
Ebbene sì, lo ammetto, sono un grande estimatore e ammiratore dei Genesis, la band inglese di rock progressivo per antonomasia: un amore adolescenziale che è giunto inalterato fino ad oggi, alla tenera età di 62 anni. La mia passione nacque un giorno in secondo liceo (era il 1978), quando un mio compagno di classe mi prestò l’LP “Foxtrot” (un tempo si usava condividere tra amici dischi e musicassette) e quello stesso pomeriggio, tra i mille ‘click’ di quel vinile graffiatissimo, scoprii la magia della loro musica. Da allora fu amore a primo udito che non mi ha mai più abbandonato.
Vorrei quindi raccontarvi a modo mio i quattro anni lungo i quali si è sviluppato quello che, secondo me, è stato il culmine della loro parabola musicale, dal 1971 al 1974, e i quattro album pubblicati in quel periodo che hanno caratterizzato e cambiato per sempre la storia del rock progressivo. Nessuna pretesa di critica musicale, di cui non avrei peraltro alcuna competenza, ma solo l’omaggio commosso di un fan semplice di questa band che tanto ha contribuito alla mia formazione giovanile, basato esclusivamente sulle mie personali sensazioni ed emozioni, con la speranza che coloro che amano come me i Genesis si riconoscano nelle mie stesse sensazioni ed emozioni, e l’auspicio che coloro che ancora non li conoscono si facciano incuriosire dalle mie parole e decidano di accingersi all’ascolto dei loro brani.
In questa prima parte ci occuperemo dei primi tre album, “Nursery Cryme”, “Foxtrot” e “Selling England by the pound”, e lasceremo alla prossima puntata il quarto album, “The Lamb lies down on Broadway”, che narra le avventure del portoricano Rael nella giungla d’asfalto di new York, il primo e unico concept album mai pubblicato dai Genesis. Ma adesso bando alle chiacchiere e immergiamoci nel magico mondo dei Genesis!
Nursery Cryme
Subito dopo il loro primi due acerbi album “From Genesis to Revelation” (1969) e “Trespass” (1970) nei quali cominciava a delinearsi il loro stile musicale inconfondibile (soprattutto nell’ultima traccia di “Trespass”, “The Knife”), il nucleo originario dei ragazzi della Charterhouse School – Peter Gabriel, Tony Banks e Mike Rutherford – si arricchì di due nuovi elementi: il batterista Phil Collins e il chitarrista Steve Hackett.
Questa sarà la formazione che darà poi origine a quasi tutti i loro capolavori, a cominciare proprio da “Nursery Cryme” del 1971, da cui traspare in maniera inconfondibile la loro formazione classica in un brano sulla mitologia greca, il mito di Ermafrodito in “The fountain of Salmacis”, una galoppata epica dai toni drammatici che narra come la ninfa Salmace, innamoratasi perdutamente di Ermafrodito (figlio di Mercurio–Ermes e di Venere–Afrodite), avesse supplicato gli dei per far sì da potersi fondere in un tutt’uno col suo amante, e la sua supplica fu così accorata che gli dei esaudirono il suo desiderio facendo nascere la prima creatura, appunto, ermafrodita.
Ma l’immaginario dei Genesis spaziava a 360 gradi e quindi ecco un brano riferito al periodo vittoriano, “The return of the giant Hogweed”, che narra di una fantomatica minaccia arborea proveniente dalla Russia, piante dotate di sensibilità e di desiderio di vendetta portate in Inghilterra da un esploratore e donate ai Royal Gardens a Kew (il giardino botanico londinese), che invadono ogni anfratto disponibile in una marcia apparentemente inarrestabile.
Il senso di ineluttabilità del fato, tipico di tutto l’album, lo si può poi ritrovare anche in “Seven Stones”, brano il cui nome prende spunto dai pericolosi bassi fondali delle Seven Stones reef tra la costa inglese e l’isola di Scilly.
