Caro Porro, a Milano puniscono me anziché i delinquenti

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Sala Milano (1)

Gentile Direttore,

scrivo come cittadino milanese che ancora crede nella propria città, ma che sente il dovere di segnalare una deriva che definire paradossale è ormai riduttivo. Il mio è un racconto che parte da un episodio minimo, ma emblematico. Qualche mattina fa, alle 8:15, entravo in Galleria Vittorio Emanuele spingendo la bicicletta lentamente con il piede sinistro a causa dei postumi di una grave slogatura alla caviglia destra che mi impedisce di camminare senza appoggio, ma non di andare in bicicletta.

Nonostante la Galleria fosse semideserta, sono stato immediatamente bloccato da un gruppo di agenti della Polizia Locale (almeno cinque, in passeggiata da Palazzo Marino) che, con toni sproporzionati rispetto alla situazione, hanno proceduto all’identificazione. Quando ho cercato di spiegare la mia condizione fisica, mi hanno addirittura accennato di “elezione di domicilio” – termine del tutto fuori luogo e francamente intimidatorio. Formalmente ero nel torto? Forse sì. Ma il tema non è questo, bensì la scala delle priorità di una città che sembra aver perso ogni bussola. Mentre Milano affronta quotidianamente furti, aggressioni, spaccio alla luce del sole, degrado urbano crescente, l’energia repressiva sembra concentrarsi quasi esclusivamente sui cittadini comuni, su chi lavora e si sposta in modo sostenibile.

Alla mia osservazione sulla crescente percezione di insicurezza che si vive nelle strade – tra buche profonde come crateri, piste ciclabili ostruite e una giungla dei mezzi pubblici dove è spesso più facile essere derubati che trovare un posto a sedere – la risposta dello “sceriffo” è stata: “Ci sono i mezzi pubblici”. Ecco, questa frase riassume tutto! Milano vive oggi una frattura profonda ed insanabile. Da un lato la “città vetrina”, celebrata per il lusso, per i grandi eventi come il Salone del Mobile e le Fashion Week, e per prezzi al metro quadro che superano stabilmente i 10mila euro. Una città che attrae miliardari e grandi patrimoni grazie a regimi fiscali di favore, senza che ciò si traduca in un reale beneficio per la collettività, né in termini di sicurezza, né di servizi, né di qualità della vita urbana.

Dall’altro lato c’è la realtà quotidiana vissuta da residenti, famiglie e anziani che stringono la borsa in metropolitana per paura di scippi, da commercianti soffocati da burocrazia e costi crescenti, da lavoratori che vedono la propria città diventare sempre più espulsiva per la classe media. Una città in cui l’illegalità vera prospera indisturbata – tra spacciatori che presidiano stazioni e parchi, borseggiatori seriali nei mezzi pubblici, occupazioni abusive – mentre lo “sceriffo” di turno si accanisce su chi si appoggia a una bicicletta per non sentire dolore a una caviglia. Colpisce, infine, il silenzio di molti che subiscono queste disavventure ma non trovano il coraggio di denunciarle apertamente. Io ho deciso di farlo perché non riconosco più questa Milano.

Non può esserci ordine pubblico senza buon senso, proporzionalità e rispetto dei cittadini. Non può esserci sicurezza se lo Stato è forte con i deboli e latitante con chi minaccia davvero la convivenza civile. Spero che il Comune voglia finalmente interrogarsi sulla direzione intrapresa, prima che la cosiddetta “capitale morale” si trasformi definitivamente in una città per soli ricchi protetti, dove chi resta è costretto a vivere – e camminare – a sguardo basso.

Distinti saluti

Corrado Abbondi

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