È il mercato, bellezza. Abbiamo la tv che ci meritiamo

Non prendiamocela troppo con i programmatori, ciò che guida è la legge della domanda e dell'offerta, ovvero i gusti del pubblico. Ci danno ciò che in fondo vogliamo vedere

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gratteri

Da quella latrina elettronica che ci ostiniamo a chiamare “televisore” abbiamo molto da apprendere, qualunque sia la nostra opinione in merito ai mass media. In questo articolo semiserio vorrei sottolineare alcuni aspetti interessanti della televisione italiana dei nostri tempi.

Logica di mercato

Al primo posto metteremo un pregio indiscutibile: quello di ricordarci la preminenza assoluta delle leggi di mercato, tantopiù nella nostra società dei consumi, ossia del benessere prevalente. La televisione, intesa come tutto quanto riguarda la diffusione di contenuti rivolti ad un pubblico indifferenziato, non fa altro che adeguarsi alla legge della domanda e dell’offerta.

Non è del tutto vero, anzi, molto spesso non lo è affatto, che chi produce programmi televisivi abbia in mente chissà quale secondo scopo, animato magari da quella che i giuristi chiamano callidità, con un ragionamento del tipo “ti propino quel contenuto particolare perché voglio condizionarti nelle  scelte e nelle tue opinioni personali e, quando capiterà, prendere il tuo voto”. Chi la televisione la fa, si adegua alla domanda della massa di quelli che la televisione la subiscono.

In altre parole, la basilare logica di mercato regna sovrana nella diffusione di tutto quanto passi in televisione. Vi è, da questo punto di vista, assai più linearità di quanto si pensi e molto più interesse di bottega che tecniche persuasive o addirittura messaggi subliminali. Se non partissimo da questo assunto, ci si perderebbe in mille rivoli interpretativi che ci porterebbero lontani dall’obiettivo, perché con le speculazioni inutili, il retropensiero elevato a sistema e le teorie complottiste si fa poca strada.

Raramente si sente dire che, alla fine della fiera, chi di televisione debba viverci, ci inonda di determinati contenuti, scaturiti dall’osservazione attenta dei nostri consumi, delle mode, delle attitudini della massa dei consumatori.

La legge dei grandi numeri non ammette eccezioni. Se la maggioranza degli utenti televisivi dà segni di gradire un certo programma o un certo modo di dare notizie e informazioni, chi non faccia parte di tale democratica maggioranza dovrà rinunciare ad avere prodotti diversi. Ciò accade anche perché i dissenzienti rispetto a determinate trasmissioni, già oltremodo stufi di litigare con tutti, si limiteranno ad un’alzata di spalle e, prima di cambiare canale e fornire un dato Auditel negativo a quella emittente, ci penseranno un bel po’. All tv si perdona facilmente.

Abili commercianti

Ricordiamo sempre che parliamo di commercianti più che di comunicatori per missione e non è un caso che i grandi imperi televisivi siano stati creati da imprenditori molto pratici della politica del cassetto. Non uno, e lo sottolineo, uno solo dei “padri” della comunicazione televisiva, tuttora egemone rispetto ad altri media, fu un esperto di sociologia o un fine analista di ciò che possa stare alle basi del consumismo, bensì abili commercianti divenuti poi grandi imprenditori.

A cominciare da Guglielmo Marconi, la cui abilità imprenditoriale non fu di molto inferiore al suo  genio come seppe benissimo fare Alexander Graham Bell per sfruttare commercialmente la sua invenzione del telefono (anche se ancora si discute se fu lui o Meucci ad inventarlo).

Silvio Berlusconi

Parlando di anni più recenti, il fenomeno dell’indiscusso padre della nostra televisione commerciale nazionale, Silvio Berlusconi, non iniziò di certo la propria ascesa al successo mondiale avvalendosi delle sue televisioni come uno strumento, ma fu l’esatto contrario, poiché fece della televisione la bandiera del proprio successo personale, iniziato in altri settori e basato fino all’ultimo su logiche commerciali.

Benché la narrazione sinistroide abbia sempre presentato, ed ancora lo faccia oggi, la vita di Berlusconi come quella di un gaudente piuttosto incapace ed unicamente dedito alle avventure amorose, diventato potente grazie alla televisione e addirittura sopra la legge grazie alla politica, le cose sono andate esattamente in modo opposto.

Perché nessuno dei detrattori del genio (perché lo fu) di Arcore lo definisce “un visionario”, come accadde per “il-compianto-Steve-Jobs” o altri che fecero anche molti più soldi del Cavaliere ritenendo il Verbo le frescacce che hanno ammannito ai giovani? Perché, parlando di personal computer, a nessuno importa un fico secco della (interessante) vita di Adriano Olivetti, che il personal computer lo inventò, mentre Jobs inventò uno tra i sistemi operativi ed un sistema chiuso per sola gente danarosa?

