L’attacco di Strasburgo, i fondamentalisti, le carceri, i foreign fighters… Quella linea rossa che ha distrutto anche il Natale

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E’ più facile condurre gli uomini a combattere, mescolando le loro passioni, che frenarli e dirigerli verso le fatiche pazienti della pace. (André Gide)

Era il 27 dicembre 1985, tristemente esattamente 30 anni fa, quando un gruppo di terroristi palestinesi assaltò i banchi della compagnia israeliana El Al e della statunitense TWA all’aeroporto di Fiumicino, sparando sui viaggiatori in partenza. Nello scontro a fuoco che seguì con le forze di polizia e la sicurezza israeliana morirono 16 persone: 12 passeggeri, 3 terroristi e un addetto israeliano; 80 i feriti. Tra le vittime italiani, statunitensi, messicani, greci e un algerino. In simultanea a Vienna un altro gruppo di terroristi di allora (fedain) attaccava l’aeroporto e uccideva altre tre persone.

L’attacco a Roma doveva finire come l’11 settembre a New York (16 anni in anticipo), con un aereo che doveva esser fatto cadere su Tel Aviv, ma i terroristi furono scoperti e sfogarono la loro rabbia in aeroporto. “Sapevamo che nessuno di noi sarebbe uscito vivo”, ha detto anni fa Ibrahim Khaled, l’unico dei quattro a essere sopravvissuto e arrestato. Condannato a 30 anni, ha collaborato, chiesto perdono e di recente, incredibilmente, è tornato libero. Sempre in prossimità del Santo Natale, il 17 dicembre di 12 anni prima (1973) un gruppo di terroristi armati, sempre all’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma, assassinò 34 persone inermi con modalità ancora più infame: due bombe incendiarie gettate dentro un aereo fermo sulla pista. Il mandante dell’attentato dell’85 era Abu Nidal, capo della fazione palestinese contraria alla linea decisa dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) guidata da Yasser Arafat. Condannato all’ergastolo in contumacia, Abu Nidal è stato ucciso nel 2002 a Baghdad.

Proprio in questi giorni di festività natalizie l’Europa e l’Italia piangono per una nuova strage commessa a Strasburgo da un terrorista musulmano che al grido di “Allah akbar” ha ucciso quattro persone, ferendone 12 e allungando così la lista degli italiani morti in giro per il mondo vittime del terrorismo di matrice salafita.

Ultimo atto della campagna terroristica “2018” è stato l’attacco a un bus turistico nella zona delle piramidi a Il Cairo dove, solo per un caso fortuito, non sono rimasti coinvolti nella vigliacca strage villeggianti italiani che, in gran numero, scelgono l’Egitto come meta per le vacanze di fine anno. E come dimenticare, infine, le due escursioniste, la studentessa danese 24enne Louisa Vesterager Jespersen e la 28enne norvegese Maren Ueland,  che sono state uccise nel sud del Marocco, dove erano in vacanza? Il duplice omicidio, avvenuto nella notte tra domenica 16 dicembre e lunedì 17 nella piana di Imlil, alle pendici del monte Toubkal, è stato filmato e diffuso on line in modo capillare. Le immagini raccapriccianti della morte delle due ragazze, e della decapitazione di una delle due da parte di elementi apparentemente legati all’Isis, sono state fatte intenzionalmente arrivare sui cellulari in tutto il mondo.

Il giovane giornalista ucciso a Strasburgo, Antonio Megalizzi è, quindi, il 44mo cittadino italiano vittima della furia islamica se si parte a fare un terribile conteggio solamente dal 2003. Gli altri italiani innocenti erano caduti a Parigi, Tunisi, Nizza, Melbourne, Dacca, Barcellona, Berlino, Londra e in Egitto. Tutti vittime della ormai difficilmente comprensibile e anche giustificabile furia islamica.

Il giornalista svizzero, uno dei massimi esperti dei fenomeni terroristici, Stefano Piazza, in un articolo su Confessioni Elvetiche ha voluto mettere in luce che quanto precede “è bene ricordarlo a molti giornalisti e politici che fanno tanta fatica a scrivere in questi casi le parole islam, jihad, infedeli”. Per Piazza “a ogni strage è come se si bloccasse loro la penna, e allora vai con ‘costernazione per le vittime della violenza’, ‘incredulità per le vittime anche delle divisioni’, e altre tonnellate di menzogne che offendono le vittime e le loro famiglie che hanno perso i loro cari a causa della mancata volontà di riconoscere e spazzare via il fondamentalismo islamico in Europa”.