Non manca poi una feroce critica alla vacuità dei media (già nel 1971, pensate un po’!) con la telecronaca surreale di un suicidio in diretta televisiva della Bbc in “Harold the Barrel”.
Ma è sui giochi di parole che “Nursery Cryme” trae la sua forza: il titolo stesso è un gioco di parole relativo alle “Nursery rhymes”, filastrocche per bambini diffuse nel mondo anglosassone. E Peter se ne inventa una di sana pianta di filastrocca, “The musical box”, la storia di Cynthia, una bambina che decapita accidentalmente il suo piccolo amico Henry durante una partita di croquet (ritratta sulla copertina dell’album) e poi si impossessa del suo carillon che narra la filastrocca di “Old King Cole”.
Al suono del carillon, lo spirito di Henry da vecchio si materializza dinanzi a lei e la supplica di toccarlo per soddisfare il desiderio mai realizzato in vita (“Why don’t you touch me, touch me, touch me…”), ma la tata di Henry entra nella stanza e, alla vista del suo fantasma, gli scaglia addosso il carillon distruggendolo e facendo dissolvere lo spettro.
Le sonorità sono barocche, romantiche, con fortissimi richiami alla musica classica, dove la voce inconfondibile di Peter si fonde mirabilmente con gli assoli di Mellotron di Tony e delle chitarre di Mike e Steve e rapisce l’ascoltatore in una vera e propria estasi sonora.
Completano l’album due brani: “For absent friends”, un dolcissimo quadretto tipicamente inglese di due anziane vedove che si fanno compagnia a vicenda recandosi alla funzione religiosa della domenica mattina, e “Arlequin”, un breve brano dal testo piuttosto oscuro caratterizzato dalla voce in falsetto di Phil che comincia a muovere i suoi primi passi come cantante, oltre che batterista.
Foxtrot
Dopo il successo di “Nursery Cryme” che li proietta sulla scena internazionale, soprattutto in Italia (dove i Genesis sono sempre stati apprezzatissimi), la band inglese si cimenta nel 1972 in quello che è, a mio avviso, l’apice della loro produzione musicale, “Foxtrot”, l’album che porta avanti le sonorità e lo stile già dimostrati in precedenza e li spinge al massimo delle loro possibilità.
L’album si apre con “Watcher of the Skies” che, fatto curioso, fu scritta sulla terrazza del loro albergo di Napoli dove si trovavano in tournee, e narra di un visitatore extraterrestre che osserva dall’alto il paesaggio desolato post-apocalittico di una Terra completamente distrutta da una guerra termonucleare globale.
L’album contiene altri richiami alla fantascienza nel brano “Get’em out by Friday”, nei cui testi la speculazione edilizia e la crisi abitativa del sobborgo londinese di Harlow Town vengono “brillantemente” risolti in un futuro distopico – tremendamente somigliante al nostro presente – dal fantomatico organo governativo del Genetic Control, dimezzando per legge l’altezza degli umanoidi in modo da poterne stipare il doppio nelle medesime abitazioni. Questo giocare d’azzardo con il Dna umano e con i controlli pervasivi dei governi vi ricorda qualcosa?
Ma non mancano anche i riferimenti alla storia d’Inghilterra in “Time table”, storia di onore cavalleresco, di re e di regine, ma soprattutto in “Can-Utility and the Coastliners” che narra le gesta del primo re danese d’Inghilterra, Canuto il Grande (Canute the Great). Quest’ultimo brano è sempre stato un po’ la Cenerentola nelle loro performance dal vivo ma ha un lirismo e una potenza musicale, soprattutto nelle tastiere di Tony e nei virtuosismi di chitarra di Steve, che merita davvero di essere ascoltato e valorizzato.
