
Si parla spesso di riforme dello stato e in particolare in questo periodo di quella della giustizia. C’è però una riforma ancora più profonda che dovrebbe essere portata avanti con l’impegno di tutti, una riforma non solo giuridica, ma soprattutto culturale, che riguarda in generale il rapporto tra potere pubblico e singoli cittadini, una riforma che fino a che non verrà realizzata non si potrà dire che l’Italia è un Paese veramente liberale.
Troppo spesso, nei confronti dei singoli lo stato, tramite i suoi funzionari, amministrativi e giudiziari si comporta infatti come un signore assoluto, che unisce una autorità indiscutibile e spesso indifferente alle critiche ad un paternalismo che porta i suddetti funzionari a decidere tutti i particolari e financo le idee e i modi vivere dei cittadini.
Il recente caso della “famiglia del bosco”, forse per la sua gravità, e per il fatto che coinvolge dei bambini, ha posto in piena luce una situazione relativa al rapporto tra stato e individui che, a parere di chi scrive, merita una urgente riforma, come detto prima ancora culturale che giuridica.
Il potere di intromettersi
La situazione è nota: siamo di fronte ad una scelta di vita in senso naturalista-ambientalista estremo (che chi scrive non condivide per nulla), una scelta rispettabile quando interessa persone adulte, ma che giustamente i funzionari pubblici devono avere il potere di correggere anche autoritativamente quando essa finisce per danneggiare soggetti deboli e incapaci di decidere autonomamente la propria esistenza quali sono i figli minori.
Se quindi in generale non sarebbe giusto mettere in discussione il potere dello stato di intromettersi nelle scelte dei genitori sul modo di gestire la vita dei figli (ad esempio con riferimento alle condizioni materiali della stessa, come il riscaldamento, l’igiene personale ecc.), allo stesso modo non dovrebbe essere possibile in uno stato che voglia dirsi liberale, democratico e (con tutto il rispetto per chi la pensa diversamente) civile, spingere questo potere, privandolo di ogni limite, sino a consentirgli di intromettersi nelle stesse relazioni famigliari, separando con la forza (pubblica) genitori e figli e addirittura prevedendo perizie psichiatriche (cosa che richiama le peggiori dittature del secolo scorso) nei confronti dei primi.
Riguardo al caso concreto, non si può altro che sperare che il buon senso finisca per prevalere e che i soggetti pubblici, che pare abbiano ottenuto ampie assicurazioni sulla modifica delle condizioni materiali di vita della “famiglia del bosco”, si rendano conto dei propri eccessi e consentano alla stessa di riprendere liberalmente la propria vita.
Ciò tenendo conto che per dei bambini, portati come tutti noi lo siamo stati, ad idealizzare nell’affetto i propri genitori, un distacco forzato dagli stessi è ben più traumatico e devastante di un bagno in una tinozza.
I metodi dell’Inquisizione
Rimane il fatto che questo episodio dimostra che nel nostro Paese purtroppo ancora oggi esistono situazioni in cui il potere pubblico non ha del tutto superato l’eredità dell’assolutismo, o meglio se vogliamo essere più precisi per quanto riguarda la realtà italiana, l’eredità della Controriforma. In effetti, sia detto con tutto il rispetto per chi la pensa ed agisce diversamente, le analogie con quel passato sono sconcertanti.
Nel XVII (e in gran parte del XVIII) secolo l’Inquisizione, in gran parte degli stati italiani svolgeva una funzione di controllo sociale di tipo paternalistico, nel senso che esaminava le opinioni e le scelte di vita dei fedeli-sudditi (fedeli della chiesa e sudditi del sovrano, a sua volta elemento fondamentale del sistema ecclesiastico) e lo faceva in base a criteri e regole di perfezione di fatto inapplicabili alla lettera, ma riguardo alle quali si potevano imporre ai singoli le opportune penitenze e prescrivere i necessari adeguamenti, sulla base del principio che non tutti possono essere santi, ma che tutti sono tenuti ad adeguarsi il più possibile ai principi astratti della santità.
