Quando l’Università Bicocca cancellò nel marzo 2022 il corso su Dostoevskij “per evitare ogni forma di polemica,” molti liquidarono l’episodio come eccesso isolato. La decisione di luglio 2025 della Reggia di Caserta di annullare il concerto di Valery Gergiev per “timori di ordine pubblico” conferma invece che l’Italia ha importato completamente gli eccessi della cancel culture americana fuori tempo massimo.
L’ironia è straordinaria: tre anni fa è stato rimosso un corso universitario su di un autore “condannato a morte nel 1849 per aver letto qualcosa di proibito” usando la stessa logica censoria che un tempo lo opprimeva. Come osservò il professor Paolo Nori al tempo delle polemiche: “Non solo essere un russo vivente è una colpa oggi in Italia, ma lo è anche essere morto.” Dostoevskij, arrestato per aver partecipato al circolo Petraševskij e mandato ai lavori forzati in Siberia, aveva creato con Delitto e Castigo e I Fratelli Karamazov alcune delle più profonde meditazioni sulla libertà mai scritte. Cancellarlo nel nome della correttezza politica significa applicare lo stesso spirito censorio zarista.
Il recente caso Gergiev, poi, è ancora più rivelatore. Vincenzo De Luca aveva inizialmente difeso l’invito con argomentazioni mature: “Non intendiamo accettare logiche di preclusione perché questo non aiuta la pace.” Parole che richiamavano la tradizione europea, consolidata fino a pochi anni fa, di mantenere il dialogo culturale anche durante le tensioni politiche.
Durante la Guerra Fredda La Scala stessa continuò a ospitare artisti sovietici. Questa capacità di separare arte da politica distingueva le democrazie liberali dai regimi totalitari. Ma di fronte alle pressioni organizzate — tra cui la lettera di Yulia Navalnaya che definiva Gergiev “ambasciatore culturale” di Putin — le istituzioni campane hanno rapidamente capitolato.
La giustificazione circa “timori di ordine pubblico” stabilisce un precedente pericoloso: qualsiasi gruppo disposto a minacciare disordini può ora controllare la programmazione culturale italiana. È l’antitesi del principio democratico, che dovrebbe proteggere la libertà culturale dalle pressioni delle fazioni.
Adottando cancel culture di importazione, abbandoniamo uno dei nostri migliori vantaggi competitivi: la capacità di mantenere il dialogo culturale anche durante i conflitti. Questa tradizione era soft power prezioso che rendeva l’Occidente attraente per gli intellettuali del blocco sovietico, oltreché per la sua stessa dissidenza.
Rinunciandovi, l’Europa e l’Italia in particolare perdono uno strumento diplomatico cruciale. In un mondo che si avvia verso il multipolarismo, dove Stati Uniti e Cina competono per l’influenza globale, l’Europa potrebbe distinguersi offrendo un modello diverso. Invece, scegliendo l’allineamento acritico ai più deteriori modelli americani, rischia di diventare una semplice appendice culturale di quel che rimane del volto più ferocemente progressista degli Stati Uniti. L’Italia è chiamata a mantenere la capacità di distinguere tra regime politico e produzione culturale. Tutto il resto non è altro che “notte in cui tutte le vacche sono nere”. In poche parole, risentimento woke mascherato da finezza strategica.
I casi di Dostoevskij e Gergiev segnalano l’abbandono di principi “spirituali” che avevano richiesto secoli per svilupparsi. Se in Italia non si difenderà il principio per cui l’arte trascende la politica, potrebbe allora finire col sacrificare la propria autorità culturale in favore di un conformismo temporaneo destinato a sgretolarsi al primo attrito con la storia.
La vera sfida non è opporsi a presunte ingerenze straniere, autentico materiale per paranoici, ma resistere alla tentazione di diventare una copia sbiadita dell’America progressista proprio nel momento in cui la stessa cattedrale statunitense del pensiero politicamente corretto sta crollando su se stessa.
Michele Ferretti, 26 luglio 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


