Votare sempre, cambiare mai. Alle urne in Campania, Puglia e Veneto. Domani, come sempre, tra percentuali, forbici e tabelle, avranno vinto tutti. In un modo o nell’altro. Al Bel Paese del buonismo «un tanto al chilo», raccontato nell’ultimo libro di Nicola Porro, non piacciono le trasformazioni. Sempre così: amministrative, politiche, europee, referendum. L’Italia è un Paese a elezione permanente, senza nessuna voglia di accorparle e privo di intenzione di vero cambiamento. È un rito di distrazione di massa con inutili risse continue tra partiti e candidati in qualche talk di prima serata. Così come nei tour elettorali la politica seguita a recitare come una compagnia di giro: stesso copione, stessi volti, stessa fiducia nel fatto che l’elettore prosegua – come nella favola di Andersen – a fingere che l’imperatore sia elegantissimo.
La tournée si ripete: Giorgia Meloni, «sovranista regnante»; Eddy Schlein, «miliziana dei diritti»; Giuseppe Conte, con la sua «fuffa redenta»; Matteo Salvini con i suoi «selfie infiniti»; Antonio Tajani, custode della «moderazione eterna». Ognuno con il proprio costume programmatico, convinto che la stoffa sia pregiata e che nessuno osi notare ciò che è ovvio: sono nudi. È nudo il Paese. In questa commedia senza sipario, tra terrazze e inciuci, arriva il caso Francesco Saverio Garofani: uno scivolone che sfiora re Sergio e tenta invano di colpire «Queen Giorgia», mentre dai vertici militari si chiede con insistenza la testa del consigliere del presidente della Repubblica. Garofani è il primo civile a ricoprire la carica di Segretario del Consiglio supremo di difesa. Il suo predecessore è stato, dal 2015 al 2022, il mitico generale Rolando Mosca Moschini, il quale chiese – ed ottenne – di continuare ad indossare l’uniforme nonostante non fosse più in servizio.
Roba d’altri tempi… I militari ora spingono affinché in quel delicato ruolo torni un segretario in uniforme, non un ex politico schierato, per di più chiacchierone e, come se non bastasse, pure romanista! Il confronto con un altro presidente della Repubblica è inevitabile. Nel 1980 Sandro Pertini, da Madrid, in una vicenda molto simile che coinvolgeva il premier del tempo, Francesco Cossiga, tagliò corto e licenziò su due piedi Antonio Ghirelli; Mattarella, invece, medita. Due presidenti, due mondi: il colpo secco e il passo misurato. In questo clima di benevolenza, Nicola Porro – tornato in libreria con L’Inferno è pieno di buone intenzioni – compie l’unico gesto utile: mostra i danni del buonismo. Non un pamphlet, ma un antidoto. Un manuale godibilissimo di autodifesa intellettuale contro quella sedazione morale che ha trasformato il Bel Paese in una sala d’attesa dell’anima: tutti prossimi alla virtù, pochissimi alla realtà.
Gli episodi che racconta sono spesso minuscoli e rivelatori. Microstorie che, amplificate dai social, diventano cori di assurdità. Le racchette cadute dalla bici trasformate in potenziale reato anziché in cortesia. Un gesto normale che diventa fascicolo. La liturgia dell’Esg ripetuta come un mantra da manager più ossessionati dalla percezione di sé stessi che dai risultati. E poi arriva la «cancel culture»: statue abbattute, memorie imbrattate e crociate digitali in cui perfino il bacio di Biancaneve diventa «non consensuale». E ancora una burocrazia che non vieta: educa. Con quella pazienza feroce del funzionario che non ti dice cosa fare, ma come sentirti. Quando Porro allarga l’inquadratura, il quadro si fa inquietante. E tutte queste vicende (tutte vere) non sono episodi sporadici, ma tessere dello stesso puzzle. Una società dove la morale pubblica mainstream sostituisce il buon senso. Il crescendo sfiora la comicità, se non fosse tragico.
L’HR delle aziende che vieta complimenti «non misurabili». Il dipendente accusato di «aggressività culturale» per aver regalato una bottiglia di vino. L’insegnante richiamata perché ricorda allo studente che «il mondo non è sempre gentile». Lesa «positività sostenibile». È un’Italia dove conta più la postura della sostanza, più il gesto rituale del risultato. L’apoteosi è raggiunta con le «buone pratiche obbligatorie»: si blocca un’impresa per un centimetro di modulistica, ma si premia chi organizza l’ennesimo laboratorio di empatia. Non è satira: è ormai prassi. Porro fa bene a radiografare tutto ciò. Serve una diagnosi spietata per capire che la ragionevolezza è stata sostituita dall’emotività, la responsabilità dall’accondiscendenza. L’Italia è diventata uno storytelling: dall’ottimismo contabile del fu ministro Patuanelli («Il Superbonus si ripaga da solo») al celebre «Abbiamo abolito la povertà». Ma è nel capitolo sul fisco che il conduttore di Quarta Repubblica colpisce più duro.
In un Paese dove il 43,15% dei cittadini non dichiara alcun reddito, pone una domanda semplice: «Si può vivere con un fisco tra i più cari d’Occidente e perfino difficile da pagare, anche volendo?». Domanda retorica, risposta scontata: sì, se il cittadino è trattato da suddito. L’episodio dell’avviso di accertamento arrivato dopo la scadenza – telefoni muti, Pec ignorate, Covid usato come alibi dopo tre anni – è il paradigma. Uffici che pretendono obbedienza ad adempimenti impossibili, scaricando responsabilità con nonchalance. È il potere senza volto: non reprime, logora; non punisce, sfianca; non vieta, respinge lentamente ogni istanza. La lezione non è una morale, ma un’evidenza: in un Paese dove tutti recitano, la libertà non è scenografia. O la difendi, o evapora. E mentre la compagnia di giro ci ha propinato l’ennesimo copione elettorale, il libro di Porro solleva il velo, mostrando la verità. E ci ricorda ciò che troppi fingono di non vedere: il re è nudo. E, purtroppo, anche l’Italia non è ancora coperta bene.
Luigi Bisignani per Il Tempo 23 novembre 2025
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