
Capita spesso di imbattersi in evidenti inciampi lessicali e sconfortanti errori grammaticali sciorinati da qualcuno come massime e dogmi imprescindibili.
Sono autori di dette massime non già studiosi esegeti del diritto che potremmo aspettarci ma soggetti che difficilmente supererebbero un serio esame di terza media, mentre a proporci dogmi sui quali non è ammessa discussione non sono i dottori della Chiesa, esperti in patristica e profondi cultori dell’ermeneutica, bensì una massa di mancati preti ignoranti e gaudenti, oppure comunisti falliti che a forza di tirare il Vangelo ora da una parte, ora dall’altra (guarda caso, sempre da quella dove si trovano loro stessi), cercano disperatamente di dare uno straccio di giustificazione morale a qualsivoglia nefandezza ideologica.
È l’eterno malinteso delle ideologie, che devono, volta per volta, adattarsi agli atti compiuti senza la collaborazione della testa, più che essere conformati ad un progettino di fede, un tentativo di ideologia elementare che possa salvarli in extremis dal bidone dell’indifferenziata e riporli con cura sull’ordinato e formale scaffale dell’etica.
Insomma, ora più che mai, il fine sembrerebbe giustificare i mezzi (anche se Machiavelli non lo disse mai) perché non sono questi i tempi della forma. Se fossero almeno quelli del contenuto, niente sarebbe, anche se la forma (lo dice il termine) serve a contenere e circoscrivere i contenuti in un ambito specifico per sottrarli al caos.
Lasciando a glottologi e sociologi la disamina puntuale delle cause di uno svilimento, quantomeno estetico e armonico, del nostro scrivere l’italiano di oggi, indiscutibilmente ciò che leggiamo non migliora di certo ciò che scriviamo.
Confronti impietosi
Partendo da questo assunto, è inevitabile mettere un certo modo di scrivere, appartenente alla nostra tradizione letteraria, a confronto con quanto si scrive oggi su qualunque supporto possa ospitare parole scritte.
Non v’è teoria sociale, fede religiosa, militanza politica che non faccia riferimento a qualcosa scritto da qualcun altro, eccettuata forse la c.d. “fede calcistica”, della quale nemmeno parlo a causa di un persistente rifiuto cerebrale di rifarsi a vecchie interviste al sommo Maradona, oppure agli sproloqui dei vari allenatori della nostre ridicole e risibili squadre del pallone.
Parliamo di libri, invece. Di quelli che, in qualunque modo vi riescano, con la subliminale potenza dello scritto, contribuiscono alla formazione delle idee che abbiamo in testa, più o meno in ordine e non sempre persistenti.
Mettiamo a confronto questi incipit, scelti a caso fra diversi stili letterari di metà del secolo scorso e quello di oggi, esempi nei quali non faccio riferimento ad eventuali errori di grammatica e sintassi (che pure avrei potuto facilmente trovare), e riferiti a due libri che hanno venduto entrambi milioni di copie, ma con un’enorme differenza di diffusione iniziale tra i lettori, vero indice del gradimento del pubblico.
Per “Il Gattopardo”, nel primo anno di pubblicazione (1958) non si superarono le 250.000 copie, mentre per “Tre metri sopra il cielo”, già nel primo anno di pubblicazione (2004) si era superato di gran lunga il milione di copie. Un rapporto di quattro a uno a favore del celebrato Federico Moccia:
Lascio al lettore ogni considerazione sulla potenza espressiva di Tomasi di Lampedusa rispetto allo stile un po’ sciatto e molto “cinematografico” di Moccia: i gusti son gusti e ci mancherebbe fosse il contrario. Riflettono entrambi un certo modo di considerare il “bello”: più vicino al καλός dei greci il primo e più legato ai marchi di gran moda il secondo. Sembrerebbe poco, ma vi è un mondo di differenza.
Verrebbe da chiedersi se il “lui” che sta a tre metri sopra il cielo sia bello perché vesta e fumi firmatissimo mentre la Maddalena di Tomasi di Lampedusa si accontenti di lasciar intuire la propria bellezza rimanendo un po’ discosta durante la recita del rosario nella penombra della casa del Principe di Salina. Sottigliezze, lo ammetto, e non fosse perché le due opere hanno venduto praticamente le stesse copie, con netto primato per Moccia, la cosa non indicherebbe un granché, oltre a riaffermare che un capolavoro della letteratura se la giochi oggi con le storielle per ragazzini amanti del writing.