Ma il brano più grandioso, forse il più bello mai scritto dai Genesis, il loro culmine musicale e artistico è “Supper’s ready”, un autentico capolavoro, un’epopea di oltre venti minuti suddivisa in sette movimenti in cui la band mette in musica un oceano di emozioni di ispirazione biblica e mitologica.
In questa suite i Genesis danno il meglio di sé, intrecciando temi profondi che si condensano nell’intimo abbraccio di due amanti, dipingendo un affresco che abbraccia l’intera storia dell’umanità. Il viaggio culmina con l’Apocalisse biblica resa musicalmente con una straordinaria potenza espressiva che scuote l’anima, per poi sciogliersi in un dolcissimo dialogo finale tra i due amanti, illuminati dalla visione di un angelo che preannuncia la “Nuova Gerusalemme”
There’s an angel standing in the sun, and he’s crying with a loud voice, “This is the Supper of the Mighty One, Lord of lords, King of kings, has returned to lead his children home, to take them to the New Jerusalem”.
“Supper’s ready” è un’opera che incarna l’essenza visionaria e poetica dei Genesis, da ascoltare con il cuore e l’immaginazione aperti ad ogni esperienza musicale ed emozionale. La sua ricchezza sta nella capacità di alternare momenti di introspezione, dolcezza e fragilità ad esplosioni di potenza drammatica (“… 666 is no longer alone…”), utilizzando una gamma sonora che spazia in tutti i generi, un’esperienza che va oltre l’ascolto: è un’immersione totale in un mondo di immagini, emozioni e visioni che continua a risuonare come una delle vette più alte del rock progressivo mondiale.
Completa l’album un breve assolo di chitarra di Steve, “Horizons”, che si rifà al Preludio della Suite per violoncello n. 1 in Sol Maggiore, BWV 1007 di Johann Sebastian Bach. Piccola particolarità: nell’esecuzione del pezzo, Steve fa ampio ricorso alle zone armoniche della sua chitarra acustica.
Selling England by the pound
Dopo il successo della loro tournee che li aveva portati a suonare dal settembre 1972 all’agosto 1973 nelle principali piazze europee e nordamericane, i Genesis rientrano in studio per le registrazioni del loro nuovo album, “Selling England by the pound” del 1973. Questo loro lavoro combina testi poetici, complessi arrangiamenti musicali e un’atmosfera tipicamente britannica, con riferimenti sempre più espliciti alla cultura e alla società inglese.
Elementi come “Britannia” (l’allegoria femminile dell’impero britannico), “Old Father Thames” (come i londinesi erano soliti chiamare il “loro” Tamigi), i “citizens of hope and glory”, (riferimento alla canzone patriottica “Land of Hope and Glory”) entrano prepotentemente nelle nuove armonie musicali per criticare la decadenza dei costumi inglesi e il consumismo dilagante dell’epoca, il tutto espresso con una inconfondibile vena malinconica che pervade tutto l’album.
I testi sono l’apoteosi dei giochi di parole, a cominciare dal primo brano dell’album, “Dancing with the moonlit Knight”, che parla di Cavalieri dello Scudo Verde (“Knights of the Green Shield”) che in realtà altro non sono che i bollini di una raccolta punti di una catena di supermercati dell’epoca recanti appunto l’effigie di uno scudo verde. E così via, di gioco di parole in gioco di parole, fino al mischiare sapientemente riferimenti all’Inghilterra dei primi anni ‘70 con le leggende medievali dei cavalieri della Tavola Rotonda (“… a round-table talking down we go…”).
L’album prosegue con “I know what I like (in your wardrobe)”, scritta da Peter, che parla di Jacob, un giovane giardiniere che vive in campagna e rifiuta le lusinghe dei personaggi a lui vicini (Mr. Farmer, old Miss Mort) che lo esortano a trasferirsi in città (“Come up to town!”), preferendo la semplicità della sua vita e delle sue passioni alla vita effimera della metropoli londinese.
