
Le polemiche scoppiate qualche settimana fa riguardo alla composizione di un gruppo di esperti istituito presso il Ministero della salute, incaricato di fornire pareri in merito alla gestione delle future politiche vaccinali, causate dalla presenza nel gruppo di alcuni membri fortemente critici sulla gestione della recente epidemia causata dal Covid-19, hanno per così dire evocato lo spirito delle repressione delle idee altrui che negli scorsi anni ha purtroppo dominato la politica e la società del nostro Paese (e non solo del nostro). E quello spirito ha battuto un colpo.
Repressione del dissenso
Un gruppo di virologi, a cui ha dato voce soprattutto Roberto Burioni, sostenitori ad oltranza delle misure a suo tempo adottate contro il Covid, ha esplicitamente richiesto l’esclusione degli esperti “dissenzienti” e il ministro Orazio Schillaci purtroppo ha provveduto a revocare le nomine. Un atteggiamento che ha rappresentato in sostanza la ripetizione di richieste ancora più gravi provenienti dallo stesso gruppo di virologi che negli anni scorsi proposero addirittura l’adozione di sanzioni penali ai danni di chi osasse esprimere opinioni diverse dalle proprie sulla gestione dell’epidemia.
Si tratta di atteggiamenti sconcertanti e da biasimare per chi crede nel valore della libertà di espressione del pensiero, che non feriscono solo la democrazia e i diritti individuali, ma mettono in pericolo i principi fondamentali della scienza stessa, in nome dei quali questi virologi emanano le loro condanne verso i dissenzienti, condanne che nel passato troppo spesso, e purtroppo anche oggi, i soggetti pubblici non sono stati capaci di contrastare.
Siamo in un periodo dove la gestione dell’epidemia da Covid-19 è soggetta ad una giusta revisione in tutti i Paesi democratico liberali, e forse per fare in modo che questi atteggiamenti di condanna verso le opinioni non gradite non si ripetano, può essere utile una breve analisi delle cause di fondo degli stessi.
Infiltrazioni woke
Non mi riferisco alle motivazioni personali dei singoli virologi né alle eventuali pressioni ideologiche o economiche sugli stessi, che non intendo giudicare qui (anche se non credo si possa negare la loro esistenza), perché ritengo che la vera forza negativa di questi atteggiamenti trovi il suo fondamento in una concezione della preparazione scientifica e del rapporto tra l’esperto, il “tecnico” e la società, che è tipica della cultura woke.
La cosa non deve sorprendere: la cultura woke, come un tarlo si è insinuata in quasi tutte le espressioni dello spirito dei Paesi occidentali, dalla religione alla politica, dall’economia alla storia e non ha fatto eccezione per le discipline, come la medicina e in particolare la virologia, basate sulle scienze naturali, che lungi dall’essere “esatte”, sono anch’esse “troppo umane”, soprattutto quanto si lascia il campo delle ricerca pura e ci si avventura (come è giusto che sia altrimenti esse sarebbero solo dei puri esercizi mentali) ad affrontare la realtà concreta e si entra nel campo delle scienze “applicate”.
Nel rapporto con la realtà materiale e sociale, entrambe coinvolte nel momento in cui si suggeriscono i modi ritenuti migliori per affrontare un’epidemia da virus, entrano infatti in gioco alcuni principi relativi al ruolo dell’esperto, ai suoi rapporti con le istituzioni sociali politiche, e financo al modo di concepire i rapporti umani: per molti e in particolare per i virologi dogmatici, tali principi sono oggi pesantemente condizionati dalla cultura woke, e questo a prescindere dalle buone o meno buone intenzioni personali dei singoli.
La scienza come serie di dogmi
Partiamo dalla prima cosa che colpisce, la “virulenza” (dato che spesso di è parlato di “pandemia dell’informazione”, mi permetto di usare questo termine) degli attacchi ai virologi dissenzienti: se si può comprendere che nel corso di una discussione polemica non tutti agiscano con il fair play di un lord inglese di altri tempi, non è però accettabile il tentativo di zittire con la forza dell’autorità l’avversario, chiedendone l’esclusione dalle strutture pubbliche tenute a dare pareri (che funzionano solo se i componenti esprimono punti di vista diversi, altrimenti sono inutili) o peggio chiedendone la condanna penale.
