C’è un curioso principio che governa Milano sotto l’amministrazione Sala: tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri. E il Leoncavallo, inutile girarci intorno, continua a essere il caso di scuola. Non un semplice soggetto cittadino tra i tanti, non un’associazione che partecipa a bandi come chiunque altro, ma una realtà che viene ricevuta a Palazzo Marino, ascoltata, accompagnata, consigliata, quasi coccolata.
Il sindaco lo racconta con naturalezza durante l’incontro natalizio con i giornalisti: “Ho ricevuto una delegazione del Leoncavallo”. Punto. Nessuna sorpresa, nessun imbarazzo. È la normalità milanese: mentre commercianti, residenti, piccoli imprenditori bussano invano a porte spesso chiuse, il centro sociale ha accesso diretto al primo cittadino. E non per una formalità, ma per discutere “le varie prospettive”. Tradotto: come garantire un futuro al Leoncavallo.
Certo, formalmente parteciperà anche al bando per l’area di via San Dionigi. Ma qui arriva il dettaglio rivelatore: il sindaco si dice “totalmente d’accordo” sul fatto che la sede più adatta resti via Watteau. Totale accordo. Con chi? Con un soggetto che dovrebbe essere uno dei tanti interlocutori, non il destinatario di un’investitura politica. E invece Sala non si limita a fare l’arbitro: entra in campo, prende posizione, indica la soluzione migliore.
Non basta. Il Comune – dice il sindaco – non può metterci risorse proprie. E meno male, verrebbe da dire. Ma subito dopo ecco l’opera di accompagnamento: dialogo con la proprietà privata, suggerimenti su perizie, piani di finanziamento, banche “di primaria importanza” da coinvolgere. Una consulenza gratuita che qualunque cittadino milanese sogna invano quando deve affrontare un mutuo, una ristrutturazione, un cambio di destinazione d’uso.
Il messaggio politico è chiarissimo: per il Leoncavallo non sembra valere la fredda distanza dell’ente pubblico, ma un’attenzione speciale, quasi un patrocinio morale. L’obiettivo dichiarato è “trasformare un bene di proprietà privata in uno spazio pubblico”. Formula elegante, suadente, ma che nasconde una domanda semplice: perché questo zelo non lo vediamo per altri spazi, altre realtà culturali, altri progetti che non godono dello stesso pedigree ideologico?
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E poi c’è il mantra della “non deflagrazione dei conflitti”. Parole che suonano come una giustificazione preventiva: meglio trattare, meglio mediare, meglio evitare scelte nette. Peccato che governare una città significhi anche assumersi la responsabilità di dire dei no, di applicare criteri uguali per tutti, di non piegare l’azione pubblica al timore di reazioni sgradite.
Alla fine, Sala ci regala l’ennesima prova di una sinistra amministrativa che predica regole ma pratica eccezioni, che parla di equità ma riserva corsie preferenziali a chi ritiene “storico”, “simbolico”, “meritevole”. Il Leoncavallo non è solo un luogo: è un totem. E i totem, a Milano, si maneggiano con cura. Molta più cura di quella riservata ai cittadini normali.
Franco Lodige, 24 dicembre 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


