Cultura, tv e spettacoli

Caro Bisio, ora basta con la retorica antipolizia da ex sessantottino

Dal set televisivo alla piazza, il confine sottile tra immagine pubblica e privata

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Di imminente uscita la nuova serie televisiva “Uno sbirro in Appennino” con Claudio Bisio che, nelle vesti di un commissario guascone, intervistato dal Corriere della Sera, puntualizza: “…ma non amo le divise“. Prosegue specificando: “Sono un figlio degli anni ’70, da studente facevo le occupazioni del liceo, quindi non ho mai amato le divise”. Ma sente il bisogno di aggiungere: “Nutro assoluto rispetto nei riguardi delle forze dell’ordine”. Meno male. Un vero sollievo.

Ma davvero, Bisio, cosa vuol dire “non amo le divise”? Esattamente cosa intendi? Se vieni aggredito, se sfondano la porta di casa tua, cosa fai, chiami Glovo? In che modo la tua vita incrocia oggi, o può incrociare, quella delle divise? Forse c’entra la tua partecipazione a manifestazioni come quella del 6 settembre 2025 contro la chiusura del centro sociale Leoncavallo? Può sembrare un contrappasso forzato. Vestire i panni di un commissario di polizia, pagato dalla Rai, e difendere l’illegalità di un centro sociale è davvero singolare. Ma nessuno ti obbliga: né a manifestare, né a interpretare uno sbirro. Ma lui stesso chiarisce. Excusatio non petita…

“Non amo le divise” parrebbe una frase identitaria e, nel nome della chiarezza, può essere legittimo chiedersi quale sia l’identità di chi lo afferma. Può essere tante cose: nostalgia ideologica, consonanza adolescenziale mai metabolizzata, o un inchino verso un pubblico che si presume “contestatore”. Potrebbe essere tutte queste cose. Oppure un riflesso culturale che in Italia conosciamo molto bene: quel modo di posizionarsi che sembra ammiccare a chi, nelle piazze, vede negli agenti un nemico da abbattere. Gli ultimi mesi ci hanno dato ampie e violente dimostrazioni di cosa sia oggi la “contestazione”. Perché, vedi Bisio, oggi la contestazione è questa, lo sappiamo tutti. Parli degli anni ’70, ma eri a Milano per il centro Leoncavallo: eri lì contro la legalità dello sgombero.

Il vezzo di raccontarsi ancora con le categorie del collettivo scolastico può ancora essere usato come lasciapassare culturale obbligatorio. Da ragazzo eri così, e oggi come sei? Spoiler, caro Bisio: a 60 anni si è sempre altro. Non siamo più nel ’68 e, se non si hanno motivi attuali per farlo, non serve dichiarare ostilità ai simboli dello Stato. Si cresce, si cambia, e mostrarsi fedeli a quel certo pubblico non accresce la statura umana di un artista.

Se a sessant’anni parli ancora dei diciassette, qualcosa non torna. Se hai un pubblico e dici una frase che può essere letta come ostilità verso chi ti tutela, devi assumertene il peso. Se invece le tue parole fossero una mano tesa a un qualche centro sociale, non usare ricordi di gioventù. Le assemblee di istituto sono finite, Bisio: le divise sono persone che tutelano anche te. O forse il vissuto giovanile non c’entra: è solo il mood di coloro che non sentono più il bisogno di pesare le parole e pensano che la retorica anni ’70 sia un badge di superiorità morale. Personalmente, sentire un adulto che sostiene di “non amare le divise” mi preoccupa un po’ (solo un po’, perché io conto su chi le indossa e so di poterlo fare). Quindi, se non è un residuo non elaborato dell’adolescenza, potrebbe essere un modo per dire “io sto da questa parte qui”, quella che vede la divisa come un simbolo negativo.

Caro Bisio, nelle divise ci sono esseri umani. Oggi chi demonizza la divisa non è più il contestatore romantico degli anni ’70: spesso è parte di un clima culturale che normalizza l’ostilità verso chi garantisce la sicurezza. Confondere quella stagione con quella attuale è un errore prospettico enorme. Le frasi da liceo lasciamole ai liceali. A noi adulti resta il compito più difficile: pensare con la testa di oggi nel mondo di oggi, non con quella di cinquant’anni fa nel mondo degli anni ’70.

C’è poi un aspetto che rende la faccenda ancora più rumorosa: la coerenza economica e professionale. La nuova serie di Bisio è una produzione della RAI. Parliamo del servizio pubblico, finanziato dalle tasse e dal canone di quegli stessi cittadini che nelle “divise” vedono l’unico baluardo contro il degrado e l’insicurezza. Si accetta di interpretare un servitore dello Stato, se ne incassa il gettone e la popolarità che ne deriva, ma poi, per una sorta di “pedaggio culturale” da pagare ai compagni di un tempo, si sente il bisogno di chiarire: “Non amo le divise”. Ma allora perché accettare di indossarne una, seppur per finzione, se quel simbolo ti provoca disagio?

Mentre i poliziotti reali — quelli che non hanno lo sceneggiatore a proteggerli — rischiano la vita per stipendi che spesso non arrivano a fine mese, gli attori si concedono il lusso del dubbio ideologico. Non è molto carino criticare l’autorità dal set di una produzione di Stato. Possiamo dire che è contraddittorio voler essere, contemporaneamente, l’eroe della domenica sera e il ribelle mai domo dei centri sociali. Conformismo che si maschera da anticonformismo. Il vero coraggio non è fare il ribelle a sessant’anni con i soldi del canone, ma amare chi la divisa la porta davvero ogni giorno.

Al di là di tutto, a quanto pare, con la prossima serie avremo ancora una volta a che fare con il solito poliziotto anti-sistema. Il protagonista è l’unico depositario della verità e della morale, il che lo autorizza a trattare i superiori come burocrati ottusi e a ignorare il codice di procedura penale. È un meccanismo narrativo ormai collaudato e forse un filo logoro. Gratifica molto il pubblico perché crea empatia: molti di noi hanno provato frustrazione per un capo incompetente. Semplifica la trama: se il commissario può sfondare porte senza mandato o interrogare con le maniere forti, la storia corre più veloce. Il fine giustifica i mezzi: finché il colpevole viene preso, al lettore/spettatore non importa che il protagonista abbia commesso tre reati per arrivarci. E spesso siamo già oltre la “rottura”: ormai molti commissari letterari sono tecnicamente dei criminali con la tessera, giustificati solo dal fatto che “hanno cuore” o “sono i migliori”.

Questa narrativa funziona perché ci rassicura sull’esistenza di una giustizia sostanziale che prevale su quella formale: il “guascone” può anche essere un pessimo esempio civile, ma poiché “ha ragione”, il lettore gli perdona tutto, trasformando l’illegalità in fascino. La bravura è direttamente proporzionale a quanto il poliziotto detesta le procedure. Tuttavia, finché il pubblico cercherà la catarsi nel vedere qualcuno che manda a quel paese il potere costituito, la figura del commissario irregolare resterà il “prodotto” più venduto. Questa tendenza può però creare un cortocircuito: se tutti sono irregolari, l’irregolarità potrebbe diventare la nuova, noiosa norma.

Ma, invero, per i giudizi meglio attendere la messa in onda. Staremo a vedere se la nuova serie riuscirà a portarci una qualche ventata di novità. Si può anche ricredersi. Frattanto, se non si hanno motivi per non amare le divise, sarebbe più coerente abbandonare quel mood adolescenziale: le divise, per fortuna, sono parte della nostra vita e, sorpresa, ce la rendono migliore.

Teresa Casamichela, 8 aprile 2026

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