In effetti, ogni analista culturalmente onesto non può che concordare, e meravigliarsi, che il messaggio che si è cercato di far passare è quello che il povero Antonio Megalizzi sia stato ucciso con un colpo alla testa “da un nemico dell’Europa”! A mio parere Antonio è stato ucciso con modalità terroristiche dall’ennesimo “lupo solitario”, schedato dalla polizia francese e riconosciuto estremista dai servizi di sicurezza di Parigi, che si era radicalizzato nelle carceri dove era stato rinchiuso perché pluri-delinquente abituale.

Alla fine dello scorso mese di aprile il XIV rapporto sulle condizioni di detenzione a cura di Associazione Antigone indicava che “i potenziali terroristi islamici detenuti nelle carceri italiane sono aumentati del 72 per cento nel 2017 rispetto all’anno precedente”. Al 31 dicembre ne risultavano 506, contro i 365 del 2016. Inoltre aggiungeva “è cresciuto anche il loro grado di pericolosità: 242 sono classificati al più alto livello di rischio (il 32 per cento in più del 2016), 150 sono ritenuti a un livello medio (il 100 per cento in più del 2016), 114 quelli a basso pericolo (nel 2016 erano 126) “. Tra chi rientra nel livello alto, 180 sono in carcere per reati comuni e 62 perché sospettati o condannati per reati connessi al terrorismo islamico. “I 62 detenuti sono in regime di alta sicurezza e si trovano principalmente nelle carceri di Sassari (26), Rossano (19) e Nuoro (11), dove è stata creata anche una sezione femminile (con 4 detenute)”.

Tra i dati più sconcertanti c’era quello che indicava che i detenuti che si dichiarano di fede musulmana sono 7.194, circa il 12 per cento del totale di 58.223 detenuti al 31 marzo scorso.

Inoltre, per completezza d’informazione e siccome è appena terminato il periodo della principale festività cristiana, è necessario ricordare che, in Italia, ogni anno, per la ricorrenza del Ramadan, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP), per rispettare tale periodo, impartisce specifiche disposizioni che “garantiscono” ai detenuti islamici di celebrare la ricorrenza nell’ambito delle norme di sicurezza. Ove possibile, le direzioni degli istituti mettono a disposizione sale destinate alla preghiera.

Da evidenziare preliminarmente che il 5 novembre 2015 è stato siglato un protocollo d’intesa tra il DAP e l’UCOII (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia). Il protocollo però non ha carattere di esclusività nell’ambito dei rapporti con i ministri del culto islamico, vi sono, infatti, imam autorizzati dal Ministero dell’interno che non aderiscono all’UCOII.

Il rapporto indica che sono autorizzati a entrare nelle carceri italiane 25 imam e a questi si sommano 41 assistenti volontari. Da alcune fonti è comunque trapelato che le autorità penitenziarie vorrebbero molti più imam nelle carceri, convinte che questi predicando un “islam moderato” potrebbero redimere potenziali estremisti islamici.

Su questo punto le dichiarazioni di Stefano Piazza si legano, in una miscela che potrebbe essere esplosiva, al rapporto dell’Associazione Antigone. Infatti, si può ora facilmente concludere che le carceri di tutta Europa possano diventare o siano già diventate un centro di formazione di estremisti islamici, che una volta arrestati e portati in prigione per reati comuni, si radicalizzano e diventano potenziali terroristi.

Alla luce di quanto avvenuto, la teoria che gli imam dell’UCOII e non, possano evitare la radicalizzazione in carcere dei potenziali terroristi islamici appare una vera utopia. La tesi sembrerebbe essere sostenuta da parte delle autorità penitenziarie italiane probabilmente non sempre in linea con il pensiero delle forze dell’ordine, della classe politica non abbagliata dal crescente buonismo e, si spera proprio di no, da parte della magistratura. Ci vuole un grosso sforzo di fiducia per credere che l’imam che entra in carcere abbia la capacità di indicare quali siano i principi fondanti del vero “islam moderato” a chi non ha fatto della moderazione la ragione per non entrare in contrasto con le leggi. Lasciatemi, quindi, esprimere il mio fortissimo dubbio soprattutto in proiezione futura.