C’è di peggio: l’informazione
Ma vi è di peggio, di ben peggio! Le note realmente dolenti, perché causate da un vulnus, e quindi da qualcosa che per sua natura fa male, sono riferibili alla (vogliamo definirla così?) disinvoltura delle grandi fonti d’informazione e dei media in genere. Vi farò sorridere: eccovi qualche chicca. Da una primaria agenzia di stampa (sempre la solita, quelli che sa la tirano un sacco…)
Dato che c’è chi ce la fa e chi non ce la fa, potremmo dire che anche con l’italiano scritto accade la stessa cosa. Ma, in altre nazioni, sarebbe considerato inammissibile per chi professionalmente e ben retribuito operi nell’informazione internazionale. “Mamma Agenzia” non è certamente l’unica a diffondere svarioni: senza nemmeno far fatica, ecco un esempio di chiarezza espositiva, fresco fresco, di uno dei più autorevoli (così dicono di se stessi) quotidiani nazionali:
La schiavitù informatica
Se ne impara sempre una nuova. Oggi sappiamo che gli ottantenni usano le bestemmie come password. D’altra parte è stranoto che gli ottuagenari sono sempre lì a mettere password sul computer nelle loro lente giornate da bisnonni.
Il fatto, stavolta quello vero, è che sembriamo tutti pervasi dalla smania dello “scrivere giovane” più che dal desiderio di scrivere bene. Non è affatto secondario aggiungere che, se intendiamo lo scrivere come azione prevalentemente realizzata usando una penna, affondiamo il dito nella piaga ormai cronicizzata.
Chiunque tra i lettori provi a chiedere ad un giovane di scrivere qualcosa a mano, senza l’ausilio di smartphone e computer di varia natura… A parte il fatto che nemmeno sanno andare dignitosamente dritti sulla pagina, si apre un mondo di grafismi elementari quanto incomprensibili anche per chi li ha tracciati, per totale disabitudine a scrivere. Nemmeno sanno più impugnare la penna in modo corretto, poverini. Ciò è grave e sempre più consegna le nuove generazioni alla schiavitù informatica. Perché di questo si tratta. Una schiavitù che li renderà meno liberi, si mettano pure l’anima in pace.
Vocabolario impoverito
Resta, non certamente ultima per importanza, la sempre meno ricca dotazione generalizzata dei vocaboli e termini utilizzati, non soltanto scritti, ma pure nel parlare più impegnato e nelle occasioni più importanti.
Per parlare di noi italiani, sembrerebbe che si stia ben al di sotto dei 200 vocaboli che i Paesi anglosassoni indicavano come “plain english”, chiaramente voluto per rendere la loro lingua più semplice da apprendere e utilizzare nella corrispondenza commerciale. Da noi si fa anche peggio e scommetterei che i nostri ragazzi, nel loro parlar comune, impieghino certamente meno di quei fatidici 200 vocaboli.
Anche escludendo quelli che indicano direttamente organi riproduttivi maschili e femminili, ormai diventati interiezioni o pretesi abbellimenti, l’ineleganza comune è qualcosa alla quale ci stiamo sempre più consegnando volontariamente, perché abbiamo totalmente dimenticato tutta quella distintiva varierà di locuzioni che possono rendere un discorso piacevole e ben descrittivo di ciò che s’intenda dire.
Tra i polverosi “perciocché” o gli “ovverosia” di un tempo e i “minkia” di oggi ci starebbe il giardino profumato di una delle lingue più belle al mondo, ma è una battaglia persa farlo notare, anche perché chi la lingua italiana dovrebbe insegnarla per lavoro, è il primo a rivolgersi ai propri studenti con una terminologia tutt’altro che elegante. Se perfino la Crusca è costretta (e non se ne capiscono le ragioni) ad accogliere nel vocabolario sempre nuovi termini stranieri che nulla innovano rispetto ai loro corrispondenti italiani, vorrà pur dire qualcosa, no?
Pur essendo ogni linguaggio cosa viva e per quanto sarebbe ridicolo parlare ancora come Dante o anche soltanto come Manzoni, a tutto dovrebbe esserci un limite. Perlomeno ai politici, ai giornalisti e scrittori chiedere una dignitosa conoscenza della consecutio temporum e dei congiuntivi sarebbe troppo? Chiedere loro di non usare l’aggettivo “problematica” al posto del sostantivo “problema” è eccessivo? Va bene, signori… vi piace dire “piuttosto che” ma volevate dire “oppure”?