A queste domande potremmo rispondere, senza presunzione di completezza, dicendo che chi dedicò la propria intera vita alla politica e alla televisione, riportandone, tutto sommato, più dispiaceri che soddisfazioni, ebbe la colpa di aver realizzato niente più e niente meno che la televisione che voleva il popolo.

Questo è: Berlusconi ha messo una montagna di soldi e tutte le sue energie per dare ad un pubblico arcistufo dei mezzibusti della Rai una informazione ben diversa da quello che la stessa mammarai  offriva.

Una Rai, sia detto per inciso, che sempre più ha fatto negli anni, ed ancora fa, per copiare i programmi di Mediaset. Semplicemente perché funzionano, piacciono, perché gli ascolti parlano chiaro e le leggi del mercato sono e rimarranno quelle poche dei libri di economia politica. Tanto fesso non lo fu Berlusconi. Aveva, al contrario del suo successore, un autentico talento nell’intercettare i gusti del grande pubblico.

Ai “poveri comunisti”, come li chiamava il citato Berlusconi, rimarrà la prosopopea di indicare programmi come “Il Grande Fratello” come la rappresentazione perfetta del tipo di società che lo stesso aveva in mente, dimenticando che, quando acquistò il format dalla olandese Endemol, la trasmissione letteralmente stracciò gli ascolti di ogni altra rete televisiva europea, diventando un fenomeno di costume.

Finché il gioco diverte

Persino Umberto Eco, non propriamente un berlusconiano, ammise il suo (tiepido) interesse per il G.F. come interessante finestra aperta sulla nostra società. Che ogni bel gioco non possa durare in eterno, come scrisse Lord Baden Powell, fondatore dello scoutismo, consigliando di interrompere ogni gioco finché esso diverta ancora, lo si dimentica spesso.

Semmai, si commette l’errore di riproporre versioni più o meno attualizzate di vecchi programmi di successo, per giunta richiamando dalle riserve intrattenitori spompati e rifatti e tutto ciò per rincorrere lo share ed attrarre maggiori investimenti pubblicitari, gli unici veri padroni del piccolo schermo. Ancora una regola di mercato, quindi.

D’altra parte quale casa automobilistica non ha provato a rilanciare la nuova versione di un suo vecchio modello, mantenendone solo il nome e qualche linea della carrozzeria? Di solito, la cosa non funziona più di tanto e ciò coincide con periodi di scarsa fecondità inventiva, in assenza del colpo di genio che soltanto ogni tot anni arriva ed apre nuove opportunità di mercato.

Si attribuisce alla televisione generalista la colpa di offrire troppi programmi-spazzatura, vere e proprie vetrine di maleducazione e cattivo gusto. Tutto vero, ma diciamo anche che è il pubblico a richiedere quei contenuti e quello stile, ed è quello il vero problema. Se un programma “non tira” oggi più che mai lo si ferma subito, prima della scadenza programmata.

La nobilitazione della pubblicità

Fare televisione costa quanto gestire una grande casa automobilistica e quei tanti soldi bisogna farli saltar fuori, in qualunque modo. Il peso della pubblicità nella televisione di oggi è quantomeno quadruplicato negli ultimi vent’anni ed assistiamo sempre più di frequente al fenomeno del goffo tentativo di “nobilitazione” degli imprescindibili messaggi pubblicitari in tv. Tutti salvatori del mondo, esempi di inclusività, bontà d’animo ed altruismo.

Piccole emittenti

Personalmente, ho una certa predilezione per le piccole emittenti radio e tv locali, quelle, per intenderci, che fanno pubblicità all’idraulico o al tappezziere della città, in cui si respira ancora quel clima di gioiosa improvvisazione, con gli inevitabili strafalcioni di chi parla prevalentemente a braccio, certamente meno gravi e non più frequenti di quelli della televisione e del suo immenso carrozzone di Stato.

Ma meno desiderosi di insegnarci a vivere della Mediaset di Piersilvio Berlusconi, che annuncia pressoché ogni settimana e con toni da Premio Nobel quali ulteriori traguardi abbia raggiunto il suo gruppo editoriale, cosa che, finché non ci chieda soldi, è comunque ammessa anche se noiosa e di cui non c’importa un accidente.

Condensiamo tutto in una sola frase? Non prendiamocela con i programmatori, ma coi gusti del pubblico. Ci danno ciò che vogliamo vedere. Proprio perché non sono benefattori unicamente protesi alle loro nobili mete, se la cosa non funzionasse, cambierebbero registro molto in fretta.

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