: dal nazismo all’ideologia woke, inquietanti analogie

Come hanno fatto le società occidentali, e in particolare europee, a ricadere nello stesso tragico errore? L'ideologia antioccidentale che rifiuta la realtà e si nutre di vittimismo

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corteo pro palestina

Negli ultimi tempi, prendendo spunto da una visione distorta e rovesciata della guerra di Gaza, è ricomparsa in quasi tutti i Paesi occidentali, e particolarmente in quelli europei, da sempre molto sensibili al fascino dei movimenti collettivi e della “piazza”, una delle forme di razzismo più subdole e devastanti: l’antisemitismo.

Esso oggi si chiama antisionismo (termine derivato peraltro dalla cultura sovietica), ma il suo contenuto non è molto diverso da quello del passato: allora si combatteva il diritto degli ebrei di essere cittadini degli stati europei, oggi si combatte il loro diritto di essere cittadini dello stato di Israele.

Come può accadere di nuovo?

Per fortuna non si è ancora giunti ai livelli estremi degli anni 30 e 40 dello scorso secolo, ma buona parte della strada dell’antisemitismo di quell’epoca è già stata ripercorsa: in molti stati europei i “sionisti” come sono oggi definiti, vengono cacciati da gran parte delle università che a loro volta rompono ogni rapporto le università israeliane; nelle manifestazioni canore, cinematografiche ecc., e in quelle sportive la presenza di artisti o atleti israeliani è spesso vietata e quando è ammessa viene quasi sempre condannata in modo deciso dai commentatori; molte imprese, adducendo motivi “etici” rifiutano di avere rapporti commerciali con le aziende israeliane; e persino alcuni governi applicano, di diritto o di fatto sanzioni a Israele.

In tutto questo un ruolo decisivo svolgono le manifestazioni di piazza antisioniste, violente e temute come furono quelle antisemite del passato. Come è potuto accadere tutto questo? Fino a pochi anni, quando si parlava dell’antisemitismo nazionalsocialista e fascista, si ripeteva con enfasi: mai più! Come hanno fatto, allora, le società occidentali, e in particolare quelle europee, a ricadere nello stesso tragico errore?

Una frase molto vera, attribuita a Winston Churchill (1874-1965) afferma che “Chi non sa imparare dalla storia è condannato a ripeterla”, e tale frase si applica perfettamente all’antisionismo di oggi: esso è possibile perché le nostre società non hanno saputo imparare dall’antisemitismo del passato.

Dell’antisemitismo del XX secolo sono stati studiati, e ampiamente divulgati (con documentari, visite ai campi di concentramento ecc.) gli effetti, cosa di per sé giusta, ma non se ne sono mai prese in esame seriamente le cause.

Non mi riferisco alle cause politiche, economiche, sociali ecc. che sono legate, oggi come ieri, all’apparire di questa forma di razzismo, ma mi riferisco alle cause morali: ben pochi studiosi e pensatori, e praticamente nessuno a livello divulgativo, si sono chiesti in base a quali valori ad esempio un popolo tra i più civili del mondo come quello tedesco giunse ad ammettere la creazione e la gestione dei campi di sterminio.

Il diabolico inganno

La risposta, grazie alla sua esperienza di vittima del regime comunista sovietico, un regime altrettanto totalitario ed antisemita (anche se forma meno esplicita) di quello nazista, ce la ha fornita il grande scrittore russo Alexandr I. Solženycin (1918-2008), che ha affermato che tutte le violenze dei regimi totalitari, comprese quelle basate sul razzismo, derivano dall’ideologia, la quale consiste in un inganno “diabolico” (nel senso letterale del termine, perché questo dovrebbe essere il compito del principe delle tenebre) che induce gli esseri umani a compiere il male con la convinzione di compiere il bene: del resto anche San Paolo (seconda lettera ai Corinzi, 11,14) afferma che molto spesso “Satana si traveste da angelo della luce”.
L’ideologia infatti stravolge la realtà: molti tedeschi, forse la maggioranza di essi, durante il nazismo aderirono allo stesso in maniera convinta e, accecati dall’ideologia non riuscirono a comprendere i crimini che si compivano sotto i loro occhi, crimini ai quali o per convinzione o per senso del dovere finirono per collaborare.

