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Caro Porro, ecco il paradosso del green pass a mio figlio

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Caro Porro,

volevo segnalare un altro paradosso di questo totalitarismo vaccinale ingiustificato dal punto di vista scientifico, logico, giuridico. Non sono contraria ai vaccini e già un pensiero binario da tifoseria calcistica che mi cataloga tra i no vax lo trovo di una violenza insopportabile. La realtà è complessa e il manicheismo, il dualismo ideologico, elude la complessità, quindi la realtà e la vita stessa.

Vengo ai fatti: ho avuto il Covid e così mio figlio. Lui senza nessun sintomo. Per non far soffrire al mio ragazzo un’ulteriore esclusione e discriminazione, visto che le sue esperienze pregresse di bullismo, rifiuto da parte della famiglia paterna e altri traumi hanno ferito la sua psiche al punto che la sua stabilità emotiva è minata e delicatissima (è in cura e seguito da un csm), ho pensato che io avrei potuto reggere, lui no. Ma. Ma il nonno paterno è morto di trombosi, soffre di una disfunzione della proteina s (quella che dovrebbe regolare la coagulazione del sangue) e assume, come ho detto, farmaci che influiscono suo valori ematici.

L’ho sottoposto a un esame per verificare il livello degli anticorpi. Risulta alto. Ora, chi ha avuto il virus, secondo i nostri virologi da salotto, deve sottoporsi a una sola somministrazione entro un anno. Tuttavia se al sesto mese dalla guarigione non risulta nessuna inoculazione, non hai il green pass. Quindi secondo questi personaggi che da quasi due anni spadroneggiano sugli schermi (che non accendo) e nel cervello di un popolo servo e appecorato, dovrei comunque, se voglio evitargli problemi, sottoporlo a un rischio che va dall’ade (Antibody-dependent Enhancement ), ossia la patologia correlata al vaccino di cui è morto Stefano Paternò, ad altre problematiche, visto che assume farmaci particolari, che ha una storia familiare di trombofilia ecc, insomma premere il grilletto di una pistola con mille colpi e una sola pallottola, sperando che vada bene. O rischiare di vedere il suo già fragile equilibrio sgretolarsi.

Lei crede che io possa sopportarlo? Dopo aver subito l’abbandono totale durante la malattia che ho curato con le terapie domiciliari e non certo con il protocollo raccomandato dal ministro (ahimè) della Salute, dopo il lockdown, dopo tutta la sofferenza (parenti morti per altre patologie trascurate perché era il dio Covid da onorare e privilegiare)? Tampone ogni 48 ore? E il denaro? Sono una docente, la mia busta paga è tra le più vergognose d’Europa. E monoreddito… E poi perché dovrei sottoporre un ragazzo così delicato a un tampone invasivo ogni due giorni, col terrore di un falso positivo che lo farebbe ripiombare nello shock dell’isolamento? Perché infliggergli tanto stress, se è vero, come sembra, che la carica virale è presente anche in vaccinati con due dosi, quindi la contagiosità è quasi identica, che il vaccino funzionicchia ma mica tanto, visto che viene bucato dalle varianti? Perché un governo infierisce contro un ragazzo guarito, con anticorpi alti, con la sua storia? Perché, se mio figlio porta comunque sempre la mascherina quindi non ha assunto i comportamenti disinvolti e arroganti di questi vaccinati della domenica?