Rimane comunque assolutamente positivo il fatto che il DAP abbia definito tre categorie di detenuti a rischio e altrettanti livelli di allerta. La prima categoria comprende chi è in carcere per reati connessi al terrorismo di matrice islamica, senza distinzioni tra condannati, sospettati e imputati; la seconda i detenuti per reati comuni che “condividono un’ideologia estremista e sono carismatici”; la terza i detenuti comuni giudicati “facilmente influenzabili”, i “followers”. Queste tre categorie rientrano in ordine sparso in tre livelli di allerta. Il terzo e meno alto, come già indicato, è riservato ai potenziali “followers”, il secondo a coloro i quali durante la detenzione hanno mostrato “atteggiamenti che fanno presupporre la loro vicinanza all’ideologia jihadista” e il primo, detto “alto”, a due tipi di detenuti: i condannati, sospettati e imputati per reati connessi al terrorismo islamico e i detenuti comuni che hanno “posto in essere atteggiamenti che rilevano forme di proselitismo, radicalizzazione e/o reclutamento”, dunque meritevoli di un’attenzione particolare.

L’Associazione Antigone indica che “secondo la categoria di appartenenza si ha un trattamento penitenziario diverso”. I detenuti per terrorismo islamico sono soggetti a un regime detentivo speciale e restrittivo, l’alta sicurezza (AS). Si tratta di un regime basato su circolari dell’amministrazione penitenziaria e non su leggi, e pertanto soggetto a forte discrezionalità. In uno dei sotto-circuiti che lo compongono, l’AS2, si trovano i 62 detenuti per reati commessi con finalità di terrorismo di matrice islamica”.

Tornando a questi giorni si deve evidenziare quindi, che i potenziali terroristi islamici detenuti nelle carceri sono aumentati del 72 per cento in un anno. È doveroso anche aggiungere che a causa della mutata situazione strategica in Siria e Iraq seguente al parziale o totale disimpegno americano, molti terroristi / soldati dell’Isis stanno cercando o cercheranno e probabilmente riusciranno a tornare in Europa. Ci sono quasi quattromila terroristi nelle prigioni controllate da curdi e siriani regolari che potrebbero “beneficiare” del disimpegno americano. Non dimentichiamo che i miliziani curdi nel nord della Siria hanno catturato un jihadista dell’Isis, Semir Bogana, che hanno identificato come un mercenario italiano che stava cercando di superare il confine con la Turchia che è divenuta un rifugio per questa tipologia di terroristi. Le unità curde di protezione del popolo (YPG) sono il braccio armato dei curdi-siriani inquadrato nell’alleanza delle Forze Democratiche Siriane fino a pochi giorni fa sostenuta dagli Usa.

Probabile che quando i foreign fighters, tipo Bogana, torneranno nelle nostre città, saranno considerati “eroi di guerra” dagli islamici radicalizzati più giovani.  Se questi “irriducibili” del terrore finiranno, come si spera, in carcere, cercheranno di reclutare e indottrinare altri “soldati” pronti ad agire come il ventinovenne assassino di Strasburgo.

Per chi rientra nella categoria dei potenziali assassini o istigatori alla lotta armata jihadista i diritti e le garanzie in questo momento in essere in Italia sono un lusso non più accettabile.

Non è del tutto illogico pensare a una condizione carceraria da “41 bis” per i potenziali terroristi islamici. Infatti, i reati che prevedevano tale regime carcerario erano nella formulazione originale anche quelli commessi per finalità di terrorismo o di eversione. Secondo molti il legislatore aveva scelto consapevolmente di utilizzare strumentalmente la natura di alcuni reati per escludere definitivamente certe categorie di detenuti dal godimento dei benefici, abbandonando così nei loro confronti l’idea del trattamento individualizzato e della rieducazione, in deroga al principio costituzionale di eguaglianza di tutti i condannati nella fase dell’esecuzione della pena. In altri termini, il regime detentivo da adottare dovrebbe impedire loro di mantenere i contatti sia con l’esterno sia all’interno delle carceri.

Concludendo, non credo sia necessario aspettare ancora e siano sufficienti a decidere in tal senso le morti di 44 italiani. La tragedia di Strasburgo e le sue motivazioni non devono essere dimenticate e devono anzi essere l’elemento di partenza per un’iniziativa legislativa che metta la magistratura in grado di agire da subito. Se si accetta che tale indirizzo restrittivo ha funzionato con i più sanguinari e spietati capi mafiosi si deve avere in coraggio di utilizzarlo in modo più ampio a difesa della nostra società. Lo dobbiamo ai familiari degli italiani che sono stati assassinati, prima che sia troppo tardi e si vedano altri “Santo Natale” macchiati dal sangue di innocenti.

 

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