Una Caporetto annunciata a Bruxelles: Conte e Gualtieri hanno perso tempo per obiettivi inutili e irrealistici

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Dal decreto liquidità al decreto gassosità: “liquidi” evaporati

Il governo italiano ha mancato tutti gli obiettivi che si era prefissato e che qui, a scanso di equivoci, non abbiamo mai comunque considerato particolarmente desiderabili e certamente nemmeno realistici, perché in conflitto con la dura realtà dei trattati e le inscalfibili e arcinote posizioni della Germania e di altri Paesi del centro e nord Europa. Per altro, obiettivi che ha ritenuto di perseguire senza alcun mandato da parte del Parlamento (quello olandese, per dire, si è espresso due volte prima dell’Eurogruppo), senza nemmeno una discussione parlamentare. Il presidente Conte e il ministro Gualtieri non si sono nemmeno presentati. Lo faranno il giorno prima del Consiglio dei capi di stato e di governo che dovrà ratificare le proposte dell’Eurogruppo, ma è chiaro che il pacchetto è chiuso e solo qualche dettaglio potrà essere ridiscusso o aggiunto. E questo, l’umiliazione del nostro Parlamento, l’emergenza democratica, è forse l’aspetto più amaro della vicenda e più grave della condotta del nostro governo.

Potevate risparmiarvi di trattenere il fiato fino a ieri sera in attesa delle conclusioni dell’Eurogruppo, più volte rinviate questa settimana, leggendo lunedì scorso, 5 giorni fa, l’articolo di Musso per Atlantico dal previdente titolo: “La Caporetto italiana a Bruxelles: da Conte e Gualtieri, a Draghi”, dove veniva spiegato già tutto:

Il governo italiano ha condotto in Europa una trattativa e la ha persa. Cercava una garanzia sul rifinanziamento del debito pubblico. I Paesi del Nord vogliono che alla bisogna provveda il risparmio italiano, che sanno sovrabbondante. La loro vittoria è sancita dalle nuove condizioni di accesso al MES, uguali alle vecchie. Il ministro Gualtieri è di fronte a scelte drastiche e non può a lungo rinviarle. Mario Draghi ha già presentato il manifesto per il dopo-Gualtieri.

E come già lunedì ci sembrava scontato, alla fine è passato il “pacco” franco-tedesco, già concordato nei punti fondamentali da Parigi e Berlino domenica scorsa (nein Mes senza condizionalità, nein Coronabond): Mes, Bei, SURE, questi i tre pilastri, a cui se ne affianca come vedremo un quarto ma ancora tutto da definire e a medio termine. Sul Mes un’unica concessione: linea di credito con l’unica condizione di sostenere “il finanziamento dei costi, diretti e indiretti, sanitari, di cura e prevenzione dovuti alla crisi del Covid-19“. “Afterwards”, dopo l’emergenza, non vere e proprie condizioni, ma un richiamo agli impegni con la Commissione sul Patto di stabilità. Dirette o indirette, comunque dovrà trattarsi di spese di “healthcare, cure and prevention” e relative al Covid-19, non di sostegno all’attività economica per i costi del periodo di lockdown, mentre nella bozza di conclusioni di martedì 7, all’inizio dell’Eurogruppo, c’era almeno il riferimento a “other economic costs” relativi alla crisi. Il testo di ieri sera è quindi addirittura peggiorativo.

Per il supporto all’economia, condizionalità piena, cioè alle condizioni già previste. Riassume così il ministro olandese Hoekstra: “The ESM can provide financial help to countries without conditions for medical expenses. It will also available for economic support, but with conditions. That’s fair and reasonable.” E ci sembra di trovare riscontro nel testo ufficiale.

E gli Eurobond, o Coronabond? Non ci sono, nemmeno di striscio nel testo che ha valore legale. Il contentino sarà che nella lettera ai leader Ue che accompagna le conclusioni dell’Eurogruppo il presidente Mario Centeno spiegherà che alcuni Paesi sono a favore dei Coronabond e altri contrari.

Come dicevamo, c’è un quarto strumento, chiamato Recovery Fund, che però è ancora tutto da definire: servirà per sostenere la ripresa “provvedendo al finanziamento attraverso il budget Ue di programmi volti a riavviare l’economia in linea con le priorità europee e assicurando solidarietà agli stati membri più colpiti”. Più avanti si parla di “innovative financial instruments” ed è molto probabile che oggi leggerete o sentirete da molte parti che in realtà sono proprio questi i sospirati Coronabond.

Come ha spiegato il ministro Hoekstra, si tratta di una formulazione “deliberatamente vaga” così che tutte le parti possano leggerci quello che vogliono e infatti il ministro Gualtieri si è affrettato ieri sera a rivendicare di aver “messo sul tavolo i bond europei”. La realtà è che quello sulla mutualizzazione del debito resta un “dibattito fantasma”.

