Giuseppe Conte, il trasformista par excellence, oggi scopre l’arte del garantismo. Ma attenzione: non per tutti. Solo per quelli “giusti”. Solo per chi conviene. E così, con tono solenne e sguardo ispirato, annuncia che “non ci sono condizioni per chiedere un passo indietro a Matteo Ricci“, l’ex sindaco di Pesaro indagato e candidato del centrosinistra nelle Marche.
Lo dice in maniera categorica nella sede M5s di via Campo Marzio, lì dove si inneggia da anni alla “legalità” e all’“onestà” come dogmi religiosi. Ma stavolta no, niente forconi, niente vaffa. Il leader 5 Stelle ha “valutato le carte” (come un gup) e ha deciso che Ricci può restare in sella. Altro che uno vale uno: uno vale se serve.
E infatti Conte rivendica che l’onestà è un valore “fondante” del Movimento. Poi però, davanti a un candidato indagato, si atteggia a raffinato giurista e spiega che “chiedergli un passo indietro sarebbe un brutto precedente”. Certo, perché i precedenti vanno male solo quando riguardano gli altri.
Lo stesso Conte si premura di lodare Ricci per essersi fatto interrogare per cinque ore dai magistrati e per non aver “urlato contro la giustizia a orologeria”. Applausi. E ancora: “Abbiamo apprezzato che non si sia avvalso della facoltà di non rispondere, facoltà legittimamente concessa a qualsiasi indagato”. Insomma, secondo Conte basta non urlare e rispondere alle domande per essere promossi. Altri tempi, eh, quando bastava un avviso di garanzia per chiedere dimissioni a raffica, pure per un parcheggio sbagliato.
Ma attenzione, Conte ci tiene a chiarire che se dovessero emergere “fatti nuovi”, allora sì, si trarrebbero “le dovute conseguenze”. Come no. Intanto Ricci resta lì, col pieno appoggio grillino e col bollino “garantito” dal nuovo corso contiano.
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Poi, nel giro di pochi minuti, il grande equilibrista cambia copione. Stessa giornata, stesso palco mediatico. E stavolta nel mirino c’è Beppe Sala, sindaco di Milano. Qui il garantismo svanisce: “Chiediamo le dimissioni per ragioni politiche. Ha confezionato il Far West edilizio”. Nessun reato, ma vai col linciaggio. Qui il garantismo non serve, qui vale la ghigliottina mediatica. E che dire dei continui attacchi a Santanché o al sottosegretario Delmastro? Colpevoli finché non si dimostrano innocenti. Con loro nessuna valutazione delle “carte”, nessun “lasciamo lavorare la magistratura”. Solo fuoco a volontà.
Conte ammette che tra i suoi c’è un po’ di “inquietudine”, specie nel vedere quanto il Movimento si stia piegando agli inciuci col Pd, lo stesso partito che per anni è stato il nemico da abbattere, quello di Bibbiano. E ora invece, eccolo lì, in silenzio di fronte a indagini e scandali. Si resta nella coalizione, con una spruzzata di garantismo prêt-à-porter e una richiesta un po’ comica: “Un protocollo sulla legalità”. Roba da manuale di ipocrisia.
E se qualcuno si azzarda a dire che la candidatura di Ricci puzza, Conte reagisce da offeso: “Se ci fosse un collegamento con la candidatura di Fico in Campania, allora sarei un buffone”. Nessun collegamento, giura lui. Ma il sospetto resta. Sulla Toscana poi apre al dialogo con Eugenio Giani, ma con cautela: “È in corso una valutazione”. Tradotto: vediamo se ci conviene o no. Perché qui non conta se sei indagato, ma se puoi portare voti. Il Movimento, ci spiegano, “deciderà dai territori”. Così la colpa, eventualmente, è degli altri.
Insomma, risposte diverse a seconda delle convenienze del partito e dell’ammucchiata giallorossa. Ma la svolta su Ricci rischia di tracciare un solco: d’ora in poi sarà complicato mascherare l’incoerenza. Anche se obiettivamente questa non è mai stata la priorità di Giuseppi: la contraddittorietà è l’elemento centrale della linea politica del giurista pentastellato, giustizialista a targhe alterne.
Franco Lodige, 31 luglio 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


