Caso chiuso: Russiagate fabbricato dal team Obama per far cadere Trump

Oltre 100 documenti declassificati: intelligence politicizzata. Quando cambia tutto: la riunione alla Casa Bianca e l'ordine di Obama. Tulsi Gabbard: "fu una cospirazione, un colpo di Stato durato anni"

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Ce ne siamo occupati fin dal 2016, tutti gli articoli sono raccolti in una pagina speciale di Atlantico Quotidiano. Pochi giorni fa il capo dell’Intelligence Usa Tulsi Gabbard ha declassificato oltre un centinaio di documenti che provano in modo schiacciante come, dopo la vittoria del presidente Donald Trump alle elezioni del 2016 contro Hillary Clinton, l’allora presidente Barack Obama e il suo team per la sicurezza nazionale abbiano gettato le basi per quella che si sarebbe poi rivelata come la bufala del secolo: il Russiagate, ovvero il caso di collusione tra Donald Trump e la Russia, che tra indagini, campagne mediatiche e richieste di impeachment avrebbe segnato tutti i suoi primi quattro anni di mandato.

L’amministrazione Obama, conclude Gabbard, ha “fabbricato e politicizzato informazioni di intelligence” per creare la narrazione secondo cui la Russia aveva tentato di influenzare le elezioni presidenziali del 2016 per far vincere Trump, nonostante, come risulta dai documenti pubblicati, nei mesi precedenti il voto la comunità di intelligence avesse costantemente valutato che la Russia “probabilmente non stava cercando… di influenzare le elezioni utilizzando mezzi informatici”.

Dopo la vittoria di Trump cambia tutto. E precisamente quando Obama e i suoi uomini decidono di includere nei rapporti di intelligence il dossieraggio fabbricato mesi prima dalla Campagna Clinton per screditare il suo avversario.

La prima valutazione

Ancora il 7 dicembre 2016, circa un mese dopo il voto, l’allora direttore dell’Intelligence James Clapper affermava che “gli avversari stranieri non hanno utilizzato attacchi informatici contro le infrastrutture elettorali per alterare l’esito delle elezioni presidenziali statunitensi”.

Nel Presidential Daily Brief preparato l’8 dicembre per il presidente Obama dal Dipartimento per la Sicurezza Interna, con informazioni provenienti dal Dipartimento stesso, dalla CIA, dalla Defense Intelligence Agency, dall’FBI, dalla National Security Agency, dal Dipartimento di Stato e da fonti pubbliche, si valutava che “attori russi e criminali non abbiano influenzato i recenti risultati elettorali statunitensi conducendo attività informatiche dannose contro le infrastrutture elettorali”.

Il rapporto però venne congelato prima di raggiungere la scrivania del presidente Obama. Dalle comunicazioni declassificate, riportate da Fox News, emerge che l’FBI aveva redatto un parere “dissenziente” rispetto al Presidential Daily Brief originale e sostenuto che non dovesse “andare avanti” finché l’FBI stessa non avesse “condiviso le sue preoccupazioni”.

Sarebbe dovuto uscire il 9 dicembre, ma dalle comunicazioni successive emerge che l’Ufficio del direttore dell’Intelligence, “sulla base di alcune nuove linee guida“, decise di “rinviare la pubblicazione” del Presidential Daily Brief: “Non sarà pubblicato domani e difficilmente lo sarà prima della prossima settimana”.

Quando cambia tutto: la riunione alla Casa Bianca

Il giorno seguente, il 9 dicembre, il presidente Obama riunisce nella Situation Room della Casa Bianca i vertici della sicurezza nazionale, tra cui Clapper, l’allora direttore della CIA John Brennan, l’allora consigliere per la sicurezza nazionale Susan Rice, l’allora segretario di Stato John Kerry, l’allora procuratore generale Loretta Lynch, l’allora vicedirettore dell’FBI Andrew McCabe, tra gli altri, per discutere della Russia.

Obama ordina una nuova valutazione di intelligence in cui fosse descritta nel dettaglio l’ingerenza russa nelle elezioni, sebbene ciò contraddicesse tutte le valutazioni di intelligence dei mesi precedenti.

Il verbale declassificato dell’incontro, ottenuto da Fox News, rivela che i presenti “hanno concordato di raccomandare sanzioni a determinati membri delle catene di comando dell’Intelligence militare russa e dei servizi segreti stranieri responsabili delle operazioni informatiche, in risposta ad attività informatiche che hanno tentato di influenzare o interferire con le elezioni statunitensi”.

La nuova valutazione e i leak alla stampa

Dopo l’incontro, l’assistente esecutivo di Clapper inviò un’e-mail ai vertici della comunità di intelligence incaricandoli di elaborare una nuova valutazione, “su richiesta del presidente”, che descrivesse nel dettaglio “gli strumenti utilizzati da Mosca e le azioni intraprese per influenzare le elezioni del 2016”.

Dall’indomani, quindi prima ancora di iniziare i lavori sulla nuova valutazione, funzionari dell’amministrazione Obama cominciarono a “far trapelare false dichiarazioni ai media” in cui si sosteneva che “la Russia ha tentato, attraverso mezzi informatici, di interferire, se non addirittura influenzare attivamente, l’esito di un’elezione”. Sia il Washington Post che il New York Times rilanciarono che l’Intelligence aveva “concluso con elevata sicurezza che la Russia era intervenuta specificatamente per aiutare Trump a vincere le elezioni”.