Il vero dramma è che il premier Conte e il ministro Gualtieri hanno perso tre settimane preziose, forse decisive per salvare la nostra economia, infilandosi in un lacerante negoziato per obiettivi inutili, se non dannosi (Mes), e comunque irrealistici (Coronabond), considerando le red lines storiche degli interlocutori. Una strategia basata sull’illusione che ha caratterizzato tutti i governi di centrosinistra, europeisti, e cioè che un governo percepito come “amico” a Bruxelles, Berlino e Parigi, sarebbe stato ricompensato con la fantomatica “solidarietà” europea. Una visione infantile della politica e del gioco degli interessi nazionali che ha fatto credere per lustri ai nostri eurolirici che si sarebbe potuto derogare dai trattati all’occorrenza e che, prima o poi, la Germania avrebbe fatto cadere il suo tabù sulla condivisione del debito, che invece resiste persino sotto i colpi della pandemia più grave degli ultimi cento anni. Sia chiaro che se Berlino dovesse trovarsi costretta a scegliere tra fine dell’euro e condivisione del debito, sceglierebbe la prima…

Ma basta prendersela con olandesi e tedeschi. L’Olanda fa l’Olanda. La Germania, la Germania. Chi chiede Mes “light” o senza condizioni, chi Eurobond, chi acquisti illimitati della Bce, non ha letto i trattati che abbiamo firmato e non ha capito nulla dell’unione in cui siamo finiti e che fino a ieri celebrava, spacciandola per quello che non è, e non è mai stata. Sui “dibattiti fantasma” l’europeismo nostrano ci ha campato per 20 anni. Ora, capolinea.

Non sembra ci siano le condizioni politiche perché il governo italiano acceda alla linea di credito del Mes, nemmeno nei termini “light” fissati per i costi sanitari dell’emergenza. Voci dal Pd e dai 5 Stelle già assicurano che non hanno intenzione di usarlo (ma allora, ancora più assurdo questo braccio di ferro sulle condizioni). Ora la nuova linea del fronte è rappresentata dagli acquisti dei titoli da parte della Bce dopo il varo del nuovo programma ad hoc per l’emergenza pandemia. Ma siamo proprio sicuri di poterci contare? Saranno illimitati e incondizionati? Anche qui dipenderà dai nostri amici a Berlino, se saranno disposti a chiudere un occhio e per quanto tempo. Sul QE e gli acquisti della Bce è sempre vigile la Corte di Karlsruhe e a Francoforte non ci sono più le spalle larghe di Draghi, ma su questo torneremo presto qui su Atlantico.

Nel frattempo, ad oltre un mese dalle prime misure di contenimento, non è ancora arrivato un euro alle imprese e ai lavoratori, proprio in attesa, o meglio nell’illusione del miracolo a Bruxelles. Il decreto cd liquidità – annunciato lunedì dal premier Conte, come suo solito via proclama video, e pubblicato in GU solo ieri – dovrebbe essere ribattezzato decreto gassosità, vista la completa evaporazione dei “liquidi” tra le parole di lunedì e i testi di ieri.

Il decreto è di fatto senza liquidi, essendo – incredibile ma vero – a saldo zero, mentre poco aggiunge, sulle garanzie alle piccole e medie imprese, alle misure già introdotte nel decreto “Cura Italia”. Si tratta di prestiti bancari – non di indennizzi, che molti altri governi hanno già pagato – tra l’altro nemmeno a tasso zero, come emerge da una circolare di ieri dell’Abi, ma saranno le banche a fissarlo e le imprese dovranno anche versare delle commissioni a Sace per la garanzia.

Per un’analisi più dettagliata vi rimando all’intervento del professor Alberto Dell’Acqua, che ospitiamo oggi, ma la sostanza del decreto è che si chiede alle aziende di indebitarsi – pur essendo soprattutto le piccole e medie già fortemente indebitate – per coprire le perdite dovute ad una chiusura, per quanto legittima e opportuna, decisa comunque dallo Stato per motivi di salute pubblica.

E a quanto pare ci eravamo sbagliati, una “potenza di fuoco” in effetti c’è nel decreto: le tasse da pagare a giugno. Ulteriore beffa, le scadenze fiscali sono rinviate di soli due mesi. Cosa che ha fatto infuriare Carlo Bonomi (Assolombarda): “Se facciamo indebitare le imprese per pagare le tasse vuol dire che non abbiamo capito nulla”.

Il rischio è che il pensiero di moltissimi imprenditori sarà quello di chiudere, quando scopriranno che i “liquidi” del decreto sono i loro soldi, un anticipo (da restituire con gli interessi) di ricavi futuri e incerti. Se non possiamo permetterci ciò che altri governi stanno già facendo per sostenere l’economia, benissimo, lo so dica, vuol dire che non possiamo permetterci di restare chiusi, addirittura fino al 3 maggio, con tutte le conseguenze del caso…

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