In cosa consisteva l’ideologia nazionalsocialista che fu la causa dell’antisemitismo e quali analogie ci sono con l’ideologia woke che è la causa dell’antisionismo di oggi? Proviamo ad accennare qualche breve risposta. Tutte le ideologie si basano su principi nobili ma astratti che rifiutano di confrontarsi umilmente con la realtà: alla base dell’antisemitismo nazista c’era ad esempio una visione del mondo che mirava a realizzare l’armonia ed il progresso universali.

In vista di questo obiettivo alcune razze più avanzate (quelle germaniche e nordiche) avevano il compito di guidare gli altri popoli (mediterranei, slavi, asiatici ecc.) sulla via della civiltà verso il mondo perfetto: l’uso eventuale della violenza militare, era considerato solo un mezzo per difendersi dalla pretesa dei popoli meno evoluti di opporsi a questo cammino, una sorta di operazione di polizia internazionale a beneficio dello sviluppo civile dell’umanità.

L’esistenza di una razza, quella ebraica, che rivendicava la propria unicità e rifiutava di inserirsi in questa gerarchia progressista suonava come una bestemmia. Di conseguenza la realtà veniva stravolta: ogni atto degli ebrei era malvagio e ogni violenza verso gli stessi, giù giù fino ai campi di concentramento, era considerata un atto nobile, un dovere morale verso l’umanità: molti tedeschi credettero a questa raccapricciante narrazione.

L’antisionismo di oggi

Oggi, alla base dall’antisionismo c’è una visione delle cose diretta anch’essa a realizzare l’armonia universale e il mondo perfetto attraverso la riparazione dei torti compiuti dagli occidentali e in questo senso i popoli africani, asiatici ecc. hanno il compito di riportare la giustizia nel mondo: l’uso eventuale della violenza militare (o terroristica) è considerato come un mezzo per realizzare la giustizia mondiale, come una forma di “resistenza” alla non ancora del tutto eliminata oppressione occidentale.

L’esistenza di uno stato quale quello di Israele che forse più di ogni altro rivendica le propria identità occidentale e rifiuta di scusarsi del solo fatto di esistere suona come una bestemmia. Di conseguenza la realtà viene stravolta: ogni atto ostile ad Israele, compresi i disgustosi massacri del 7 Ottobre, è considerato un atto nobile di resistenza, ed ogni atto di reazione degli israeliani – anche se inevitabile e compiuto con un occhio attento agli aspetti umanitari quali sono state le operazioni militari nella guerra di Gaza – viene definito come un crimine: molti oggi credono a questa raccapricciante narrazione.

Il vittimismo

Un’altra caratteristica comune all’antisemitismo del XX secolo e all’antisionismo di oggi è la loro impostazione vittimistica. In entrambe le due forme, il razzismo antiebraico non era e non è basato su una sorta di pretesa “superiorità” fisica o intellettuale, ma piuttosto sulla affermazione di essere vittime della malvagità ebraica, diffusa nei Paesi europei allora e concentrata in Israele oggi, una malvagità che, come spero di avere illustrato poco sopra, derivava e deriva dal solo fatto di essere ebrei o israeliani e che quindi non aveva e non ha bisogno di essere dimostrata.

Molti tedeschi di allora e molti attivisti di oggi affermavano e affermano con convinzione (e purtroppo in questo sta l’inganno diabolico dell’ideologia) di non essere antisemiti, e anzi di amare gli israeliti, ma di approvare le violenze di ieri (i campi di sterminio) e di oggi (i massacri del 7 ottobre) come giuste reazioni alle azioni malvagie rispettivamente degli ebrei e degli israeliani.

Sviluppo graduale

Un’altra caratteristica comune delle due forme di antiebraismo è il loro sviluppo graduale: l’antisemitismo/antisionismo è un tarlo che si insinua goccia a goccia nella mente e solo in tal modo conquista l’approvazione di molte persone.

