
Nel 2019, venne lanciata una campagna chiamata #odiareticosta, che si prefigurava l’obiettivo di denunciare i discorsi d’odio veicolati tramite i social. Tra i suoi promotori, spiccava l’avvocato e militante di sinistra Cathy La Torre, successivamente contestata dalla sua stessa area politica per aver “osato” esprimere un parere positivo su Giorgia Meloni.
Sebbene lo hate speech venga perlopiù associato (spesso giustamente) alla circolazione di odio e disinformazione in rete, talvolta anche i media tradizionali se ne fanno promotori. Ciò si è dimostrato ancora più vero dopo il 7 ottobre 2023 e lo scoppio della guerra tra Israele e Hamas, che ha sdoganato bufale e manifestazioni d’odio anche in ambienti generalmente ritenuti “rispettabili”. Questi sono passati dallo slogan “odiare ti costa” a quello “odiare ci paga”.
La bufala dell’assalto alla moschea
Ai primi di novembre, diversi siti dei più importanti media italiani hanno ripreso una notizia diffusa dall’agenzia Ansa, che parlava di un presunto assalto di 465 coloni israeliani contro la Moschea di Al-Aqsa, situata sul Monte del Tempio a Gerusalemme. Si arrivava persino a dire che i coloni avrebbero praticato nella moschea presunti “riti talmudici”, un’espressione che di per sé non significa niente.
Un’analisi del giornalista Gabriele Eschenazi ha dimostrato che la notizia, che l’Ansa aveva a sua volta ripreso dall’agenzia di stampa palestinese Wafa senza effettuare alcuna verifica, era stata ampiamente gonfiata. Non c’era stato nessun assalto, ma solo una tranquilla visita guidata di qualche decina di israeliani sul Monte del Tempio, dove alcuni di loro in privato avevano recitato delle preghiere. Inoltre, nessuno si è preoccupato di verificare se era vera la cifra di 465, quando anche nel video diffuso sul sito del Corriere della Sera non si vedono più di qualche decina di persone.
Eschenazi ha sostenuto che l’espressione “riti talmudici” sembrava richiamare quella dei “riti satanici”, una retorica spesso utilizzata nella tradizione antigiudaica. Ha concluso la sua analisi affermando: “Affidarsi ai media italiani per essere informati su cosa avviene in Israele è a nostro rischio e pericolo”.
Mamdani e gli ebrei
Dopo la recente elezione di Zohran Mamdani alla carica di sindaco di New York, alcuni quotidiani italiani hanno cercato di sminuire i timori della comunità ebraica newyorkese, facendo sembrare che metà o addirittura la maggioranza di loro avesse votato per lui a dispetto delle sue posizioni antisioniste.
Su La Stampa, è uscita un’intervista allo scrittore ebreo americano Jonathan Lethem, vicino come posizioni alla sinistra radicale, in cui si riportava il fatto che diversi ebrei hanno votato per lui e bollava i timori di quelli che lo criticano come “propaganda della destra”. Mentre Il Sole 24Ore ha titolato “Comunità ebraica divisa sul nuovo sindaco”.
Nei loro articoli, né La Stampa né Il Sole 24Ore hanno riportato dati o statistiche in merito. Invece, secondo l’Associated Press, il 32 per cento degli elettori ebrei di New York ha votato Mamdani, contro il 64 per cento che ha votato il candidato indipendente Andrew Cuomo. Pertanto, sebbene una minoranza consistente di loro abbia votato per il candidato più radicale, il suo principale avversario ha preso il doppio dei voti tra l’elettorato ebraico.
A ciò va aggiunto il fatto che tra gli elettori ebrei, Mamdani ha preso percentuali inferiori rispetto a quelle ottenute tra gli elettori cattolici (33 per cento), protestanti (42 per cento), musulmani (92 per cento) e di altre confessioni religiose (62 per cento), così come erano inferiori ai voti che ha ottenuto tra gli elettori che non praticano nessuna religione (76 per cento).
Un’ossessione patologica
Gli episodi sopra citati sono solo la punta dell’iceberg. Sergio Della Pergola, demografo israeliano nato in Italia e docente emerito all’Università Ebraica di Gerusalemme, ha esposto i risultati di una ricerca condotta da lui e da alcune sue collaboratrici sulla propaganda nei media italiani in occasione del convegno “La storia stravolta e il futuro da costruire”, tenutosi a Roma il 12 ottobre e organizzato dall’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane).
In un arco di tempo che va dal 19 settembre al 9 ottobre 2025, lo studio mette a confronto la copertura della guerra tra Israele e Hamas e quella tra Ucraina e Russia sui primi 5 quotidiani italiani (Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Il Sole 24Ore e Il Fatto Quotidiano).
È emerso che in media dedicavano 6,7 pagine al giorno al conflitto in Medio Oriente, con La Stampa che arrivava a dedicarvi una media di 9,6 pagine. Di contro, la media giornaliera delle pagine dedicate sugli stessi quotidiani alla guerra in Ucraina non arrivava nemmeno a 3. Secondo Della Pergola, si “tratta di un livello di copertura che si può ben definire patologico”.
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