Il potere dell’Inquisizione (almeno dell’Inquisizione italiana, romana in particolare) non era, contrariamente a quanto si pensa un potere onnipresente e oppressivo, ma la sua applicazione era saltuaria, basata sul principio “colpirne uno per educarne cento”, e soprattutto era molto elastica e lasciava ampi spazi alla scelta discrezionale dei chierici, i quali potevano graduare la loro azione a seconda dei peccatori che si trovavano di fronte, fermo restando il fatto che le loro decisioni, nell’ambito di una scala di alternative che andava dalla quasi assoluzione alla condanna senza appello, erano ampiamente discrezionali.
Allo stesso modo, molto spesso ancora oggi ci troviamo di fronte a norme astratte formalmente perfette che di fatto consentono al potere pubblico di graduare in maniera discrezionale e sostanzialmente insindacabile le proprie decisioni verso i cittadini.
Troppo spesso (anche grazie all’ideologia della cultura woke che disprezza i politici ed esalta gli esperti), i “tecnici”, siano essi i giudici o i competenti del settore, come gli esperti dei problemi famigliari nel caso della famiglia del bosco, analogamente ai chierici del passato sono considerati in sostanza “infallibili” riguardo ai loro giudizi, e alla loro capacità di realizzare il bene non solo della società, ma anche quello degli stessi accusati.
Cosa questa che confonde quella che può essere una convinzione soggettiva del funzionario che agisce (di per se rispettabile) con una realtà oggettiva, quella che insegna che spesso le azioni più zelanti, se non sottoposte a limiti e a verifiche, causano danni molto gravi a chi ne deve subire gli effetti.
Abbiamo detto che l’Inquisizione italiana fu in genere tollerante e conciliante con gli indagati, ma ad una condizione, che si riconoscessero peccatori: ancora oggi al condannato e reo confesso vengono fatti ponti d’ori a livello di applicazione della pena e di agevolazioni varie, spesso in contrasto con un elementare senso di giustizia verso le vittime.
In un caso però i chierici diventavano inflessibili e iniziavano una vera e propria persecuzione dell’indagato: quando quest’ultimo rifiutava di confessare le proprie colpe, cioè di non essersi adeguato alle regole perfette previste dalle norme ecclesiastiche: peraltro ancora oggi in alcuni casi l’uso della carcerazione preventiva degli indagati (anche se formalmente presunti innocenti sino al giudizio definitivo) viene utilizzata in quest’ottica.
Il presunto eretico o presunto reo che non si fosse sbrigato ad affermare di essere un peccatore andava incontro ad una serie di provvedimenti da parte degli inquisitori, tutti adottati per il suo bene, che si susseguivano quasi senza fine, sino a che al malcapitato che non avesse l’animo di affrontare il martirio (cosa che accadeva invero di rado) veniva offerta la possibilità di redimersi e di liberarsi dalla stretta del potere inquisitorio a condizione non solo che ammettesse la proprie colpe, cosa che si era rifiutato di fare in precedenza, ma che anche ringraziasse gli inquisitori di averlo corretto in maniera fraterna.
I metodi violenti dell’Inquisizione sono per fortuna superati da secoli, prima di tutto da un punto di vista cristiano, ma questo modo di agire del potere pubblico, conciliante e permissivo verso chi si adegua alle sue richieste, inflessibile e quasi oppressivo verso chi dissente, ma soprattutto sempre e comunque insindacabile, persiste tuttora, in una sua versione più mite nei modi e secolarizzata nei principi in una certa parte della vita civile italiana.
Cultura di governo della diseguaglianza
Un’altra caratteristica della cultura civica del 1600 che sopravvive in molti casi ancora oggi è quella della diseguaglianza strutturale di trattamento in casi simili, una diseguaglianza che può ripugnare ad un liberale o anche ad un sostenitore dello statalismo, ma che viene aiutata a sopravvivere e spesso rafforzata dalla cultura woke, che tra i tanti valori per i quali gli uomini occidentali hanno combattuto, ripudia anche quello della parità di trattamento di fronte alla legge. L’Inquisizione italiana era espressione di un potere assoluto, ma di un potere “debole”, a differenza ad esempio di quello francese, che essendo legato a concezioni pur sempre cattoliche ma, in quanto influenzate dalla rigida morale “giansenista” meno astratte nella loro formulazione sulla carta e più rigorose e tendenzialmente uguali per tutti nella loro applicazione, era un potere decisamente più forte nei confronti di tutti i protagonisti della società civile.