Comportamenti che dimostrano l’esistenza a monte un disprezzo per chi la pensa diversamente, un disprezzo da intendersi non in senso psicologico e personale, ma in senso culturale, un disprezzo che si basa sulla visione degli essere umani tipica della cultura woke. Per coloro che si riconoscono (esplicitamente o anche solo implicitamente) in essa infatti, chi la pensa diversamente è inevitabilmente un malvagio condizionato da chissà quali interessi (la cultura woke è profondamente manichea e divide il mondo i buoni assoluti e cattivi assoluti) o al più un povero incompetente che rifiuta egoisticamente di piegarsi al pensiero dominante.
Questo atteggiamento verso gli avversari deriva da un altro principio tipico della cultura woke: l’intellettuale (uso questo termine nel suo senso più ampio, come sinonimo di persona che produce idee) e quindi lo scienziato, se vuole essere considerato tale, deve presentarsi come una sorta di “unto” tenuto ad esprimere la verità: prendo in prestito questo termine dal pensatore americano Thomas Sowell che gli dedica ampio spazio nel suo libro “Intellectuals and society”, che contiene considerazioni applicabili a tutte le culture illiberali, compreso ovviamente il pensiero woke.
Il virologo “unto” non può ammettere dissenso perché crede (magari in piena convinzione) di essere tenuto ad esprimere la verità, e quindi non può ammettere lo spirito di ricerca e di dubbio sui si è basata la scienza sperimentale occidentale che ha superato quella di tutte le altre civiltà, passate e presenti proprio grazie a questo spirito, come messo in evidenza dallo storico Niall Ferguson nel suo libro “Civilization. The West and the Rest”, tradotto in italiano con il titolo “Occidente. Ascesa e crisi di una civiltà”.
Ancora un passo. Lo scienziato woke che si considera un “unto”, e non crede nella ricerca basata sul dubbio e sul confronto tra le opinioni, crede ancora meno nel valore degli errori come un passaggio a volte necessario verso una migliore conoscenza della realtà, perché considera la scienza non come una serie di ipotesi, tra le quali l’esperienza concreta ci suggerirà quale scegliere, cioè quella che si dimostrerà non perfetta, ma migliore delle altre, secondo la concezione della scienza portata avanti da Thomas Khun nel suo libro “La struttura delle rivoluzioni scientifiche“.
Ma la considera come una serie di dogmi, di verità assolute che non sono tenute a confrontarsi con la banale realtà empirica, anche di fronte a contraddizioni più o meno evidenti, come dimostra il passaggio fulmineo di alcuni virologi da affermazioni che minimizzavano il virus all’appoggio alle misure più drastiche.
Nessuna via di mezzo
Infine, e ciò rappresenta forse il punto terminale di tanti errori commessi durante la gestione dell’epidemia, la visione del mondo woke non ammette che la scienza, in particolare la scienza applicata possa ragionare in termini di pro e di contro: essendo come detto una scienza manichea essa ammette solo l’alternativa tra decisioni totalmente buone e giuste, e decisioni totalmente sbagliate e cattive.
Laddove, come nel nostro Paese, ma anche altrove si è ispirata a tale concezione, la gestione del Covid-19 non ha fatto eccezione: si pensi all’iniziale rifiuto di dare peso all’epidemia accompagnato da non velate accuse di razzismo anticinese; alle chiusure esasperate (che nel nostro Paese hanno raggiunto livelli decisamente eccessivi), le quali hanno inevitabilmente trasformato le RSA in luoghi di contagio proprio per i soggetti più interessati dal virus e che più avrebbero dovuto essere tutelati, gli anziani.
