Politico Quotidiano

Sala si occupi di cose serie: fa più paura l’Ice o un maranza?

Il sindaco pontifica di democrazia e sicurezza contro gli americani mentre la città è sempre più insicura. La vera domanda resta una sola: da chi rischia davvero di essere aggredito un milanese?

Maranza vs ICE Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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C’è qualcosa di irresistibilmente milanese nel modo in cui Beppe Sala si scopre improvvisamente sceriffo. Dopo mesi, anzi anni, passati a spiegare che il problema sicurezza era soprattutto una “percezione”, eccolo oggi pontificare, tuonare, distribuire patenti di democrazia e perfino indicare quali forze di polizia straniere sarebbero degne di mettere piede in città e quali no. Il tutto mentre Milano, quella reale e non quella delle brochure, continua a fare i conti con rapine, aggressioni, stazioni fuori controllo e quartieri che nulla hanno da invidiare al Bronx che una volta si vedeva solo nei film.

La scena è quella ormai classica: microfono acceso, Olimpiadi alle porte e il sindaco che decide di spostare l’attenzione. Non sui marciapiedi insicuri, non sui mezzi pubblici dove i milanesi viaggiano con l’ansia, ma su un nemico esterno, lontano, quasi esotico. L’Ice americano. Una presenza evocata come se stesse per sbarcare una forza d’occupazione, quando chiunque abbia letto una riga di come funzionano questi eventi sa benissimo che si parla, al massimo, di supporto alle delegazioni straniere sotto il pieno controllo delle autorità italiane.

E invece no. Sala alza i toni e dice testualmente: “Io da italiano, prima ancora che da cittadino milanese, non mi sento tutelato da Piantedosi, che dice che se anche dovessero venire” gli agenti dell’Ice per i Giochi olimpici “che problema c’è. Questa è una milizia che uccide”. Lo ha detto il sindaco di Milano Beppe Sala in diretta a Rtl 102.5. “È una milizia che entra nelle case della gente firmandosi il permesso, è chiaro che non sono i benvenuti a Milano”, ha aggiunto: “Io mi chiedo, noi potremo dire per una volta un no a Trump? Gli agenti dell’Ice non devono venire in Italia perché non sono allineati al nostro modo democratico di garantire la sicurezza”.

Parole pesanti, scenografiche, buone per il talk show e per qualche applauso facile. Peccato che il ministro dell’Interno e persino l’ambasciata americana abbiano spiegato, con una pazienza quasi sospetta, che si tratta di una polemica sul nulla. Che “Ice non opererà mai”, che “tutte le operazioni di sicurezza restano sotto l’autorità italiana” e che, come sempre accade in questi casi, eventuali presenze servirebbero solo alla protezione delle delegazioni straniere. Ma questo dettaglio, evidentemente, rovina la narrazione.

Già, perché il punto non è Trump, non è l’America, non sono gli agenti federali che forse – forse – accompagneranno qualche funzionario a Milano-Cortina. Il punto è Milano. È il fatto che oggi un cittadino milanese, tornando a casa la sera, ha una probabilità infinitamente più alta di essere assalito da un immigrato irregolare, da una baby gang o da un rapinatore qualunque, piuttosto che incrociare un agente dell’Ice. Anzi, più probabilità di essere infastidito da un monopattino contromano che da questa “milizia”.

Nel frattempo Sala si è tenuto ben stretta la delega alla sicurezza. Scelta legittima, per carità. E per rafforzarla chiama un criminologo, mette insieme una squadra, annuncia l’ennesimo cambio di passo. Tutto molto serio, tutto molto istituzionale. Ma resta una domanda di fondo, fastidiosa come una sirena nella notte: perché ci si accorge della sicurezza solo quando fa comodo politicamente? Perché prima era solo “percezione” e oggi diventa emergenza, purché la colpa sia di qualcun altro?

Forse sarebbe il caso di smettere di fare processi alle intenzioni di poliziotti stranieri che non vedremo mai e cominciare a guardare in faccia la realtà sotto casa. Meno comizi, meno nemici immaginari, più strade presidiate davvero. Perché ai milanesi, delle lezioni di democrazia geopolitica, interessa poco. A loro interessa tornare a casa interi. E possibilmente senza sentirsi dire, ancora una volta, che se hanno paura è solo colpa della loro “percezione”.

Franco Lodige, 28 gennaio 2026

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