I giornalisti di Hamas e la stampa occidentale connivente

Larga parte dell'opinione pubblica non capisce che a Gaza non esiste un giornalismo indipendente come concepito in Occidente. E le nostre testate hanno abbracciato la narrazione dei terroristi

5.9k 13
al-sharif_al-jazeera

Buona parte dei giornali italiani ha recentemente dimostrato una certa parzialità nel riportare i fatti su Gaza, ad esempio in merito alla recente uccisione da parte dell’Idf del giornalista di Al Jazeera Anas Al-Sharif. Nella maggior parte dei casi si è omesso, minimizzato o addirittura negato il fatto che Al-Sharif fosse un comandante di Hamas.

I precedenti

Questa non è la prima volta che, grattando la superficie, i presunti “giornalisti” a Gaza morti dal 7 ottobre 2023 in avanti si rivelino tutt’altro che innocenti: dopo che, nel giugno 2024, venne liberata la giovane israeliana Noa Argamani, rapita da Hamas il 7 ottobre, è emerso che il suo carceriere, Abdallah Aljamal, era un giornalista che aveva collaborato con Al Jazeera e con il sito The Palestine Chronicle.

Proprio uno degli altri ostaggi liberati assieme alla Argamani, Shlomi Ziv, sotto un tweet di Sky News in merito alla morte di Al-Sharif ha commentato“Sono stato tenuto prigioniero da un giornalista, e suo padre era un medico!!!!!”.

Ci sono stati anche ex-giornalisti che sui social hanno veicolato discorsi d’odio e istigazione alla violenza: è il caso ad esempio di Abdallah Mehjez, insegnante in una scuola UNRWA a Gaza che in precedenza, dal 2018 al 2022, era stato un inviato della Bbc. Quando iniziarono i bombardamenti israeliani dopo il 7 ottobre, Mehjez ha invitato sui social la popolazione civile a non ascoltare gli allarmi diramati da Israele per consentire loro di mettersi al riparo, esortandoli invece ad immolarsi come scudi umani.

Un inviato che è stato premiato in Occidente nonostante le sue posizioni controverse è il poeta Mosab Abu Toha, il quale nel maggio 2025 ha ricevuto il Premio Pulitzer per i suoi pezzi sulla situazione a Gaza pubblicati sulla rivista The New Yorker. Nel gennaio dello stesso anno, Abu Toha aveva scritto sui social che non si poteva definire “ostaggio” Emily Damari, la giovane che aveva perso due dita, e a febbraio ha accusato i media di aver “osato” umanizzare gli ostaggi israeliani come Agam Berger.

Inoltre, ha messo in dubbio le prove forensi che i piccoli Ariel e Kfir Bibas fossero stati assassinati dai terroristi di Hamas, e questo senza presentare alcuna controprova a sostegno delle proprie tesi.

Il giornalismo sotto Hamas

Alla radice di questo malinteso, che vede Israele venire accusato di uccidere giornalisti che in realtà sono anche complici del terrorismo, vi è un malinteso di fondo: una larga parte dell’opinione pubblica mondiale non capisce che a Gaza non esiste un giornalismo indipendente, come questo viene concepito in Occidente. A Gaza, solo chi è fedele alle regole d’ingaggio di Hamas e non esprime alcuna critica nei confronti dell’organizzazione terroristica può lavorare come giornalista.

Se in Israele le principali testate quali Yedioth Ahronoth, Haaretz e il Times of Israel sono sempre libere di criticare il governo, a Gaza i reporter che provano ad opporsi a Hamas ne pagano le conseguenze: lo ha testimoniato Omar Abd Rabou, giornalista palestinese costretto a smettere di esercitare la professione dopo essere stato minacciato e torturato.

Hamas mi ha costretto a smettere di fare giornalismo e scrivere, sotto brutali torture. Ecco perché non pubblico più sui social media”, ha scritto Abd Rabou su X. “È devastante vedermi negata la libertà. Ma vivere a Gaza significa vivere sotto il controllo di Hamas”. Mentre diversi giornalisti sono riusciti a lasciare Gaza grazie alle testate per cui lavorano, lui è rimasto nella Striscia. “È molto doloroso. Ho subito una dura repressione e torture. Voglio solo sopravvivere, ho bisogno di sfuggire alla morte”, ha dichiarato.

Testimonianza rivelatoria

Per capire come i più importanti media occidentali siano propensi ad abbracciare la narrazione dei terroristi, è utile ascoltare Matti Friedman, giornalista israeliano nato in Canada: già reporter dell’Associated Press dal 2006 al 2011, ha rotto il silenzio in un recente video sul fatto che il suo ex-datore di lavoro, una delle più grandi agenzie di stampa del mondo, ha applicato una forma di censura diretta di Hamas sin dal 2008.

Friedman ha raccontato come tutto è iniziato, quando lavorava nella loro sede di Gerusalemme: “Per quanto ne so, sono stato il primo membro dello staff a cancellare informazioni dall’articolo perché eravamo stati minacciati da Hamas, cosa che accadde proprio alla fine del 2008”.

Il dettaglio incriminato? Il fatto che i terroristi di Hamas si travestissero da civili, finendo per essere conteggiati tra le vittime civili nei bilanci ufficiali. “Il giornalista mi ha chiamato poche ore dopo. Era chiaro che qualcuno gli aveva parlato. Mi ha detto: ‘Matti, devi eliminare quel dettaglio dall’articolo’. Era chiaro che qualcuno lo aveva minacciato. Ho eliminato il dettaglio dall’articolo”, ha spiegato Friedman.

Quando Friedman provò a segnalare pubblicamente questa censura, la richiesta fu respinta. Da quel momento, “l’AP, come tutte le sue organizzazioni affiliate, collabora con la censura di Hamas a Gaza. Cosa significa? Che vedrete molti civili morti e non militanti morti. Non avrete un’idea chiara di quale sia la strategia militare di Hamas”.

Ha anche ricordato: “Non ci sono giornalisti occidentali a Gaza. Tutti i giornalisti a Gaza sono palestinesi. Alcuni si identificano con Hamas, altri sono intimiditi, e altri ancora fanno effettivamente parte di Hamas. È da lì che provengono le informazioni”.

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version