Si pensi ancora al blocco delle attività lavorative, e al rallentamento (rinvio di visite, ricoveri, esami e cure) di quelle sanitarie che hanno portato ad una quasi paralisi del sistema che oltre ai danni economici e sociali, ha causato un numero aggiuntivo di vittime che molti stimano si aggiri intorno al 30 per cento dei decessi avvenuti durante l’epidemia.
Si pensi infine ai vaccini, imposti peraltro tramite uno strumento ambiguo come il Green Pass, anziché tramite una prescrizione autoritativa diretta. Vaccini certo utili per gli anziani e i soggetti fragili, ma che hanno creato molti disagi, e purtroppo anche vittime tra la popolazione, soprattutto tra i giovani. Tutte queste misure, se valutate in termini di pro e contro e quindi adottate in misura più mirata e graduale, e non proclamate come dogmi, avrebbero avuto degli effetti decisamente migliori.
La mancanza di autocritica
Sorvoliamo sulle conseguenze sociali prodotte da questa mentalità dogmatica, in particolare sul clima quasi di odio ad esempio verso i soggetti contrari alla vaccinazione (i cosiddetti “no vax”): limitandoci agli effetti sanitari, si deve riconoscere che molti errori erano probabilmente inevitabili di fronte ad un virus nuovo e particolarmente aggressivo (forse a causa della sua origine in laboratorio di Wuhan in Cina, per molto tempo tenuta nascosta, ma ormai sostanzialmente accertata), ma di fronte agli errori l’atteggiamento più corretto (anche se non facile) pure dal punto di vista scientifico è quello di riconoscerli.
Sarebbe bello che oggi, ormai a tre anni di distanza, molti virologi che appoggiarono incondizionatamente ad anzi sollecitarono le misure estreme sopra descritte, fermo restando che la loro opinione è sempre utile ed importante ai fini di un dibattito, fossero capaci, evangelicamente, di togliere prima gli errori dal proprio occhio per poter valutare in maniera serena quelli eventualmente presenti nell’occhio altrui.
Concezione empirica vs concezione autoritaria
Nelle epidemie “non va tutto bene” (altra affermazione dogmatica tipica della concezione woke del mondo, che equivale a dire “noi non sbagliamo mai”), ma gli aspetti negativi possono e devono essere ridotti quanto più possibile e quelli positivi rafforzati il più possibile.
Per fare ciò però c’è bisogno di una concezione empirica ed umile della scienza, capace eventualmente di appoggiare anche scelte poco popolari, ma sempre aperta al confronto con le visioni diverse e sempre disponibile a correggere le proprie. C’è bisogno cioè di una concezione occidentale, sperimentale (e non dogmatica) della scienza, in particolare quando sono in gioco le vite di molte persone.
Da più di un decennio la cultura occidentale, in tutti i suoi aspetti è sotto attacco da parte della mentalità woke, una mentalità che oggi mostra forti segni di cedimento negli Stati Uniti (patria di origine della stessa), ma che ancora resiste in ampi settori delle élites intellettuali europee (virologi compresi).
A livello di scienza applicata (come accade anche in altri settori) questa mentalità si è tradotta e tuttora si traduce in una sorta di ammirazione acritica per la gestione delle epidemie basata su concezioni dogmatiche e autoritarie, quale soprattutto quella cinese, ma anche quella portata avanti dalla Organizzazione mondiale della sanità. Concezioni che non ammettono dissenso e che si prestano ad essere collegate molto spesso ad una visione altrettanto autoritaria della società.
Tra i molti aspetti della mentalità occidentale che noi europei dobbiamo riprendere e rafforzare, il modo di concepire la scienza non è certo l’ultimo. Ad una visione empirica e sperimentale della scienza tutti – in particolare, oltre ai virologi, i mass media e i politici – sono chiamati a dare il proprio contributo. Solo in tal modo si potrà ragionevolmente sperare che in una eventuale futura situazione di emergenza sanitaria, anche se le cose non andranno “completamente bene”, non verranno ripetuti gli errori commessi negli anni passati.
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