
Negli ultimi giorni, in molti sostengono che l’Italia dovrebbe negare l’utilizzo delle basi militari presenti sul suo territorio agli Stati Uniti. La proposta, seppur comprensibile sul piano emotivo, non tiene conto di una realtà storica, giuridica e geopolitica consolidata: le basi statunitensi in Italia non sono un privilegio negoziabile, ma un elemento strutturale dell’alleanza transatlantica in cui Roma è impegnata fin dal dopoguerra.
Chi afferma il contrario lo fa per mere ragioni elettorali o semplicemente perché ignora sia la storia del nostro Paese sia gli impegni internazionali assunti nel secondo dopoguerra, in particolare quelli derivanti dall’adesione alla NATO e dagli accordi bilaterali con gli Stati Uniti.
È vero, il rischio di subire attacchi o ritorsioni non è nullo: nessuna politica di difesa può garantire la sicurezza totale, ivi compresa quella assicurata dall’alleanza atlantica.
Ma questo non significa che l’unica soluzione sia la revoca immediata delle basi. Al contrario, rinunciarvi significherebbe isolare l’Italia in un contesto internazionale complesso, riducendo la sua capacità di influenza politica e militare e compromettendo i rapporti strategici con la NATO, senza contare che il nostro Paese non dispone di un’organizzazione militare sufficientemente autonoma per garantire da sola la sicurezza nazionale o esercitare un’efficace deterrenza.
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La sfida non è dunque negare la presenza americana, ma gestirla con equilibrio, riducendo le tensioni attraverso una politica estera attiva e pragmatica. In questo senso, il modello della Prima Repubblica resta illuminante.
In quegli anni, l’Italia ha saputo coniugare la fedeltà all’alleanza atlantica con relazioni profonde e costruttive con il mondo arabo, garantendo sicurezza energetica e stabilità nel Mediterraneo.
Oggi, in una fase di forte instabilità internazionale e di crescenti tensioni nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, l’Italia si trova nuovamente al centro di un crocevia strategico. La sua posizione geografica e il ruolo storico nel Mediterraneo la rendono interlocutore naturale tra Europa, Africa e Asia, con la possibilità di influenzare equilibri politici, commerciali ed energetici.
In questo contesto, la strada più efficace da seguire sarebbe un approccio che unisca il tradizionale atlantismo con una rinnovata politica filoaraba, ispirata alla memoria della Prima Repubblica e capace di costruire ponti di dialogo e cooperazione con il mondo arabo.
Una postura estera “atlantista ma filoaraba” consentirebbe all’Italia di preservare la sicurezza nazionale e la deterrenza garantita dagli alleati, sviluppare relazioni economiche e diplomatiche con i Paesi arabi, ridurre i rischi di tensioni regionali attraverso dialogo e mediazione, e affermarsi come ponte credibile tra Occidente e Mediterraneo, accreditandosi come attore strategico in un’area cruciale per l’economia e la stabilità globale.
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In altre parole, l’Italia non può permettersi di revocare l’uso delle basi agli alleati, ma può e deve usare la propria collocazione geografica e diplomatica per diventare ponte tra il mondo occidentale e il Mediterraneo arabo, rafforzando la propria autonomia strategica senza sacrificare la sicurezza.
Il rischio zero non esiste, ma una politica estera intelligente e bilanciata può ridurre notevolmente l’esposizione e garantire un ruolo attivo e strategico del nostro Paese sulla scena internazionale. Prima Repubblica docet
Salvatore di Bartolo, 5 marzo 2026
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