
I commentatori politici dei media mainstream italiani non sembrano averlo realizzato più di tanto, ma la destra americana è sconquassata da alcune settimane da feroci diatribe interne che hanno raggiunto lo zenith con alcuni avvenimenti recentissimi.
Antisemitismo di destra
Il primo episodio, onestamente dirompente, risale al 27 ottobre scorso: l’intervista del popolarissimo commentatore politico e podcaster Tucker Carlson a Nick Fuentes, influencer dell’estrema destra americana noto per posizioni apertamente suprematiste e antisemite. Come era da aspettarsi, mezzo Gop e quasi tutti i media di area hanno strigliato severamente l’intervistatore dandogli apertamente dell’antisemita, del provocatore e del traditore.
Un altro episodio, collegato al precedente, è stato la pubblicazione di un video in difesa di Carlson (30 ottobre) da parte di Kevin Roberts, presidente della prestigiosissima Heritage Foundation, con seguito di clamori, dimissioni, sgomento e solenni condanne e incazzature. Il video ha rappresentato per molti uno spartiacque nel dibattito interno al movimento MAGA, con una chiara presa di posizione contro l’accusa di antisemitismo tout court nei confronti di chi avanza critiche alle politiche dello Stato di Israele.
Epstein Files
Un terzo evento di rilievo è stato la stroncatura da parte di Donald Trump di Marjorie Taylor Greene (10 novembre), quando il presidente ha dichiarato che la deputata repubblicana della Georgia “ha perso la rotta” (“she’s lost her way”). Taylor Greene è nota per le sue posizioni “America First” e per essere stata una delle più ferventi alleate di Trump.
In questi mesi però il rapporto tra i due si è guastato, soprattutto sul tema della trasparenza sui documenti di Jeffrey Epstein (Epstein Files). La risposta di della Taylor Greene è stata clamorosa, annunciando in anticipo le sue dimissioni (il 6 gennaio 2026) dal Congresso degli Stati Uniti. “Ho troppo rispetto e dignità per me stessa,” ha dichiarato, “amo troppo la mia famiglia e non voglio che il mio caro distretto debba sopportare una primaria dolorosa e carica d’odio contro di me da parte del presidente per cui abbiamo tutti combattuto… per poi ritrovarmi a combattere e vincere la mia elezione mentre i repubblicani con ogni probabilità perderanno le elezioni di metà mandato…”.
Una silenziosa guerra interna
Questi gli eventi recenti, ma in realtà sono trent’anni che la destra americana combatte una guerra interna silenziosa. Una guerra che non è mai esplosa apertamente, ma che oggi – dopo il terremoto populista e la crisi dell’establishment – mostra linee di demarcazione chiarissime. Non si tratta di una semplice disputa fra correnti: è una trasformazione strutturale del conservatorismo, un conflitto tra due visioni del mondo probabilmente poco compatibili.
Oggi quella guerra è arrivata a un punto di svolta. E la questione di Israele, strettamente connessa al caso Carlson summenzionato ne è la manifestazione più evidente.
Una storia sintetica di questa guerra ha tentato di raccontarla su First Things il direttore di Modern Age: A Conservative Review, Daniel McCarthy, che è anche membro del board di The American Ideas Institute, il think tank conservatore che pubblica The American Conservative, rivista fondata nel 2002 da Pat Buchanan. Cerco di seguire il suo schema per definire a grandi linee le dinamiche principali alla base del conflitto politico e ideale.
I. L’età neocon: quando l’élite decideva per tutti
Negli anni ’90 e nei primi 2000, la destra americana era plasmata da una ristretta élite neoconservatrice. Era questa élite a stabilire cosa fosse “conservatore” e cosa non lo fosse: dalle guerre all’estero al dogma del free trade, dall’euforia globalista alla visione missionaria dell’America come faro democratico planetario.
Il sostegno incondizionato a Israele era parte integrante di questo pacchetto identitario. Non un tema di discussione: un pilastro. Chiunque si scostasse, anche minimamente, veniva bollato come estremista o irresponsabile.
La base conservatrice, intanto, osservava la delocalizzazione delle industrie, la stagnazione salariale e la nascita di un’élite culturale progressista sempre più ostile ai valori tradizionali. Ma le sue preoccupazioni erano trattate come rumore di fondo.
II. La rivolta della base: la crepa si apre
La guerra in Iraq, il 2008, l’implosione della classe operaia bianca e non solo: tutto ciò smonta l’aura di infallibilità dell’establishment repubblicano.
Nascono il Tea Party, i blog ribelli, la critica al “complesso neocon”. La base inizia a capire che i suoi rappresentanti non rappresentano più nulla. E allo stesso tempo si fa strada un nuovo scetticismo: perché l’America dovrebbe sacrificare i suoi giovani, i suoi soldi e i suoi interessi strategici per progetti di ingegneria geopolitica all’estero? L’establishment non ascolta. Reagisce con fastidio e superiorità morale. Ma il vulcano è già sveglio.
