
C’è qualcosa di indiscutibilmente stuzzicante in questa storia. La censura che si abbatte proprio su quelli che, fino all’altro ieri, censuravano gli altri. Siamo a Torino. Questa volta la ghigliottina cala sulla conferenza “Democrazia in tempo di guerra”, un titolo che già da solo basterebbe ad attirare le solite polemiche, ma la cosa buffa è che tra i censurati compare nientemeno che Alessandro Barbero. Sì, proprio lui, il professore di storia diventato star pop, coccolato dagli editori e invocato dalle platee come se fosse un guru della verità civile.
Ma il punto non è Barbero in sé. È il contrappasso. È vedere uno di quelli che qualche giorno fa firmava senza esitazione un appello contro la presenza di “Passaggio al Bosco” alla fiera “Più libri più liberi” — perché si sa, la libertà di espressione vale sempre, tranne quando parlano gli altri — ritrovarsi oggi dall’altra parte della barricata. Da censore a censurato, nel giro di un battito di ciglia. E vien quasi da pensare: caro professore, così si impara. Non perché qualcuno debba essere imbavagliato, sia chiaro, ma perché quando si gioca con il fuoco moralista, alla fine ci si scotta tutti.
L’Oratorio Salesiano San Francesco di Sales, con un comunicato infiocchettato, ha provato a dire che non è questione di contenuti. Figurarsi. È solo un problema di “missione educativa”, di “modalità organizzative e comunicative coerenti”: da qui lo stop allo svolgimento nel Teatro Grande Valdocco di Torino della conferenza “Democrazia in tempo di guerra”, prevista per il 9 dicembre. Il solito linguaggio con cui si maschera una decisione politica, presa perché il clima è quello che è e nessuno ha più voglia di prendersi una polemica in casa. Il risultato, però, è identico: l’evento salta e a saltare è anche un pezzetto di quella libertà di discussione che tutti dicono di difendere, ma che nessuno sembra avere il coraggio di praticare davvero.
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Nel frattempo Luciano Canfora sbotta parlando di “volgarità”, e per una volta non gli si può dar torto. Non serve essere d’accordo con Canfora, D’Orsi o Rovelli per capire che silenziare un dibattito è sempre un pessimo affare. Valeva per i libri bruciati sotto Tiberio, vale per i convegni annullati a Torino. La storia fa il suo giro e ci ricorda puntualmente che la censura è, prima di tutto, stupida.
E allora eccoci qui, con Barbero che oggi assaggia la medicina che ieri ha distribuito con una certa leggerezza. Non è una vendetta, è una lezione. La libertà non è un badge che ci si appuntano addosso gli “illuminati”. È un principio che funziona solo se vale per tutti, anche per quelli che non ci piacciono, anche per gli editori scomodi, anche per le idee che detestiamo. L’alternativa è questo teatrino triste, dove perfino un oratorio salesiano diventa un piccolo ministero della verità e dove i paladini dell’anti-censura finiscono sotto la stessa mannaia che hanno applaudito quando cadeva sugli altri.
Forse sarebbe ora che Barbero e compagni si accorgessero che la libertà non è un’arma selettiva. Perché quando si comincia a firmare liste di proscrizione “per il bene comune”, prima o poi il boomerang torna indietro. E colpisce. Sempre.
Franco Lodige, 7 dicembre 2025
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