Nemmeno una guerra annunciata scoraggia i forzati del turismo di massa

Al netto dei viaggi per lavoro, ma era così necessario per tanti italiani recarsi nei Paesi del Golfo quando da mesi era stranoto che la guerra era imminente?

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Aeroporto Dubai

Lo premetto: sono stanziale come una gallina padovana e non amo viaggiare, anche se rispetto i tantissimi che amano andare in giro per il mondo. Ma quando leggo che centinaia di italiani sono rimasti bloccati a Dubai o altre località turistiche mediorientali di gran voga, qualche domanda me la pongo e la presenterei pure a loro.

Ciò che lascia perplessi, al netto di quelli che sono negli Emirati o in Qatar o dove diavolo volete per lavoro, è la totale nonchalance con la quale sono partiti giorni o settimane fa, pur essendo noto che la crisi tra Stati Uniti, Israele e Paesi quali l’Iran o il Libano era già di colore rosso incandescente quando i nostri connazionali si sono imbarcati su una delle nostre belle navi da crociera o hanno preso uno dei tantissimi aerei che fanno la spola giornaliera tra Italia e Medio Oriente.

Che, prima o poi – ma più prima che poi – Donald Trump avrebbe dato l’ordine di attaccare militarmente l’Iran era cosa talmente prevedibile da essere ampiamente considerato come un buon motivo per non andarci proprio adesso. Ma no, se non vai a Dubai almeno due volte nella vita sei uno sfigato, uno tagliato fuori.

Tralasciamo persino la considerazione, oppure consideriamola soltanto marginale, per cui verrebbe da chiedersi cosa ci possa essere di tanto bello da vedere in luoghi ove tutto è smaccatamente finto e trash, ma comunque non siamo proprio dei più furbi, dai…

Probabilmente siamo anche troppo abituati a scenari di guerra che, pur a portata di missile da noi, non ci spaventano più di tanto. Sarà anche vero che i possibili sviluppi di una importante crisi internazionale non sono alla portata di tutti. Mettiamoci pure che la famosa scusa  “lo avevo prenotato l’anno passato…” possa avere il suo peso in questi tempi di pochi soldi (vacanze a parte) da spendere, ma qualcosa non torna lo stesso.

Ora che le crociere sono a portata di qualunque poveraccio con i suoi bravi debiti, ora che certe tratte aeree costano meno che andare in treno da Roma a Milano, la tentazione è più forte e questo potrebbe anche essere comprensibile ma poi basta eh…

Santiddio, ma se sapevate di andare in zone in cui la più recente guerra risale a meno di dieci anni fa, perlomeno poi non piagnucolate sui social come una a me del tutto ignota – ma non faccio testo – cantantessa italiana (mi dicono pure comunista e viralmente anti-Meloni) che implora il governo di riportarla a casa perché se la sta facendo addosso. Comodo inondare di cacca il governo come se fossimo a Vancimuglio, per poi chiedere di essere portati a casa dopo essersi messi nei guai con le proprie mani.

Tutto ciò per andare a vedere palme finte, spiagge finte, finta neve nel deserto, costruzioni che fanno male, oltre che all’architettura, persino al nervo ottico. Per bearsi delle auto da milionari da cui scendono in ciabatte e vestaglione immacolato i ricchi arabi. Ne valeva la pena di mettere in pericolo voi e chi vi dovrà riportare a casa? Lascio ai lettori la risposta.

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