Caffè avvelenato

Belfast a fuoco perché le vite dei bianchi contano

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Rivolta Belfast
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Qui al bar, per indole, non amiamo i disordini. Sia che la responsabilità del casino sia in capo ai collettivi o ai pro Pal, sia che scaturisca da più o meno spontanee proteste anti migranti, che uniscono, a una legittima esasperazione, un ingiustificabile retropensiero (manco tanto retro) razzista, per non parlare degli attacchi criminali diretti contro proprietà e forze dell’ordine. Un conto è la politica, un conto è il teppismo. Però – tutto quello che viene prima di un “però” di solito non conta, ma noi ci teniamo a sottolineare che invece per noi conta – le rivolte di ieri in Irlanda del Nord non sono state un fulmine a ciel sereno.

Nel Regno Unito, quello dell’immigrazione fuori controllo è un problema molto sentito e troppo a lungo soffocato dalla censura ufficiale del regime progressista. Non ci scordiamo che i maroni dei britannici e dei nordirlandesi sono stati messi a durissima prova negli anni: l’Inghilterra è pur sempre il Paese dove, per molto tempo, sono stati occultati i casi di abusi sui minori perpetrati dalle gang di pakistani. Anche quando il superprocuratore incaricato di indirizzare le priorità della pubblica accusa era proprio Keir Starmer, ora premier (decotto), all’epoca nominato ovviamente in quota laburista. Adesso c’è l’ennesimo rifugiato che tenta di ammazzare un uomo e la rabbia esplode. Con manifestazioni parossistiche e biasimevoli, sì. Ma per quanto altro tempo i governi tacco e punta pensano di cavarsela stracciandosi le vesti per l’insurrezione dei suprematisti?

La gente non è incazzata perché è razzista; sta diventando razzista perché l’hanno fatta incazzare troppo. Sulla pelle dei sudditi di Sua Maestà brucia ancora la ferita lasciata dalla vicenda di Henry Nowak: 18 anni, ucciso col pugnale rituale da un sikh che, lì per lì, era riuscito a turlupinare una polizia rincoglionita dai corsi sulla “diversity”. Gli agenti, anziché arrestare lui, hanno ammanettato la vittima perché era bianca e quindi sospetta di aggressione a sfondo razziale. Prima di morire, Nowak ha pronunciato le stesse parole di George Floyd: “Non riesco a respirare”. Lui, però, non era nero. E non era un delinquente. Nessun vip si inginocchia (tranne Miguel Bosé). Black lives matter mise a ferro e fuoco le città e sembrava che persino lo squadrismo fosse sacrosanto, in quanto antirazzista. Adesso chi ha il coraggio di prendersela con quelli che non ne possono più di rifugiati che sbroccano e accoltellano i passanti? Anche le vite dei bianchi contano.

Il Barista, 10 giugno 2026

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