Gaza, ecco come la sinistra corrompe il linguaggio per accusare Israele

Fedele alla lezione gramsciana, tradisce il senso originario di parole ed espressioni per far dire loro qualcosa che obbedisce alle esigenze della lotta politica

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ospedale gaza

Lo storico greco Tucidide ci aveva avvertito 2.400 anni fa: quando i venti di guerra infuriano tempestosi e i tempi sono di grandi sconvolgimenti sociali, come durante la sanguinosa guerra civile a Corcira (427 a.C), le parti che si fronteggiano fanno in modo che le parole cambino il loro significato ordinario e ne assumano uno di comodo (vedere la citazione integrale in coda all’articolo). Ciò, naturalmente, al fine di mascherare cattive intenzioni e programmi politici altrimenti indigesti.

Ebbene, quanto sopra è più o meno ciò che sta accadendo in svariati settori della vita delle poleis dei nostri giorni. Se n’è accorto già da tempo un osservatore attento di geopolitica contemporanea nonché affermato classicista e storico militare come Victor Davis Hanson, il quale ha fatto nei giorni scorsi un elenco di espressioni che sono andate mutando di significato in tempi recenti, con precisi riferimenti ai recenti drammatici – e orrendi – sviluppi della crisi israelo-palestinese. Ecco qualche esempio.

Discriminazione razziale

“Come la maggior parte delle calunnie di sinistra”, nota il professore, questa espressione “riflette una proiezione. I cittadini arabi in Israele – oltre la metà dei quali sono musulmani – votano, si candidano alle elezioni e hanno organizzato partiti politici. Essendo un quinto della popolazione, godono di maggiore sicurezza, prosperità e libertà rispetto ai loro omologhi nelle nazioni arabe circostanti”.

Ora, possiamo immaginare residenti cristiani o ebrei non arabi di Gaza che votano, si candidano a una carica, formano partiti politici o criticano Hamas? Chiaramente no, argomenta Hanson. E se parliamo di apartheid non si fa fatica a constatare che l’accusa si applica perfettamente ad Hamas, il quale considera chiunque non sia arabo musulmano come inferiore e da tenere fuori da Gaza.

Cessate il fuoco

Oggi un’espressione con connotazioni quasi magiche, che solleva speranze e nutre illusioni di pace. Ma a ben vedere, che cosa sono i cessate il fuoco se non “semplici momenti di pausa per una o entrambe le parti per rifornirsi e riarmarsi freneticamente per i round due, tre, quattro”?

Eppure, dovremmo sapere che una tregua o un armistizio raramente pongono fine al conflitto una volta per tutte. In definitiva, corregge il tiro Hanson, “le guerre – anche quelle che durano decenni – finiscono quando una parte perde e l’altra vince (spesso più chiaramente attraverso una resa incondizionata), o entrambi subiscono perdite così disastrose che ciascuno crede che la vittoria sia irraggiungibile e che in futuro continuerà ad essere tale”.

Sproporzionato

Qui Hanson la mette giù dura: “qualcuno può ricordare una guerra vinta con misure proporzionate?” Il fatto è, argomenta il professore, che “quando la guerra è proporzionata, molto spesso si trasforma in una Stalingrado – o forse in un’Ucraina – finché una delle parti non trova una risposta sproporzionata che trasformerà la stasi infinita in vittoria”.

E infine il colpo da KO: Quale sarebbe una risposta proporzionata all’uccisione di mille civili? “Secondo la logica della proporzionalità, lo Stato israeliano dovrebbe poi invadere Gaza e allo stesso modo uccidere un migliaio dei suoi civili? L’intero concetto di una risposta proporzionata ad un massacro non provocato di donne e bambini addormentati nelle loro case e durante un periodo di pace è assurdo”.

Vittime civili

Espressione che si presta a parecchi equivoci, nel senso che si è arrivati ad utilizzarla per indicare situazioni diversissime tra loro: 1) Innanzitutto abbiamo gli oltre mille civili ebrei, in un periodo di vacanza, massacrati dagli squadroni assassini di Hamas; 2) poi ci sono gli scudi civili di Gaza, le cui case e luoghi di lavoro sono deliberatamente utilizzati per proteggere e consentire ai lanciarazzi e ai tiratori di Hamas di fare la guerra senza pagare dazio, nell’aspettativa che Israele consideri la vita di Gaza più preziosa di quella di Hamas, e quindi non reagirà ai lanci missilistici uccidendo indiscriminatamente gli scudi civili.

Hamas, per parte sua, si aspetta, anzi spera, che gli scudi civili vengano uccisi e che ciò gli porterà un vantaggio in termini di immagine internazionale; 3) infine abbiamo la popolazione generale di Gaza: “lo statuto di Hamas garantisce che il suo apparato intraprenderà una guerra perpetua ad ogni costo contro Israele. Hamas non ha alcun interesse in una soluzione a due Stati, in armistizi duraturi o nell’utilizzo di miliardi di dollari in aiuti esteri per garantire al suo popolo moderni impianti di elettricità, acqua e fognature. Invece, tratta la propria popolazione come sacrificabile e subordinata alla costruzione di tunnel e al lancio di razzi”.

Controllare le parole

Insomma, lo schema è chiaro: quando si può giocare con termini, espressioni e concetti al fine di far dire loro qualcosa che ne tradisce il senso originario ma obbedisce alla volontà di piegarli alle esigenze della lotta per il potere, lo si fa senza tanti riguardi e con proterva pervicacia.

Specialisti in questo sono le sinistre, tutta la galassia woke e in generale i movimenti terroristici di matrice islamica. Del resto, una delle lezioni più durature dei filosofi postmodernisti della scuola di Francoforte e del pensatore marxista italiano Antonio Gramsci non è forse che controllare le parole significa controllare le menti, e controllare le menti significa controllare le azioni e quindi il potere stesso? E non è forse con queste finalità che le sinistre si sono infiltrate con successo nelle scuole, nelle università, nella religione, nell’arte, nello spettacolo e nell’informazione?

Ma torniamo a Tucidide, alla sua annotazione, straordinariamente attuale, e lasciamo a lui l’ultima parola:

L’ordinario rapporto tra i nomi e gli atti rispettivamente espressi dal loro significato, cioè l’accezione consueta, fu stravoto e interpretato in chiave assolutamente arbitraria. La temerarietà irriflessiva acquistò valore d’impeto eroico al sacrificio per la propria parte; la cautela accorta diventò sinonimo di codardia pretestuosa. La prudenza fu ritenuta un ripiego per celare la paura, spregevole in un uomo; l’intelligenza sollecita a scrutare ogni piega di un problema fu spacciata per totale inettitudine all’azione. Si valutò la furia selvaggia e folle una qualità veramente degna di un ingegno virile; il ponderare guardinghi gli elementi di un’iniziativa, per dirigerla sicuri, uno schermo per ripararsi nell’ombra. Il sordo ringhio della critica, del malcontento, ispirava sempre fiducia; ma la voce che si levava a contrastarlo si spegneva ogni volta nel sospetto. Operare un tradimento con mano pronta e felice pareva indizio di svelta mente, e prevenirlo un traguardo di destrezza anche più fine. […] Così ogni forma di iniquità si radicò nei Paesi ellenici a causa dei disordini. L’antica semplicità nella quale entrava così largamente l’onore fu derisa e scomparve; e la società si divise in campi in cui nessun uomo si fidava di chi gli stava accanto. (Tucidide, Storie, 3, 82)

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