In Italia invece il potere all’epoca era un potere sostanzialmente di mediazione, il cui compito era principalmente quello di armonizzare le posizioni dei vari gruppi, o meglio delle varie “corporazioni” vecchie (quelle ereditate dal rinascimento) o nuove, con le posizioni ufficiali dei sovrani e delle autorità ecclesiastiche.
Raramente l’Inquisizione attaccava i gruppi, professionali, sociali o religiosi (le confraternite varie), e si limitava a controllare che non andassero troppo oltre ponendo in crisi la pace dello stato (e della chiesa); parimenti anche i singoli che appartenevano a tali corporazioni o che si riconoscevano negli interessi e nei valori tutelati dalle stesse avevano sempre una sorta di trattamento di riguardo.
Così la cultura di governo italiana che si formò nel 1600 fu in generale una cultura di governo diseguale: a volte lassista, a volte prudente, a volte indifferente, a volte seriamente impegnata nelle riforme, a volte infine irresistibilmente repressiva, soprattutto verso i singoli cittadini che da un lato non si riconoscevano in nessuno degli interessi protetti dalla varie corporazioni e dall’altro non accettavano di essere “corretti” nelle loro scelte personali dai funzionari ecclesiastici, e che in quanto individui eretici, “ostinati e impenitenti” venivano guidati sino alla loro conversione finale, nel modo che si è descritto più sopra.
Chi è tollerato e chi no
Ancora oggi l’applicazione di norme identiche è spesso profondamente diseguale nel nostro Paese: molti hanno sottolineato che i metodi educativi aberranti di molte famiglie che insegnano a loro figli a delinquere come alcuni gruppi Rom o che impongono loro gerarchie tra maschi e femmine come alcuni gruppi islamici radicali sono sovente tollerati dal potere pubblico.
Più in generale pensiamo al guanto di velluto che viene usato e viene di fatto imposto di usare alle forze dell’ordine verso attivisti che fanno della violenza la loro arma principale per difendere valori tanto nobili in astratto quanto feroci e brutali in concreto.
Esistono ancora situazioni dove gli individui con tutte le loro particolarità, con tutte le loro stranezze, non hanno diritto di cittadinanza (a meno che ovviamente tali particolarità non coincidano con alcuni valori considerati collettivamente degni di tutela, come ad esempio quelli della cultura “inclusiva”) e il potere pubblico si sente in dovere di indottrinarli anche con l’uso della forza.
I pilastri dello stato liberale
Il rispetto dei diritti individuali, da considerarsi intangibili da parte del potere pubblico; i limiti all’esercizio di tale potere; la possibilità di sindacare l’operato dei tecnici (giudici o esperti che siano) dato che indipendenza non significa potere assoluto; e soprattutto il trattamento uguale davanti alla legge in casi uguali sono dei pilastri dello stato liberale a cui non si può e non si deve rinunciare.
Il caso della famiglia del bosco aspetta ancora un’autorità pubblica che ufficialmente, dato che i miglioramenti materiali alle loro condizioni di vita sono stati adottati, riconosca ai genitori “eretici” l’elementare diritto di allevare ed educare i propri figli secondo le loro convinzioni.
Il nostro Paese aspetta anch’esso lo sviluppo di una cultura pienamente liberale del rapporto tra individui e stato, dove le leggi fissino dei limiti invalicabili al potere pubblico e vi siano dei giudici che applichino quelle leggi e tutelino le libertà degli individui. La risoluzione del primo problema sarebbe innanzitutto la doverosa correzione di una grave ingiustizia, ma sarebbe anche un primo passo fondamentale per iniziare ad affrontare seriamente il secondo.
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