La posta dei lettori

Caro Porro, e se madre natura non fosse femminista?

Contro il conformismo e le ideologie dominanti, una riflessione senza filtri sul politicamente corretto, il woke e le libertà individuale

Venere Immagine creata tramite DELL-E di Open AI
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E, aggiungo, nemmeno inclusiva, multiculturalista e ambientalista? Un interrogativo, diventato una serie di domande, che mi ha accesa come una lampadina nella notte.

“E se madre natura non fosse femminista?” chiede Christina Hoff Sommers, filosofa e saggista americana, che ha animato le lotte femministe degli anni 70′. Che interrogativo coraggioso. E questo mio pensiero un po’ mi intristisce. Oggi, chi contempla i grigi dell’esistenza, chi osa porre domande, o semplicemente dire ad alta voce ciò che la maggior parte pensa soltanto, è etichettato come la causa dei mali planetari. Per questo parlo di coraggio. Perché l’esclusione, l’aggressività verbale — perché per criticare ci vuole conoscenza e neuroplasticità — e il moralismo, non sono semplici da gestire.

Mio padre mi ha sempre incoraggiata a non vendermi, ma al contempo mi ricorda sempre che: non sono ancora nessuno per dire la mia, e quindi di aspettare piuttosto che bruciarmi la (non) carriera. Eppure, non mi riesce fare diversamente. E quindi, come fanno i benpensanti della nostra era, dò ovviamente tutta la colpa a mio padre. In fin dei conti, è lui che mi ha fatto scrivere il mio primo articolo all’età di sette anni. Che tenerezza. Poi ci ha pensato la vita.

Come sempre divago, ma so più o meno dove vado. La domanda iniziale si mischia a un’altra lettura che ho da poco portato a termine: “La cultura del piagnisteo” di Robert Hughes. Quando l’ho finito, ho finalmente capito perché in alcuni bandi chiedano: “con quale persona defunta vorresti parlare?” Robert sarebbe nella mia lista, anche se credo che mi avrebbe mandata all’angelo dopo pochi minuti.

Vi, anzi, mi parlo di questa lettura perché mi ha fatta profondamente angosciare con il sorriso. Sono davvero troppi i concetti che mi hanno colpita. Formulazioni cerebrali che si ancorano a un lungo poema di W.H.Auden scritto nel “lontano” 1942. Si tratta di una successione di monologhi drammatici che, purtroppo, si sono avverati sia nel presente di Hughes, che nel mio.

Cos’è diventato l’Uomo? Anzi, come direbbe Hughes: “Abbiamo tirato fuori il Bambino che è in noi, ma dov’è finito l’adulto?” Aveva ragione. Ci stiamo sempre più allontanando dalla Natura, dalle sue leggi e dalla sua gerarchia. Le vittime sono diventati oppressori acclamati; i deboli con le loro unghie incarnite fanno i titoli di testa della cronaca; la linea verticale che permette all’animale di essere animale, è diventata una linea orizzontale che si schianta contro a un muro; chi più non sa, più fa; e infine la costruzione è stata annientata alla decostruzione. E a dirlo non sono io, ma Tocqueville. E a dimostrarlo, sono ancora di meno io, ma la scienza con l’Universo 45. E noi che facciamo? Ci comportiamo da labrador impazziti che camminano senza sapere perché.

E io, ho paura. Ho paura perché non posso immaginarmi di vivere imprigionata in una società dove la doglianza è la più grande fonte di potere. Di ricatti emotivi e sensi di colpa, penso che ne abbiamo tutti abbastanza nella sfera intima, quindi perché dobbiamo subire la stessa sorte anche quando proviamo a evadere dal sistema casa?

Camille Paglia mi risponderebbe che la libertà risiede dentro di me, e in parte ha ragione, però non riesco a ingoiare in silenzio. Proverò ad andare dritta al punto: non sopporto più questo non dibattito socio-politico che si sputa addosso bava bianca o nera.

