Politica e informazione, l’insensata corsa a dirla prima piuttosto che giusta

La velocità viene confusa con un malinteso senso di efficienza e si commettono errori colossali, tanto in politica quanto nell’informazione

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È tutta questione di veloce riposizionamento. Sapete come funziona in artiglieria, no? Si spara un colpo a destra, uno a sinistra, con la tecnica della forcella, per centrare il bersaglio. Uno degli aspetti più straordinari di questa convulsa epoca della comunicazione immediata e globale è la capacità di dire, smentire, correggere, riaffermare nel giro di poche ore. Lo sappiamo tutti: è il progresso, bellezze.

Ma, nondimeno, è pure la smania di verificare al più presto se e quante cazzate abbiamo detto, rivolgendoci ad un pubblico di cui non conosciamo assolutamente nulla. Da imperterrito ed impenitente conservatore non posso esimermi dal deplorare tanta ricerca dell’immediato consenso o dissenso. Sapete come si diceva una volta? Quando scrivi una lettera, prima di spedirla, lasciala riposare una notte nel cassetto. Tale pratica, ormai desueta e ritenuta controproducente, ha permesso al mondo intero di evitare un numero immenso di scemenze scritte per la troppa fretta di comunicare.

Confondere efficienza con velocità

Ma, a quanto pare, oggi la ricerca della velocità fine a sé stessa si confonde con un malinteso senso di efficienza. Stare sul pezzo dovrebbe significare padroneggiare il pezzo più che saltare a cavalcioni di ora questo ed ora quell’altro cannoncino, ma proprio non riusciamo più a prenderci il tempo per raccogliere le idee, lasciarle sedimentare un minimo e propalarle soltanto quando le si ritenga sensate.

Perché l’errore di metodo, l’ennesimo, è confondere efficienza con velocità e l’assunto della velocità intesa come caratteristica positiva ad ogni costo è sempre più presente nella nostra vita del terzo millennio. Basta dare una rapida occhiata alle rassegne stampa quotidiane per rendersi conto di quanti errori, inesattezze, visioni parziali, se non bestialità, vengano affidate alla stampa – cartacea e non – ogni giorno.

L’esplosione dell’epidemia da Covid-19 e la guerra in Ucraina hanno dato la stura ad una vera e propria corsa a chi la dice prima piuttosto che a dirla giusta o, perlomeno, verificata. Difficile sottrarsi a questa insana corsa a dirla subito, e gli esempi di personalità notissime ed autorevoli che hanno voluto dirla troppo in fretta è indecentemente lungo.

Fugit inreparabile tempus, si diceva una volta, anche se spesso la si poteva leggere sulle mura dei cimiteri, il che già dice molto, ma è proprio perché il tempo corre che a volte non si ha modo di riparare a certe gaffes ed a certe sparate che si sarebbero potute evitare se soltanto ci fossimo concessi i tempi giusti prima di dare fiato alle trombe.

La cosa che non smette di stupirmi è questo concetto di efficienza assoluta che si misura ormai col cronometro alla mano, anche da parte di persone universalmente note come affidabili e riflessive. Veloce sembra essere anche bello, per definizione. In una insensata corsa a chi arriva prima, persino trascurando di considerare come e perché si arrivi a qualcosa, stiamo letteralmente bruciando le tappe della conoscenza, della prudenza, della nostra stessa vita.

Non ritengo di dire nulla di rivoluzionario o controrivoluzionario se limitandomi ad affermare che in questo mondo di gattini ciechi, taluni colossali errori di valutazione della nostra politica e della nostra capacità di affrontare i più gravi problemi mondiali è frutto del desiderio di dimostrarsi efficienti, in quanto veloci, a dare una risposta ad ogni costo. La nostra attuale capacità di risposta alle più cogenti domande sociali sembra ormai legata solamente al fattore temporale più che a quello dell’approfondimento. Vale per ogni settore della vita sociale, chi si attarda è perduto, più che perdersi chi si sia fermato, magari a riflettere.

Il valore del tempo

Perché il tempo è qualcosa che ciascuno di noi vede trascorrere a modo proprio, dall’artifizio di una Penelope che, per ingannare i Proci, faceva e disfaceva la famosa tela per darsene di più, alla paziente tenacia di un Konstantin Levin che – nel capolavoro di Tolstoj, “Anna Karenina” – tanto persiste nel corteggiare la volubile Kitty da conquistarla definitivamente soltanto alla fine del romanzo, alla paranoica e vana attesa del sottotenente Giovanni Drogo, nel “Deserto dei Tartari” di Buzzati, che dedicò la vita ad attendere un nemico che non arrivava mai alla Fortezza, la letteratura mondiale di ci ha offerto una sterminata casistica di senso del tempo, di cui l’attesa è parte essenziale e causa di gioie o tormenti, a seconda di come i protagonisti la vissero.

Se qualche valore etico possa avere, e probabilmente ce l’ha, la pazienza, intesa come rifiuto di bruciare le tappe per la smania di dare o avere qualcosa che si desideri, sembriamo aver perso tutti la bussola. Devastati dall’incapacità di dare tempo al tempo viviamo un’epoca di costante accelerazione forzata dei tempi per fare anche la più complessa delle azioni umane, salvo, poi, fare della fretta la causa e la conseguenza dei nostri errori, spesso contro ogni ragionevolezza e senza darci modo di formare il nostro bagaglio individuale di conoscenze e metodi per utilizzare al meglio le nostre capacità.

Se l’importante è fare in fretta

Non passa giorno che non si senta dire “non ho avuto tempo per fare questo o quello…” anche e soprattutto quando il tempo lo si avesse in abbondanza e quando non ricorresse il caso di qualcosa che, semplicemente, non si era attrezzati a fare. Dagli ambienti di lavoro, in cui si valuta positivamente un capo che richieda ai suoi sottoposti di fare qualcosa per ieri, alla scuola, ossia quell’ambiente poco formativo in cui si fa letteralmente di tutto per trattare da adulti poveri marmocchi che avrebbero diritto di godere della loro fanciullezza, gli esempi si sprecano.

Basti pensare, per restare sui giovani, a quanto si ritenga erroneamente un film come valida alternativa alla lettura del libro da cui è tratta la pellicola. Inutile e, probabilmente, ormai retrivo, spiegare ad uno studente che un libro, per quanto possa essere ben fatto il film, è qualcosa d’immensamente più articolato, variegato e denso di sfumature della stessa storia vista al cinema o in tv. La ragione, anche in questo caso, è la medesima: guardando il film, al massimo in un paio d’ore ci si toglie il dente; leggere un libro è questione di giorni o di mesi. Che importa se difficilmente si manterranno in mente per anni certi passi di un volume letto con calma, rispetto alle stesse scene viste in tv. L’importante è, ahinoi, fare in fretta. Ed i risultati si vedono abbondantemente.

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