La terza traccia, “Firth of Fifth”, scritta quasi interamente da Tony, è un altro gioco di parole ispirato dal fiordo scozzese “Firth of Forth”. I testi affrontano il tema del viaggio, della natura e della trascendenza, con immagini poetiche che evocano lo scorrere di un fiume verso il mare come metafora della vita il cui quieto fluire è minacciato dagli ostacoli che vi si frappongono, come le lusinghe a Ulisse da parte delle Sirene (“till lured by the Sirens’ cry”). L’introduzione del brano è qualcosa di epico: un assolo al pianoforte che non ha nulla da invidiare a brani più famosi di musica classica e che ha reso questo brano rinomato in tutto il mondo, un vero e proprio “must”!
Il lato “A” (perdonate questa mia reminiscenza vinilica!) termina con una piccola canzone blues, “More fool me”, da cui traspare la bravura di Phil anche come cantante solista, con un timbro vocale straordinariamente simile a quello di Peter e che sarà in seguito la chiave di volta per il prosieguo dell’attività del gruppo che di lì a poco resterà orfano, musicalmente parlando, proprio di Peter.
Il lato “B” si apre con “The battle of Epping Forest” che parla di una guerra tra bande rivali nell’East End londinese, ai margini di quella stessa foresta che è stata al centro delle recentissime manifestazioni di patrioti inglesi infuriati contro il dilagare di episodi di criminalità diffusa dovuti alla presenza massiccia di immigrati clandestini africani presso le strutture di accoglienza della zona. A quanto pare, una terra che non conosce pace.
Il brano è una suite scritta da Peter e straordinariamente complessa sia dal punto di vista musicale che dei testi: un vero e proprio rap ante litteram che parla di eroi come “Liquid Len”, “Mick the Prick”, “The Bethnal Green butcher”, “Bob the Nob” e il pavido “Harold Demure”, caricature di gangster che si affrontano in una battaglia per il controllo del territorio.
I testi sono pieni di giochi di parole, riferimenti alla cultura britannica e un tono satirico che prende in giro sia la criminalità che la società inglese. La struttura musicale è complessa, con frequenti cambi di tempo, sezioni strumentali intricate e un alternarsi di momenti drammatici e leggeri, come il famoso intermezzo dedicato a “The reverend”, uno strano personaggio a metà tra un prete-guru e un volgare truffatore. Per la cronaca, la battaglia finisce con una carneficina in cui muoiono tutti e con i capi banda nelle loro limousine costretti a tirare a sorte una moneta per stabilire il vincitore, finale tragicomico all’altezza della melodrammaticità dell’intero brano.
Dopo l’interludio musicale dai toni barocchi “After the ordeal”, l’album prosegue con “The Cinema Show”, in cui la band affronta nuovamente i temi mitologici con la proteiforme figura di Tiresia e delle sue esperienze fatte “between the poles” sia come uomo che come donna, unitamente a riferimenti shakespeariani di Romeo and Juliet. Il brano è diviso in due sezioni: una prima parte vocale, più melodica e narrativa, e una lunga sezione strumentale che domina la seconda metà, tipicamente “progressive”, dominata da un lungo assolo di tastiere di Tony, dalle chitarre di Mike e Steve e dalla batteria dai ritmi sincopati semplicemente strepitosa di Phil.
L’ultimo brano dell’album, “Aisle of Plenty”, è un’ultima, feroce critica al consumismo britannico del tempo, con una serie innumerevole di doppi sensi che richiamano i messaggi pubblicitari e i nomi di famose catene di supermercati. Ad esempio, il verso “Tess co-operates” richiama i nomi delle due popolari catene “Tesco” e “Coop”. Ultima curiosità, verso la fine del brano si percepisce appena in sottofondo Peter che esclama “It’s scrambled eggs” (“Ci sono uova strapazzate”), idealmente la risposta alla domanda dell’album precedente su cosa ci fosse per cena (Supper’s ready).
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