III. 2016: l’eruzione – Trump come punto di rottura
L’elezione di Trump non è la causa della rottura: è il prodotto finale della tensione accumulata. Con lui, entra nella destra un blocco nuovo:
• working class;
• ispanici e afroamericani moderati;
• piccoli imprenditori e operai qualificati;
• comunità religiose che non credono più alla globalizzazione progressista.
La nuova destra parla di salari reali, industria, confini, sicurezza urbana, declino sociale. E rifiuta la vecchia retorica interventista. È in questo contesto che Israele diventa la linea del fronte della nuova guerra interna.
IV. Tucker Carlson: il tabù infranto
Per anni, criticare Israele a destra era considerato politicamente suicida. Poi arriva Tucker Carlson, che rompe il tabù: critica alcune scelte politiche israeliane, contesta l’influenza dei suoi sostenitori sulle priorità della destra americana e lo fa non da sinistra, ma da America First.
Per l’establishment, è eresia pura. Per la base populista, è semplicemente logico: “Perché l’America dovrebbe subordinare la sua strategia a quella di qualunque altro Paese?” Il caso Carlson mostra una cosa: la destra non condivide più lo stesso codice morale e geopolitico.
V. Nick Fuentes: la radicalizzazione e la paura dell’élite
Sul versante più radicale dello stesso ecosistema populista si trova Nick Fuentes, che cavalca un’ostilità apertamente dura verso Israele e verso il mondo neoconservatore. È la frangia ultra-populista, giovane, digital-native, iconoclasta. Per l’establishment, è lo spettro della dissoluzione del conservatorismo classico.
Ed è proprio qui che lo scontro diventa tridimensionale:
• l’establishment pro-Israele difende il paradigma del 1990;
• i populisti trumpiani (come Carlson) lo rinegoziano;
• gli ultra-populisti lo rovesciano.
Il risultato è una guerra a tre fronti. Il simbolo perfetto della frattura.
VI. La destra oggi: un equilibrio instabile
La verità è che il trumpismo ha già vinto la guerra culturale – ma non quella organizzativa. I governatori, i senatori di vecchia guardia, i grandi donatori: molti rimangono figli del mondo pre-2016.
La base, invece, è altrove. E quando queste due componenti si scontrano, il Gop diventa ingovernabile. Eppure, anche in questo caos, emerge un filo rosso: la nuova destra è meno ideologica e più produttivista. Vuole il reshoring (rientro in patria di attività produttive che erano state delocalizzate all’estero), salari più alti, controllo delle filiere critiche, un welfare familiare non assistenziale, meno avventure militari e più coesione interna.
È una destra che non esisteva trent’anni fa. È una destra nata dal fallimento dell’élite che pretendeva di parlare a nome di tutti.
Conclusione: la guerra trentennale non è finita — ma il fronte è cambiato
Il caso Israele, con le figure di Carlson e – in versione progressivamente più estrema – Candace Owens e Nick Fuentes, non è un incidente di percorso: è il simbolo della metamorfosi della destra americana. Mostra che il vecchio paradigma non ha più presa, che la base non accetta più dogmi imposti dall’alto e che il conservatorismo sta diventando un movimento complesso, conflittuale, ma anche sorprendentemente dinamico.
La sinistra americana è ingessata nella sua identità culturale. La destra, invece, sta cambiando pelle – anche litigando furiosamente. Da questa guerra trentennale non nascerà la destra di ieri né la destra di oggi, ma la destra che verrà. E capire Israele – il nuovo terreno di battaglia interno – significa capire come la destra americana deciderà il proprio futuro.
Interessante notare che se con Marjorie Taylor Greene, Donald Trump è andato giù con la mannaia, con Tucker Carlson ha avuto un approccio completamente diverso, difendendolo dagli attacchi provenienti dall’ala più convintamente filo-israeliana del Gop, guidata da pezzi da 90 della politica Usa, come il senatore Ted Cruz, e da vari commentatori politici, tra i quali i focosi Mark Levin e Ben Shapiro, co-fondatore della piattaforma The Daily Wire.
“Abbiamo fatto alcune grandi interviste con Tucker Carlson, ma non puoi dirgli chi intervistare”, ha dichiarato Trump ai giornalisti. “Voglio dire, se vuole intervistare Nick Fuentes – non so molto di lui, ma se vuole farlo, che lo faccia, che esca la notizia. Sai, sarà la gente a decidere. Alla fine, è la gente che deve decidere”.
Trump, del resto, si è ben guardato dal commentare le feroci critiche di Carlson a Netanyahu su Gaza. Per non parlare dell’intervento del popolare podcaster al memoriale di Charlie Kirk, allo State Farm Stadium di Glendale, Arizona, il 21 settembre scorso, quando, secondo i più, con un’abile metafora ha lasciato intendere che qualcuno in Israele avrebbe deciso di far fare a Kirk la stessa fine di Gesù duemila anni prima… Ovviamente, da quel momento in poi, dire Carlson vuol dire “il Male” in molti ambienti dentro o vicini a Washington DC e Tel Aviv.
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