Quando Adolf Hitler (1889-1945) cercò di promuovere una sollevazione popolare legata alla sue idee razziste nel 1923 fu arrestato e molto probabilmente molti tedeschi lo considerarono un folle estremista, ma goccia a goccia, grazie anche all’influsso della seconda anima nera del nazismo, l’ideologo Joseph Goebbels (1897-1945) l’antisemitismo penetrò nelle coscienze e solo dieci anni dopo (1933) conquistò le menti di molti tedeschi.

Inizialmente molti ebrei erano rispettati cittadini tedeschi, alcuni erano veterani decorati della Prima Guerra Mondiale, altri erano eminenti intellettuali, professionisti o imprenditori, ma gradualmente l’ostilità popolare nei confronti dell’alta finanza venne diretta verso gli ebrei in genere, anche in questo caso ignorando la realtà (da un lato molti operatori finanziari non erano ebrei e dall’altro alcune operazioni finanziare furono utili all’economia tedesca).

Quindi, dall’accusa di essere dei parassiti dediti solo a sfruttare finanziariamente i lavoratori si passò al divieto per gli ebrei di svolgere la maggior parte delle professioni (leggi “di Norimberga” del 1935), quindi al lavoro coatto nei lager (“il lavoro rende liberi” era scritto sull’ingresso di quei gironi infernali), e infine, complice l’impatto della guerra si giunse ad elaborare la “soluzione finale” della questione ebraica (1942), l’eliminazione fisica degli ebrei in tutto il territorio del Reich.

Dopo i massacri del 7 Ottobre, per un breve periodo prevalsero l’orrore verso gli assassini di Hamas e la pietà per vittime israeliane, anche se talora uniti alla considerazione che queste ultime “se l’erano cercata”; ben presto però la reazione militare israeliana non venne più considerata legittima ma eccessiva; poi, complici le cifre gonfiate ad arte sulle vittime si iniziò a parlare di strage dei civili, e anche sull’onda di affermazioni e decisioni di organismi dell’Onu e della Corte penale internazionale, anch’essi pesantemente coinvolti nell’ideologia antisionista, si passò direttamente alla demenziale accusa di genocidio ad Israele e al suo governo.

Parallelamente ne seguirono l’esaltazione delle stragi del 7 Ottobre come atti di resistenza e l’elaborazione dello slogan che richiede come “soluzione finale” della crisi mediorientale l’eliminazione dalla faccia della terra dello Stato di Israele, e la creazione di una Palestina “libera dal fiume al mare”.

L’ideologia antioccidentale

Ancora una volta le premesse ideologiche, basate sulla la concezione secondo cui un Paese di cultura occidentale se usa la forza militare non è “ontologicamente” possibile che lo faccia in maniera legittima (anche se criticabile in molti aspetti) per difendersi, ma solo per opprimere e per eliminare i suoi nemici, i quali essendo non occidentali hanno ragione a prescindere da quali crimini possano commettere, hanno prevalso sulla realtà inquinando le coscienze di molti, convinti di agire per il bene quando sostengono gli assassini e condannano le vittime.

L’intenzione di questo scritto era cercare di mettere brevemente in luce l’aspetto ideologico del razzismo antisemita/antisionista: ne è seguito un piccolo viaggio negli orrori e negli inganni che questa ideologia ha sempre portato con sé.

L’antisemitismo/antisionismo, peraltro è come una cartina di tornasole che rivela una più generale ideologia totalitaria, ieri quella nazista, oggi quella woke, che minaccia di distruggere la libertà individuale, l’eguaglianza ed il benessere che, pur tra molti difetti le società occidentali, compresa quella israeliana, hanno realizzato.

Chi crede in questi valori non può che condannare ogni forma di totalitarismo antioccidentale e ogni forma di razzismo “vittimista”, sperando che molti, soprattutto gli appartenenti alle giovani generazioni capiscano che attaccare Israele ed esaltare Hamas, un movimento terrorista condannato da quasi tutti Paesi arabi, equivale a segare (con compiacimento) il ramo su cui si è seduti: se certe idee attecchissero sino a condizionare in maniera assoluta le politiche dei governi europei, la caduta sarebbe devastante e il ritorno alla realtà molto drammatico e quasi impossibile da rimediare.

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