
Non sapevamo che il premio Strega, questa liturgia di piddini raccomandati, fosse assurto al crisma dell’irrinunciabilità come un invito del presidente piddino della Repubblica. Non sapevamo che disertare questa farsa di scrittori mediocri, ma di servizio, nominati per meriti propagandistici, a prescindere anzi in dispregio di qualsiasi ombra di talento, destasse indignazione come quando si manca a un raduno fascista del federale Serra per l’Europa di Ventotene. Giuli, il ministro della Cultura, non ci va, e allora? Davvero sono tutti lì a rotolarsi in terra, a stracciarsi le vesti? Ma se neanche ce lo volevano, se mandano i loro siti di servizio a prenderlo in giro ogni volta che apre bocca!
Poi lui, il Giuli, potrà anche eccedere nelle supercazzole esoteriche, potrà scadere nel meschino rinfacciando ai giurati di non avergli mandato i libri in lizza (ne è scaturito un siparietto mortificante tra lui e la Fondazione Bellonci che manda i volumi), potrà dire che ha altro da fare, ma insomma lo scandalo dove sta? A noi sembra perfettamente logico che uno eviti di andare dove è compatito e preso per i fondelli così come ci sembra del tutto normale snobbare una rassegna privata che da tempo non significa più niente, che da simbolo di potere culturale è involuta in potere residuo fine a se stesso, stante il livello imbarazzante dei candidati anno dopo anno, sempre quelli e sempre più improponibili.
Se uno scrive un buon libro, in bello stile, con un intreccio decente, allo Strega non passa di sicuro: è la versione cartacea dei film con cui il Pd saccheggia le casse pubbliche, roba da frigorifero pariolino, da famiglia consapevole penosa, i figli a stordirsi senza uscire dalla camera, i genitori persi nei loro fallimenti e tradimenti narcisistici e vittimisti. È un esorcismo: ma come, noi siamo quelli giusti, che sanno vivere, che hanno capito tutto e allora come mai le nostre sono vite di merda, come mai ci facciamo schifo pure tra noi? E che altro possiamo fare, allora, se non raccontare e raccontarci la pena che siamo, in quell’eterno riciclo da Grande Bellezza che sarebbe come dire, sì, non siamo granché, anzi facciamo decisamente ribrezzo, ma ci piacciamo uguale perché siamo di sinistra, sappiamo vivere e abbiamo anche discreti capitali.
Lo Strega è puro gramscismo d’accatto e la sinistra strepita alla diserzione del Giuli di turno per la semplicissima ragione che se ne sente snobbata, diminuita nella sua autorevolezza di pezza; e questa, a pensarci bene, è l’unica cosa che la destra può fare, rimettere a posto certe spocchie, certe pretese in un arcipelago post comunista che resta comunque egemone, che non si comporta legittimamente da opposizione politica, culturale ma sempre come blocco di potere che pretende di mettere in perenne stato d’accusa un regime che considera abusivo non facendone parte. Non sapevamo che lo Strega, questa fiera pseudoletteraria, questa sega per ossessionati di M (Mussolini o Meloni, fate voi), questo circolino di potere per propagandisti senza talento che sembrano usciti dai loro romanzetti, e difatti sono scrittori ombelicali, se la fanno addosso, la prosa sgangherata, militante, fosse una delle istituzioni nazionali cui piegarsi con pompe & circostanze, e magari pure il volo delle Frecce Tricolori.
Ma chi l’ha mai detto? Ma dove sta scritto? Come cantava Edoardo Bennato. “Amici della domenica” e amici del giaguaro nel segno dell’amichettismo di sinistra, ma che ce ne dovrebbe fregare a tutti noi? Continuassero a leggersi, a premiarsi tra di loro, a cantarsela e suonarsela credendosi nuovi partigiani. I premi letterari, di sinistra per definizione, per retaggio, sono la continuazione con altri mezzi delle chat antifà, di tutta quella ossessione ideologica, che poi è lucrativa, utile a mantenere le rendite di posizione. L’indotto, fatto di ospitate, di ingaggi, possibilmente di carrierine politiche. Quest’anno il favorito è tale Andrea Bajani, uno con tutte le carte in regola, eterno giovane, impegnato, molto Einaudi e Feltrinelli, molto Repubblica, molto sponsor d’area come Emanuele Carrére, molto romanzo da frigorifero, molto famiglia problematica (e che due palle, e chi se ne frega), molto “è colpa della società”, questa società capitalistica, questo governo delle destre. Per dire l’eterno lamento della sinistra privilegiata che incassa le rendite di posizione e scarica i costi sul contesto, roba trangugiata le millanta volte.
A uno così bisogna baciare la pantofola? Ma diciamo quello che va detto e cioè che simili mestieranti condominiali hanno rinunciato a qualsiasi pretesa letteraria, per dire di rappresentazione generale, di universalità; della realtà si limitano a raccontare, drammatizzandola, stravolgendola, una esigua parte, quella che conoscono bene perché ne fanno parte, con una produzione eccessiva quanto inutile, ripetitiva. In questa claustrofobia non c’è nessun colpo d’ala, solo l’eterno canto del cigno rosso, piagnucoloso e vanitoso. E allora se lo tenessero. L’anno prossimo per lo Strega candidassero direttamente le Elly Schlein e le Ilaler Salis, gente che con l’intero apparato propagandistico del partito a disposizione non vende una copia. Tanto scrivono narrazioni pure loro. E invitassero Fedez e Chiara Ferragni, qualche pro Hamas, qualche teorico della famiglia generizzata e atomizzata, così si sentono a casa e non rompono oltre le balle.
Max Del Papa, 3 luglio 2025
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