Il 6 gennaio 2017 fu pubblicata la nuova valutazione della comunità di intelligence che, secondo l’Ufficio del direttore Gabbard, “contraddiceva direttamente le valutazioni effettuate nei sei mesi precedenti” dalla stessa comunità.

Intelligence politicizzata

Funzionari dell’Intelligence hanno dichiarato a Fox News che l’ICA (Intelligence Community Assessment) era stata “politicizzata”, perché aveva “soppresso informazioni di intelligence prima e dopo le elezioni, che dimostravano la mancanza di intenzione e capacità della Russia di hackerare le elezioni del 2016″.

Inoltre, sosteneva falsamente che la comunità di intelligence non avesse effettuato alcuna valutazione dell’impatto delle attività russe, quando “in realtà ne aveva valutato l’impatto”. Il PDB di dicembre, mai pubblicato, affermava chiaramente che la Russia “non ha avuto alcun impatto” sulle elezioni attraverso attacchi informatici, ha spiegato un funzionario a Fox News.

L’ICA aveva invece valutato che “la Russia fosse responsabile della fuga di dati dal DNC e dal DCCC”, senza menzionare però che “l’FBI e la NSA avevano precedentemente espresso scarsa fiducia in questa conclusione”. La nuova valutazione, è stato ricostruito oggi, “si basava su informazioni che le persone coinvolte sapevano essere state fabbricate, ovvero il dossier Steele, o ritenute non credibili”.

Una cospirazione sovversiva

L’effetto di questa manipolazione e politicizzazione dell’intelligence è noto: è stata creata e alimentata una narrazione volta a delegittimare la vittoria del presidente Trump, che ha prodotto l’indagine Mueller, durata anni, due impeachment del Congresso, alti funzionari indagati e arrestati, l’aumento delle tensioni tra Stati Uniti e Russia.

“Le informazioni che pubblichiamo oggi dimostrano chiaramente che nel 2016 si è verificata una cospirazione sovversiva, commessa da funzionari ai massimi livelli del nostro governo”, ha dichiarato Gabbard a Fox News. “Il loro obiettivo era sovvertire la volontà del popolo americano e mettere in atto quello che è stato essenzialmente un colpo di Stato durato anni, con l’obiettivo di impedire al presidente di adempiere al mandato conferitogli dal popolo americano”.

“Non importa quanto potente, ogni persona coinvolta in questa cospirazione deve essere indagata e perseguita con la massima severità prevista dalla legge, per garantire che nulla di simile accada mai più”, ha aggiunto Gabbard, riferendo di aver consegnato tutti i documenti al Dipartimento di Giustizia.

Il ruolo di Brennan: l’inclusione del dossier Steele

L’ex direttore della CIA John Brennan e l’ex direttore dell’FBI James Comey sono già indagati per il loro ruolo nell’origine del Russiagate. La segnalazione nei confronti di Brennan è arrivata dal direttore della CIA John Ratcliffe, dopo la declassificazione di documenti che hanno rivelato come l’Intelligence Community Assessment sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016 fu deliberatamente manipolato da Brennan, Comey e Clapper, i quali furono “eccessivamente coinvolti” nella sua stesura e ne accelerarono il completamento in un processo definito “caotico”, “atipico” e “decisamente non convenzionale”, che solleva dubbi su un “potenziale movente politico”.

La revisione operata oggi dalla CIA ha individuato “molteplici anomalie procedurali” che hanno minato la credibilità della valutazione, tra cui “una tempistica di produzione estremamente ristretta” e un “coinvolgimento diretto” dei vertici delle agenzie (Brennan, Comey e Clapper) “altamente insolito sia per portata che per intensità”.

Con gli analisti che operavano con rigidi vincoli di tempo, una limitata condivisione di informazioni e un controllo più rigoroso da parte dei vertici, diversi aspetti del rigore analitico sono stati compromessi, in particolare nel sostenere il giudizio secondo cui Putin aspirava ad aiutare Trump a vincere.

Fu Brennan a guidare la compilazione dell’ICA, a scegliere personalmente gli analisti, coinvolgendo solo l’ODNI, la CIA, l’FBI e la NSA, ed escludendo 13 delle allora 17 agenzie di Intelligence. In particolare, fu Brennan a imporre l’inclusione del dossier Steele, ormai screditato, nel rapporto, nonostante diversi alti funzionari della CIA si fossero fermamente opposti, ritenendolo inattendibile, lontano dai “più elementari standard”, e perché prodotto della Campagna Clinton.

In una email del 29 dicembre, il vice direttore per l’analisi (DDA) della CIA avvertiva Brennan che includerlo in qualsiasi forma avrebbe messo a rischio “la credibilità dell’intero documento”. Ad insistere per l’inclusione del dossier Steele nell’ICA furono anche i vertici dell’FBI, i quali chiarirono che da ciò sarebbe dipeso il loro consenso al rapporto.

Quel dossier è servito in ultima analisi come base per l’inchiesta dell’FBI sulla collusione Trump-Russia e per i mandati di sorveglianza previsti dal Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) contro l’ex collaboratore della campagna elettorale di Trump, Carter Page.

Con l’ICA, Brennan, Comey e Clapper hanno messo il bollino dell’Intelligence sulla falsa narrazione secondo cui la Russia avesse assicurato a Trump la vittoria del 2016, classificando il rapporto in modo che nessuno potesse più metterlo in discussione.

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