Sono stufa che mi si venga a spiegare come funzioni il Senegal — dove sono nata e cresciuta. Che mi si faccia la lezione sul conflitto Israelo-Palestinese come se a qualcuno fosse dato sapere (e per di più dagli stessi che fanno finta di niente quando muoiono dei neri non affiliati a Hamas, all’Isis o a simili). Mi sento irritata da quest’ondata femminista radicale che mi urla addosso come sia più giusto essere donna e femminista, mettendomi però a tacere — devo dire che hanno imparato bene dagli uomini che additano. Sono sconcertata dalla deriva del politicamente corretto, che ha generato censura dell’uomo contro l’uomo, appellandosi alla libertà. Provo a mettere in pratica il pranayama — inspiro ed espiro — ma mi sento ben oltre l’arrabbiatura che posso inspirare ed espirare. Mi chiedo: come si può non essere rivoltati da questa folle, assurda, utopia che stiamo vivendo?

E datemi pure della fascista, della razzista, della maschilista vittima del patriarcato, e di tutti i nuovi termini in -ista che sono stati coniati. Ditemi pure che sono pericolosa se invito semplicemente alla contemplazione di diverse sfaccettature. Perché solo questo sanno fare le menti limitate: usare un gergo emotivo, e attaccare senza sapere realmente che cosa mordere.

Alle volte mi sento come una pentola a pressione. Allora penso a Charlie Hebdo, alla libertà di espressione, e quindi mi impedisco di intervenire, mi auto modero o auto censuro. Facendo però così il gioco di questa assurda paranormalità. Sarò sincera: alle volte vorrei non essere nata in quest’epoca. E quindi, di nuovo, me la prendo i miei. Con i Padri Padroni che quest’epoca adora additare, scordandosi che facendolo puntano tre dita contro di sé. In tutto questo so di aver reiterato un grande cliché, ma forse solo in un buco mi potrei sentire in pace.

E più ci penso e più mi sembra assurdo, perché alla fine tutto questo non è che il ripetersi di epoche già revolute. Questo perbenismo che tappa la bocca a chi non gli va a genio, torna ciclicamente fuori come spore velenose. L’Uomo è così: ciclicamente fedele a sé stesso. Quindi, cos’è che mi fa inquietare così tanto? Che Hughes pensasse che fosse tutto passeggero, quando a me sembra che la situazione vada rafforzandosi. In giornate come queste, in cui parliamo unicamente di un nuovo sindaco che si appella all’intifada ed è apertamente antisemita, quando in Sudan e in Nigeria stanno morendo persone nell’omertà perbenista più totale, come posso io mantenere la calma e pensare che: “prima o poi passerà”?

Sono nata nel 1996. Ho 29 anni. Sono stata abbastanza fortunata di aver vissuto incredibili coincidenze, di cui sono profondamente grata. Ho inoltre avuto la fortuna di dirigere un documentario che parla di ambiente — sempre con il sorriso però. Ma ciò che mi preoccupa, e ciò che in parte mi frena nel pensare di avere dei figli, è proprio questa umanità. Se domani il mare si ribellasse e ci soffocasse tutti, la vedrai come una liberazione. Ma, purtroppo, ci vorranno svariati anni per questo. Prima, patiremo le pene del Purgatorio, e ci faremo sempre più moralizzare dai demoni paradisiaci che sputano sentenze come a una degustazione di vino.

Avrete capito: mi sto facendo venire l’orticaria gastrica. I pochi amici che mi sono rimasti mi dicono sempre di calmarmi. Non comprendono questa mia rivoltosa avversione, e in fondo nemmeno io. Mi costerebbe meno, da ogni punto di vista, fare come l’olio sull’acqua. Eppure no, eccomi qua, ancora con le vene di fuori a scrivere pensieri vagheggianti.

E quindi? Che cosa volevo dire? Nulla, perché per dire qualcosa bisogna essere qualcuno. E quindi semplicemente avere cultura e senso critico. Nel mio caso, si tratta al contempo di uno sfogo, di una provocazione e di un bisogno. Mi preme lasciare una traccia per chi verrà dopo di me e si chiederà se qualcuno la pensasse diversamente. Mi preme incidere parole per chi, oggi, ha paura di esprimersi.

Ilaria Congiu, 7 novembre 2025

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