La politica estera di Trump dovrebbe piacere ai libertari, ma resterà incompreso da intellettuali e politici

4k 0
generica_porro_1-1200

Al quarto anno di presidenza di Donald Trump si può esprimere già un giudizio sulla sua politica estera, specie dopo che si è concluso, con un plateale 1-0, l’ultimo scontro con l’Iran. E, come c’era da attendersi, non è scoppiata alcuna terza guerra mondiale. Dovrebbero già essere fugate molte paure, se non altro.

La sinistra, sia quella europea che quella americana (sempre più simili fra loro, sia nel linguaggio che nei programmi) dovrebbe essere ormai certa che Trump non è un agente di Putin intento a esportare il programma reazionario di qua e di là dell’Atlantico. Se non altro perché Trump ha affrontato la Russia a testa alta, anche militarmente, in più di un’occasione e adesso sta fermando l’espansionismo iraniano, anch’esso negli interessi di Mosca (che usa l’Iran, oltre alla Siria, come suo avamposto nel Medio Oriente). La destra sociale, che invece sperava che Trump fosse realmente un agente della Russia, ha diritto di dirsi delusa. Ma se quel che temeva di una presidenza Clinton era l’interventismo democratico, almeno su questo aspetto può stare serena (realmente serena, non in senso renziano), perché Trump è uno dei pochissimi presidenti nel secondo dopoguerra a non aver coinvolto gli Usa in nessun conflitto. Se vogliamo usare categorie politiche che vadano oltre la destra e la sinistra, possiamo vedere che Trump ha finora condotto una politica estera più vicina agli ideali libertari. Per libertari, qui, intendiamo i “libertarians” americani, quelli che, in politica estera, vogliono tornare alla radice dei rapporti dell’America con il resto del mondo, “Pace, commercio e amicizia onesta con tutte le nazioni, ma alleanze vincolanti con nessuna” (George Washington).

Pace: Donald Trump non ha coinvolto gli Usa in nessuna nuova guerra, appunto. Ha ereditato un conflitto già in corso con l’Isis e lo ha concluso in meno di un anno. Ha ridotto al minimo indispensabile il contingente in Iraq e in Afghanistan. Talvolta anche con gran disappunto per gli alleati locali (i curdi in Siria, per dirne una). Ha intenzione di ritirare quasi del tutto le forze americane dall’Africa. Appena possibile, farebbe lo stesso anche in Corea del Sud e in Europa, quando le condizioni lo dovessero permettere. Quando una “linea rossa” viene passata, Trump reagisce in tre modi: o con le sanzioni economiche, o con una dimostrazione di forza (come le esercitazioni in Corea e le rappresaglie senza vittime in Siria), oppure uccidendo il singolo responsabile di un attacco agli americani (come è stato per il generale Soleimani e pochi mesi prima con Al Baghdadi). Finora non è mai ricorso alla guerra. È raro trovare nel secondo dopoguerra, una volta che gli Usa sono diventati una super-potenza, un presidente così “pacifista”. Prima di Trump si ricordano solo gli esempi di Eisenhower, che tuttavia fu responsabile di almeno due guerre segrete (il golpe in Guatemala e quello in Iran) e di Carter, che però era un internazionalista convinto ed è stato promotore di diversi organismi sovranazionali, come il Comitato Helsinki per i diritti umani. Nella storia recente, dunque, Trump è un caso unico.

Commercio: molti libertari storcono il naso, a ragion veduta, per dazi e sanzioni che abbondano nell’era dell’amministrazione Trump. Però, nel mondo altamente regolamentato del XXI Secolo, se c’è un problema di asimmetria commerciale con la Cina o con l’Ue, è perché la Cina e l’Ue sono protezioniste, non l’America. Per risolvere queste asimmetrie, ci sono solo due vie: coinvolgere tutto il mondo in un nuovo trattato internazionale o in un nuovo organismo sovranazionale per ridefinire le regole del commercio, oppure negoziare con la nazione che crea il problema di protezionismo. Trump sceglie la seconda strada, che è (paradossalmente) la meno invasiva: tratta e applica misure punitive in modo temporaneo, finché la controparte non si apre al libero mercato. Non è una strategia perfetta, l’ideale sarebbe ridurre a zero le proprie tariffe, lasciando perdere il protezionismo altrui (che tanto danneggia chi lo applica molto più di chi lo subisce). Ma fra le varie offerte politiche negli Usa, rispetto ai castelli sovranazionali costruiti da Roosevelt fino a Obama, la politica di Trump appare quanto di più vicino vi sia al commercio delle origini.

Amicizia onesta con le nazioni, ma alleanze vincolanti con nessuna: Trump si è ritirato dall’accordo di Parigi sul clima e da quello di Vienna sul nucleare iraniano, perché erano trattati decisi da altri, anche se con la mediazione americana, che nulla facevano per promuovere il benessere (nel primo caso) e la sicurezza (nel secondo) dei cittadini e contribuenti americani. Perché vincolarsi a un trattato che rallenta la crescita industriale degli Usa e comporta costi e tasse in più, anche se nel nome dell’ecologia? E perché rischiare di veder sorgere un Iran nucleare, ad esclusivo vantaggio dei suoi partner economici europei? Quanto alla più vincolante delle alleanze, la Nato, il presidente americano ha fatto presente più volte che non intende mantenere di peso gli alleati europei, pagando il grosso della spesa militare. In compenso, “l’amicizia onesta” con le nazioni alleate, in primo luogo con Israele, con il Regno Unito, con l’Arabia Saudita e con la Polonia, si è rafforzata in questi anni, nel nome di comuni interessi e di una reciproca difesa. Inoltre ha sostenuto con atti concreti, molto più che Obama, i nordcoreani che fuggono dal regime, i cristiani in Medio Oriente, i cinesi di Hong Kong in lotta per la libertà, gli iraniani che resistono alla teocrazia.

La politica estera di Donald Trump è dunque oggettivamente la più simile a quella libertaria, a quella delle origini degli Stati Uniti. Ma i libertari attuali non lo ringrazieranno affatto. Vuoi perché obnubilati dalla loro stessa passione ideologica, vuoi perché troppo impegnati ad adulare la politica di Putin, Ron Paul (candidato presidente molteplici volte) e i suoi seguaci continuano ad accusare Trump di interventismo democratico e irresponsabilità, manco fosse un neocon come Bush figlio. In assenza di guerre, si inventano di sana pianta presunti interventi segreti Usa in Venezuela o anche a Hong Kong, dando voce, sempre ed esclusivamente, alla propaganda di regime dei nemici degli Usa. Nel caso della crisi con l’Iran, i libertari del Ron Paul Institute sono stati prontissimi ad alimentare l’allarmismo. Al tempo stesso ci sono i libertari più moderati, più inclini a comprendere la sinistra della destra, che non sopportano Trump fin dal primo giorno. Anzi, fin dalla prima campagna delle primarie repubblicane. Anche autorevoli think tank come il Cato Institute, continuano ad accusare il presidente per ogni sua mossa, arrivando a empatizzare con l’Iran. Adesso sono in estremo allarme per la crisi iraniana, come se la guerra mondiale fosse ancora dietro l’angolo. Trump resta dunque il presidente più incompreso dagli intellettuali e dai politici, anche quelli che dovrebbero fare un tifo sfegatato per la sua rielezione. Sarà ugualmente incompreso dalla gente comune? Aspettiamo il prossimo novembre e vediamo. Intanto un risultato, se non ci sono imprevisti, è stato ottenuto: non ci sono nuove guerre. Scusate se è poco.

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version