Fate come volete, ma ammettete di avere grossi problemi con l’italiano da seconda media. Ognuno parli pure come mangia, ma poi non facciano i saputelli e, comunque, io a cena da loro non ci andrei.
Svendita culturale
Assistiamo oggi, forse per la prima volta dall’Unità d’Italia, alla svendita del nostro patrimonio culturale per i quattro soldi di un malinteso modernismo che scimmiotta tutto il peggio che trovi al mondo.
Non è nemmeno questione di opportunismo economico o di poteri forti desiderosi di soggiogarci anche nel linguaggio, ma diretta conseguenza della dilagante sciatteria comportamentale di ciascuno di noi, risultato di un crescente disinteresse a rivendicare con orgoglio e testardaggine le nostre radici più profonde, dalle quali trassero linfa vitale i veri protagonisti della storia, il cui insegnamento ci piace credere resisterà agli Sfera Ebbasta e ai Baby Gang, e nondimeno ai robot parlanti ed alla AI che già bussano alla porta (per adesso quella di servizio) della civiltà.
Ogni epoca ha certamente avuto i propri schemi e modelli comportamentali che hanno orientato in qualche modo quelle generazioni e sappiamo pure che non sempre quei modelli furono i migliori da seguire. Le mode cambiano, vanno e ritornano ciclicamente, ma già definire come semplice moda passeggera tanto obbrobrio linguistico sarebbe concedere un’attenuante che non merita, perché tale fenomeno presenta elementi di pericolosità sociale della quale molti sembrano non percepire né l’immediatezza né la portata.
La Cancel Culture
Sulla troppa elasticità nel giudicare un utilizzo spregiudicato della nostra lingua, basti dire che le perniciose ideologie woke e la cancel culture hanno tra i loro punti di riferimento irrinunciabili, proprio l’adozione di un nuovo linguaggio che renda giustificabile e persino non giudicabile (come invece lo è tutto tranne Dio per chi crede) qualunque sovversione dell’ordine naturale delle cose.
Non bastava dire che esistono il caldo e il freddo e che, individualmente, ciascuno è libero di preferire il caldo o il freddo finché la sua scelta non danneggi altri. Bisognava dire che non basta più il tiepido, inventando, chessò… il caleddo il freddaldo e così via… Guai a pensarla diversamente e sostenere che il tiepido bastava e avanzava! Eternamente alla ricerca di dare nomi nuovi a concetti del tutto trascurabili, quando non dannosi, ci affidiamo a condottieri del nuovo linguaggio, tutti accomunati dal criterio “poco studio e ancor meno esperienza”, purché dotati di qualche presenza scenica.
Finita l’epoca delle rivoluzioni culturali che hanno contribuito a forgiare il linguaggio dei popoli, la rivoluzione del pensiero odierno parte dall’inventarsi una marea di siglette e acronimi (meglio se in inglese) e su quelle vorrebbero costruire il programma.
Progressisti
Peschiamo nel mazzo dei termini di comodo? Il concetto di “progressismo”, diciamolo chiaro, non ha assolutamente nulla a che fare col progresso in senso lato, ma indica soltanto l’appartenenza alla sinistra. “Progressista” suona bene, mentre “comunista“ sa di poveraccio operaio metalmeccanico.
Capita persino che alla maggior parte di quelli che votano Pd, 5 Stelle o AVS non piaccia nemmeno più essere definiti pubblicamente “di sinistra” (giammai comunisti) ed ecco lì che viene in soccorso la sempre più duttile nuova lingua italiana. Progressista è chiunque ce l’avesse a morte con Berlusconi prima e con la Meloni adesso.
Se poi ci mettiamo la Palestina di mezzo, tanto per darsi quel tocco di internazionalità che sta sempre bene, il progressista perfetto è servito e ci farà una testa enorme con i suoi neologismi che pascolano nelle immense praterie dell’ignoranza eretta a sistema, nelle quali vivono coloro che troveranno sempre una categoria di comodo alla quale ascriversi per predicare bene e razzolare malissimo.
Free Free Palestine… L’Italia ha le idee chiare: dal fiume fino al mare…l’italiano non lo so usare.
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