Giustizia

Cari sinistroidi che usate Gaber: ma siete sicuri di averlo capito?

Quando Enzo Tortora smontava il mito del Signor G accusandolo di populismo e conformismo culturale

Piccoli opportunisti, necrofori da strapazzo che da 23 anni campano sul mito di Giorgio Gaber, a sinistra ma purtroppo anche a destra dove resta largamente frainteso: la solita sudditanza culturale, subculturale verso un sistema pubblicitario che impone i suoi Faber e Gaber come testi sacri da infilare nelle scuole, nei libri di testo quando trattavasi di autori prodighi di qualunquismi, di incoerenze, di suggestioni da liceali (parola di Lucio Battisti, uno che non le mandava a dire e aveva tutte le carte in regola per poterselo permettere).

Della stagione con Luporini, del teatro canzone, di Gaber si salva poco, non si contano i sussiegosi tirar via, le retoriche strampalate, “libertà è partecipazione” quando volendo è l’opposto, sono libero se resto libero anche di prescindere, di fottermene, ma c’era da cavalcare il populismo partecipativo, militante fingendo – Io se fossi Dio – di dare addosso a tutti. Ma, come si dice, de gustibus…

Certo però che non si possono sentire certi strafalcioni, passi qualche becchino spelacchiato, ma chi sa di storia recente ricorda scontri anche storici, per esempio con protagonista Enzo Tortora che certa propaganda falsa o delirante vorrebbe ascrivere al fronte del “NO” con l’argomento ignobile per cui alla fine tutto si sistemava, Tortora poteva riprendersi la sua dignità e la sua integrità. Come no, da malato terminale, in extremis, “dove eravamo rimasti?”, e resta quella sua ultima intervista, straziante, angosciante, da Giuliano Ferrara, lui senza più fiato che polemizzava coi suoi giudici carnefici. E vorrebbero dire che avrebbe votato per lo status quo che lo aveva distrutto?

Tortora, carne da macelleria giudiziaria più che vittima, più che innocente, era “liberale perché ho studiato, radicale perché ho capito” e, nella sua prima fase, quella liberale, non aveva paura di prendersela (anche) coi populismi gaberiani: ne parlo oggi anche perché è tornato il libro, imprescindibile, di Vittorio Pezzuto, ripubblicato per Piemme (ne ha parlato di recente Nicola Porro), nel quale si trova narrata per filo e per segno una polemica che vale la pena di recuperare qui: quando Giorgio Gaber inizia a cantare che “I borghesi son tutti dei porci. Più sono grassi, più sono lerci. Più sono lerci più ci hanno i milioni. I borghesi son tutti…”, Tortora lo mette alla berlina senza tanti complimenti definendolo: “Un abile fiutatore di climi, di accadimenti, di umori.

Qualcuno deve avergli detto che era forse il caso, per motivi di cassetta, di lasciare il Cerruti Gino per Marcuse, di barattare la “torpedo blu” e “i treni a gogò” con le atmosfere, assai più redditizie, della conflittualità permanente o delle rivendicazioni operaie. Chiediamo scusa agli operai, naturalmente: essere citati in uno spettacolo di porno canzonette sociologiche è mortificante.

Comunque, il signor Gaber, chitarra in spalla, si dedica da tempo a quel tipo di “arte provocatoria” (i suoi esegeti la definiscono così) che poi non è altro che vuoto terrorismo. L’importante è offendere, sputare, menar fendenti a tutti: borghesia, Stato, istituzioni, fede, questura, e più i bersagli sono grossi più gli insulti devono essere sanguinosi, irripetibili. Tali da épater le bourgeois in omaggio alle orme del più vieto provincialismo, all’etica delle mezze calzette del “progressismo”.

Ma sarebbe sbagliato prendere sul serio i canzonettari italiani. Sono, non a caso, i peggiori del mondo. Il signor Gaber sta attraversando un momento intellettualmente allarmante. Qualcuno deve avergli detto (e il guaio è che lui ci ha creduto) di essere un Prévert, un George Brassens, magari un poeta. Sarà opportuno ricordare, ai nostri canzonettari (una specie di armata Brancaleone dell’inganno) che, girato l’angolo di questo incredibile Paese che per farsi sputare in faccia li paga ancora a un milione e mezzo a serata, nessuno proprio li conosce. Per loro, tutto va bene: ecologia, Marx, cibi sofisticati, Dio, Vietnam. Si servono della parola “Vietnam” solo per far rima con gnam-gnam, ecco la verità.

Insomma, cantando il signor Gaber non fa, tutto sommato, come il Narciso della favola, che rispecchiare, gigioneggiando, se stesso. Non c’è più avido collezionista di lire, nel mondo delle sette note, di questo “eroico” aedo che profetizza la fine della società usuraia ed ingiusta. Non c’è più pavido, “disimpegnato” personaggio, sul piano delle scelte personali, di questo “imbottigliatore di socialismi” che poi smercia e vende su microsolco con grossissimi margini di profitto. La teoria del plusvalore non deve valere per questi “lavoratori” notturni che aprono la bocca solo sessanta minuti in una balera, per l’importo che nessun operaio riuscirà mai a totalizzare in quattro o cinque mesi di lavoro; I borghesi son tutti dei porci: più sono grassi e più sono lerci”. Ci creda, il signor Gaber: anche i magri e gli allampanati rientrano pur sempre nella categoria”.

Leggi anche: 

La grandezza di un giornalista, un autore, un polemista si misura dal coraggio suicida (Tortora avrebbe pagato, nel conto dell’infamia, anche certe prese di posizione: fosse stato della sinistra allineata mai i giudici lo avrebbero toccato)  e la perennità sta in misura di atemporalità, si è tanto più attuali quanto più distanti dal presente. Questo passaggio risale al remoto 1970 ma alzi la mano chi non lo adotterebbe naturalmente, quasi fisiologicamente oggi stesso, tante epoche, tanti mondi dopo, all’indirizzo della pletora di guitti, istrioni, cantanti di servizio, firmaioli, appellanti e desideranti in questo caso per il “no”, un no del quale sconoscono tutto, un no per cui semplicemente si allineano come cani di Pavlov della propaganda.

E c’è un’altra cosa: oggi si perdonano le carogne melliflue e si condannano quelli schietti, dalla parola acuminata: che ve ne pare di questo Enzo Tortora che non fa prigionieri, che sbatte in faccia la sua verità in faccia agli ipocriti, e più sono altolocati più sono ipocriti e più meritano lo schiaffo di parole? Lui aveva capito una cosa fondamentale, che in altera parte ancora purtroppo si fa fatica a maturare: i retori e i farisei di sinistra non meritano nessuna soggezione e nessun rispetto intellettuale.

Siete ancora convinti, cari propalatori, che uno come Enzo Tortora avrebbe votato come dite voi, e come dice il Gifuni che, evidentemente senza capirci granché, l’ha appena interpretato?

Max Del Papa, 13 marzo 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Lo sapevi che...

Da oggi puoi seguire Nicolaporro.it su Google visitando questa pagina e cliccando ‘Segui su Google

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it
L'inferno è pieno di buone intenzioni

SEDUTE SATIRICHE

La Rai chiama - Vignetta del 13/05/2026 - Sedute Satiriche di Beppe Fantin

La Rai chiama

Vignetta del 13/05/2026